Salute

Si può davvero morire per il troppo lavoro?

Dai rischi per la salute alle chat del weekend: perché lavorare oltre le 55 ore a settimana ci sta logorando

Le conseguenze di lavorare troppo possono essere tante e pericolose. C’è un termine che non trova una traduzione immediata nelle lingue occidentali, ma che descrive una realtà sempre più tangibile anche alle nostre latitudini: Gwarosa (과로사). Tradotto letteralmente dal coreano, significa “morte per eccesso di lavoro”. Non si tratta di una metafora o di un’iperbole usata dai media, ma di una vera e propria classificazione clinica e legale che riconosce il decesso – solitamente causato da infarto miocardico o ictus cerebrale – come conseguenza diretta di carichi e ritmi lavorativi insostenibili.

Se l’Asia orientale combatte da tempo contro questa piaga (nel 2024 i dati governativi hanno registrato 550 decessi in Corea del Sud e 155 in Giappone), l’Europa, e in particolare l’Italia, sta iniziando a fare i conti con la propria declinazione del fenomeno. Nel nostro Paese non si assiste con frequenza al decesso improvviso sulla scrivania, ma si registra un’erosione silenziosa, implacabile e sistemica che sta esaurendo le risorse psicofisiche della forza lavoro.

Conseguenze di lavorare troppo: +17,9% di denunce per disturbi psichici

un impiegato dorme sulla scrivania davanti al computer
I numeri dell’emergenza: +17,9% di denunce per disturbi psichici – www.ok-salute.it

Quello che un tempo veniva liquidato come un generico “esaurimento nervoso” è oggi una patologia professionale riconosciuta con impatti sanitari ed economici profondi.

  • Dati Inail: le denunce per disturbi psichici e comportamentali legati al lavoro hanno subito un’impennata del 17,9% nel primo trimestre del 2025, superando la soglia dei 22 mila casi registrati.
  • Rapporto Censis: un lavoratore italiano su tre si dichiara attualmente a rischio burnout o ne manifesta già i sintomi conclamati.

«Il fatto che questi numeri siano così alti è preoccupante, ma anche utile: ci mostra che non parliamo di casi isolati, bensì di un fenomeno di massa», spiega Anna Sofia Tuccillo, psicologa clinica all’Ospedale San Raffaele di Milano.

La soglia critica: cosa succede al corpo oltre le 55 ore settimanali

Dal punto di vista neuroscientifico, il corpo umano ha limiti fisiologici ben precisi. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) identificano nelle 55 ore settimanali il punto di non ritorno.

Superata questa soglia, soprattutto in presenza di scadenze pressanti, reperibilità costante e assenza di autonomia decisionale, l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene rimane in uno stato di iper-attivazione permanente.

1. Il Fattore Scatenante 2. La Reazione Ormonale 3. I Danni Fisici 4. L’Esito Clinico
Super-lavoro (>55h/settimana) Inondazione di ormoni Infiammazione & Scompenso Aumento drastico dei rischi
Scadenze continue, iper-connessione e assenza di pause reali. Iper-attivazione dell’asse ipotalamo-ipofisi e accumulo cronico di Cortisolo e Adrenalina.

Infiammazione e irrigidimento arterioso.

 

Pressione alta.

 

Crollo della variabilità cardiaca (HRV).

+35% Rischio Ictus

 

+17% Rischio Coronaropatie

 

(Fonte: OMS / OIL)

Conseguenze di lavorare troppo: i  rischi cardiovascolari del super-lavoro

L’esposizione prolungata all’eccesso di cortisolo e adrenalina genera conseguenze cliniche misurabili:

  • Infiammazione arteriosa accelerata e stabilizzazione della pressione arteriosa su livelli patologici.
  • Crollo della variabilità della frequenza cardiaca (HRV), l’indicatore principale della resilienza e della capacità di recupero dell’organismo.
  • Aumento del rischio clinico: chi lavora oltre 55 ore a settimana presenta un rischio di ictus maggiore del 35% rispetto a chi mantiene una settimana standard di 35-40 ore. A livello globale, questo modello lavorativo causa circa 745 mila vittime all’anno.

In Italia, dove la legislazione tutela formalmente gli orari di lavoro, il rischio viene alimentato dal “lavoro grigio” cognitivo: la lettura di e-mail a mezzanotte, i messaggi sulle chat di gruppo durante il weekend e l’ansia da prestazione legata all’iper-connessione.

Strategie di prevenzione: dall’organizzazione al Job Crafting

Invertire la rotta richiede un intervento strutturale che operi sia a livello organizzativo aziendale, sia a livello individuale.

1. Azioni a livello aziendale

  • Valutazione dei rischi psicosociali tramite test scientifici validati.
  • Formazione della leadership sulla gestione sostenibile dei carichi di lavoro e sull’ascolto attivo.
  • Integrazione dello Psicologo del Lavoro nei processi organizzativi.

2. Azioni a livello individuale (Job Crafting)

  • Pratica del “NO propositivo”: ridefinire le priorità insieme ai superiori anziché accumulare incarichi illimitati, ponendo l’accento sulla qualità del risultato.
  • Micro-recuperi ritmici: rispettare la fisiologia cerebrale prevedendo brevi pause di stacco ogni 90 minuti.
  • Confini digitali netti: disattivare le notifiche di lavoro al di fuori dell’orario contrattuale per educare l’ambiente di lavoro a una disponibilità non assoluta.

Conseguenze di lavorare troppo: la trappola della passione negli “Over 50”

Esiste un profilo professionale – particolarmente frequente nella fascia anagrafica tra i 50 e i 65 anni – per il quale il lavoro rappresenta il perno fondamentale dell’autostima. La letteratura scientifica distingue nettamente due condizioni:

  • Workaholism (Dipendenza da lavoro): una spinta ossessiva e coattiva a lavorare, spesso usata come difesa per evitare conflitti personali o la paura del declino.
  • Work Engagement (Passione armoniosa): un coinvolgimento sano che porta allo stato di Flow (teorizzato da Mihály Csíkszentmihályi), in cui la persona è totalmente assorbita dall’attività provando un appagamento profondo.

Secondo la Teoria dell’Autodeterminazione di Deci e Ryan (Università di Rochester), affinché un ritmo di lavoro elevato rimanga gratificante e non sfoci nella Gwarosa, devono essere garantiti tre pilastri fondamentali:

Autonomia Competenza Relazionalità
Pieno controllo operativo Sfide bilanciate Impatto sociale visibile
Avere potere decisionale sui processi e sulla gestione del proprio tempo, evitando il micromanagement. Affrontare compiti che stimolano la crescita personale e confermano il senso di maestria. Riconoscere l’utilità concreta del proprio contributo all’interno della comunità o dell’azienda.

Senza il rispetto di questi tre fattori – e senza una corretta fase di raffreddamento – anche il motore professionale più motivato corre il rischio di andare incontro al corto circuito finale.

Francesco Bianco

Giornalista professionista dal 1997, ha lavorato per il sito del Corriere della Sera e di Oggi, ha fatto interviste per Mtv e attualmente conduce un programma di attualità tutte le mattine su Radio LatteMiele, dopo aver trascorso quattro anni nella redazione di Radio 24, la radio del Sole 24 Ore. Nel 2012 ha vinto il premio Cronista dell'Anno dell'Unione Cronisti Italiani per un servizio sulle difficoltà dell'immigrazione. Nel 2017 ha ricevuto il premio Redattore del Gusto per i suoi articoli sull'alimentazione.
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