Sebastiano ha comprato Charlotte, il suo Australian shepherd, durante la pandemia, quando il lavoro da casa e le restrizioni gli permettevano di prendersi cura tutto il giorno del suo cucciolo. Poi il lockdown è finito, le limitazioni si sono allentate e il capo ha iniziato a chiedergli di andare un paio di volte a settimana in ufficio. Oggi, nel 2026, con il consolidamento del rientro in presenza e la progressiva riduzione dello smart working selvaggio, il problema è diventato ancora più pressante.
Che fare con Charlotte, abituata a stare sempre in compagnia del suo padrone? Di portarla al lavoro, purtroppo, non se ne parla. Così Sebastiano ha scaricato un’app di dog sitting per lasciare il suo cucciolo a qualcuno di fidato, ma quanto gli manca darle una carezza mentre lavora al pc o sgranchirsi le gambe in pausa pranzo con la scusa della passeggiata.
La pandemia ha solo accentuato quello che molte persone desideravano già prima. E cioè una maggiore flessibilità lavorativa, che non permetta solo di lavorare qualche giorno da casa, ma anche di portare, ogni tanto, il proprio pet in ufficio. Ne parliamo in occasione della Giornata mondiale del cane in ufficio, una ricorrenza istituita in Inghilterra verso la fine degli anni Novanta con il nome di Take Your Dog To Work Day e che oggi registra un boom di adesioni senza precedenti in tutta Europa.
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Cane in ufficio: cosa dice la scienza nel 2026?

La scienza, sicuramente, è dalla parte di cani e gatti. Secondo una ricerca effettuata su 1.000 dipendenti e 200 responsabili delle risorse umane di aziende americane del The Banfield Pet Hospital (la rete di cliniche veterinarie parte di Mars Petcare), il 93% dei lavoratori sostiene che il quattro zampe in ufficio riduca il rischio di burnout.
A questo si aggiungono i recenti studi di neuroscienze che confermano come accarezzare un cane per soli 10 minuti durante una pausa lavorativa riduca drasticamente i livelli di cortisolo (l’ormone dello stress) e stimoli la produzione di ossitocina ed endoteline, i neurotrasmettitori del buonumore. Ma anche altre ricerche considerano i cani sul posto di lavoro un supporto sociale per i dipendenti, nonché un’opportunità per i colleghi di interagire in un ambiente più positivo, favorendo il team building spontaneo e riducendo la conflittualità tra reparti.
Cane in ufficio: le aziende sono favorevoli?
Molti manager sono d’accordo. Nibol (la piattaforma che permette di prenotare una postazione con computer nei vari co-working cittadini) ha condotto un sondaggio tra 250 direttori aziendali italiani per individuare nuove tendenze nel mondo del lavoro, scoprendo che il 54% è favorevole al fatto che i dipendenti possano portare il cane in ufficio una volta a settimana.
Un dato che, secondo gli osservatori del mercato del lavoro nel 2026, è salito quasi al 63% nelle grandi città come Milano e Roma, dove il “pet-working” viene usato come leva di welfare aziendale per trattenere i talenti (la cosiddetta retention).
Al momento non esiste una specifica legge che regolamenti la presenza del proprio cane sul posto di lavoro. Né che la vieti. Sono le singole aziende a decidere se è possibile o meno farlo e a stabilire le regole da rispettare. Anche perché, per permetterlo, gli uffici dovrebbero essere attrezzati adeguatamente, creando ad esempio le “Pet Zone” o garantendo il rispetto delle norme igieniche e di sicurezza nei contratti collettivi aziendali.
Cosa ne pensano i lavoratori: i favorevoli e i contrari

Certo, non tutti i cani si prestano ad essere portati in ufficio e non tutti i colleghi possono esserne entusiasti. Non dimentichiamo che molte persone possono essere allergiche al pelo degli animali oppure non amarli particolarmente per svariati motivi. Il motore di ricerca di lavoro Jobrapido ha condotto un’indagine tra i membri della propria community chiedendo un’opinione in merito a vantaggi e rischi di portare il proprio amico a quattro zampe al lavoro.
I favorevoli: più motivazione e meno stress
Dai risultati emerge una certezza. Per il 62% del campione la compagnia di un cane o di un gatto in ufficio aumenta la motivazione, riducendo lo stress e migliorando l’umore dei dipendenti. I “compagni di lavoro” preferiti dal campione sono soprattutto i cani (per il 54%), seguiti dai gatti (19%) e da altri animali, come pesci in un acquario. Chi appartiene alla categoria dei favorevoli, trae vantaggio dal rapporto con il proprio animale domestico. Oppure sarebbe semplicemente avvantaggiato dal punto di vista dell’organizzazione: le tariffe dei dog sitter nel 2026 hanno infatti subito un rincaro a causa dell’inflazione, arrivando a costare oltre i 15-20 euro all’ora nelle aree metropolitane.
I contrari: dipende dalla tipologia di cane
Il 20% del campione si è dichiarato assolutamente contrario al portare animali in ufficio. Mentre un’altra parte potrebbe essere d’accordo, ma solo a seconda della taglia, del carattere e degli spazi a loro destinati. L’educazione cinofila gioca un ruolo cruciale: per accedere agli spazi condivisi, molte aziende oggi richiedono una sorta di “patentino di buona condotta” del cane, assicurando che l’animale sia socializzato, non abbi eccessivamente e sappia gestire la presenza di estranei senza mostrare segni di aggressività o forte ansia da separazione.




