L’approccio terapeutico ai tumori del sangue sta vivendo una profonda evoluzione. Per i pazienti che affrontano alcune di queste patologie, che sono andati incontro a recidiva o non hanno risposto ai trattamenti convenzionali, negli ultimi anni la ricerca ha aperto una nuova frontiera grazie alle CAR-T. A differenza dei farmaci tradizionali, sono un trattamento personalizzato e generato a partire dai linfociti T dello stesso paziente. Queste cellule intraprendono un viaggio attraverso ospedali, laboratori e una rete logistica in cui tutto deve essere coordinato con estrema precisione.
Per vedere da vicino come una terapia di questo tipo prende forma, siamo andati nello stabilimento di Kite, società del gruppo Gilead, situato a Hoofddorp a pochi chilometri da Amsterdam. La struttura, un vero e proprio hub tecnologico dove avviene il delicato processo di produzione delle CAR-T, si estende su circa 19.000 metri quadrati e si trova nei pressi dell’aeroporto di Schiphol, una posizione strategica per ridurre i tempi di trasporto.
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CAR-T: il viaggio delle cellule che diventano terapia

Il percorso inizia con la leucaferesi in un centro trasfusionale autorizzato. Si tratta di una procedura che, tramite un prelievo di sangue dal paziente, serve a separare e raccogliere i linfociti T (un tipo di globuli bianchi), mentre i restanti elementi ematici vengono rimessi in circolo. Queste cellule, dopo essere state raccolte e crioconservate, vengono trasferite ai siti produttivi specializzati, come quello di Hoofddorp, dove vengono ingegnerizzate.
Nelle camere bianche il processo segue un iter rigoroso
All’interno dello stabilimento olandese sono presenti delle camere bianche (clean room), ambienti ad atmosfera controllata per le fasi di manipolazione cellulare. L’accesso a questi spazi richiede procedure rigorose e una formazione specifica degli operatori: dalla meticolosa vestizione alle modalità operative all’interno dell’ambiente di lavoro, caratterizzate da movimenti controllati e comunicazioni ridotte al minimo, ciascuna misura è adottata per preservare la sicurezza dell’intero processo.
Nelle clean room, attraverso l’utilizzo di un vettore virale, si introduce nei linfociti T il materiale genetico che permette di esprimere il CAR (Chimeric Antigen Receptor), ossia il recettore chimerico per l’antigene. In pratica, questa modifica consente ai linfociti T di riconoscere uno specifico antigene presente sulla superficie delle cellule tumorali e di attaccarle in modo mirato. Segue una fase di espansione cellulare in cui le CAR-T sono moltiplicate in laboratorio, fino a raggiungere il numero richiesto per il trattamento.
Il ritorno al paziente, dal laboratorio all’infusione

Durante il periodo di produzione, se necessario, il paziente potrebbe ricevere una terapia per contenere la progressione della malattia. Una volta superati i controlli di qualità, e con un sistema di tracciabilità che monitora ogni passaggio, le cellule CAR-T vengono crioconservate e inviate al centro autorizzato per la somministrazione. L’obiettivo è garantire che possano arrivare al paziente il prima possibile. Il sito europeo di Kite, in particolare, ha raggiunto un tempo mediano di consegna di 17 giorni nell’Unione europea.
Dopo lo scongelamento delle CAR-T, avviene l’infusione nella persona, sottoposta in precedenza a una terapia di preparazione (chemioterapia linfodepletiva). Il team medico monitora poi il soggetto trattato per verificare e gestire tempestivamente eventuali effetti collaterali.
L’impatto delle condizioni del paziente nel percorso CAR-T
Nel percorso dei pazienti verso la terapia CAR-T, in certi casi, il progressivo peggioramento delle condizioni generali può rappresentare un aspetto critico proprio nella fase in cui il trattamento è valutato come possibile opzione. Tali criticità possono essere legate sia all’evoluzione della patologia, sia agli effetti cumulativi dei trattamenti ricevuti in precedenza.
Cellule CAR-T: la sfida dell’accesso equo
In questo scenario, la tempestività assume un ruolo cruciale. Alla complessità di un iter in cui ogni fase è legata al fattore tempo si possono aggiungere ulteriori ostacoli, come il numero limitato di centri autorizzati in alcuni Paesi, l’invio tardivo dei pazienti agli specialisti o una consapevolezza ancora insufficiente di questa possibilità terapeutica.
Natacha Bolaños, Head of Membership and Alliances di Lymphoma Coalition, ha inoltre evidenziato che «circa il 20-30% dei pazienti indirizzati alla terapia CAR-T non riceve mai l’infusione». A determinare questo esito possono contribuire diversi elementi, come la rapidità con cui la patologia progredisce durante l’attesa e la presenza di barriere burocratiche, finanziarie e logistiche che rallentano l’accesso al trattamento.
La sfida attuale, quindi, non riguarda soltanto lo sviluppo dell’innovazione terapeutica, ma soprattutto la capacità dei sistemi sanitari di garantire che questa opportunità raggiunga in tempo tutti coloro che possono beneficiarne.




