
C’è una parola che compare quasi sempre quando si chiede a un italiano come sta. Non è “male”, quella imporrebbe una reazione, una visita dal medico, una pausa obbligata. E non è nemmeno “bene”, nel senso pieno e un po’ sfacciato del termine. La parola è “discretamente”. Accompagnata spesso da una scrollata di spalle, da un mezzo sorriso, dalla consapevolezza implicita che così stanno tutti e che pretendere di meglio sarebbe, in qualche modo, eccessivo.
È su questo “discretamente” che si fonda quello che la dottoressa Angela Persico, psicologa clinica esperta in psicologia della salute, ha definito sindrome del sufficiente: la tendenza, ormai presente in larga parte della popolazione italiana, ad abbassare l’asticella del benessere fino al punto in cui l’assenza di malattia conclamata viene scambiata per salute.
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I numeri della sindrome del sufficiente
Il fenomeno, che emerge con forza dall’indagine condotta a marzo 2026 da Doctolib.it su 3.000 cittadini over 18, è stato reso pubblico in occasione della Giornata Mondiale della Salute a inizio aprile. I numeri, a guardarli bene, fanno un certo effetto. Solo il 4% degli italiani definisce ottima la propria salute. Il restante 84% si divide tra chi dice di stare bene (40%) e chi si ferma a un più rassegnato discreto (44%). Quasi nessuno sta male ma quasi nessuno sta davvero bene. In particolare:
- 4% si sente in ottima salute;
- 45% soffre spesso di ansia;
- 28% dorme poco e male;
- 27% degli under 35 si sente sopraffatto ogni giorno.
Quando il malessere diventa normale
Per capire la sindrome del sufficiente bisogna partire da un concetto che la medicina e la psicologia conoscono da decenni ma che fatica ancora a entrare nel vocabolario comune: il carico allostatico. Si tratta, in termini semplici, del costo cumulativo che lo stress cronico impone al corpo nel tempo. Non parliamo dello stress acuto, quello che si prova prima di un esame o in una situazione di pericolo improvviso, che ha una sua logica adattiva e finisce. Parliamo di una pressione costante, diffusa, a bassa intensità, che non si interrompe mai davvero.
«Sentirsi solo “discreti” è spesso il sintomo di un carico allostatico elevato», spiega la dottoressa Persico. «La salute, nella sua definizione più autentica – quella dell’Organizzazione Mondiale della Sanità – non è assenza di malattia: è completo benessere fisico, mentale e sociale. Il fatto che solo il 4% si senta in forma ottima ci dice che abbiamo normalizzato una condizione di affaticamento cronico, di stanchezza di fondo, di vitalità spenta».
Si traduce in stress cronico
La dinamica che la psicologa descrive è insidiosa proprio perché invisibile. Lo stress cronico non produce, di solito, sintomi drammatici e riconoscibili. Produce invece una specie di rumore di fondo che con il tempo smette di essere percepito come rumore e viene scambiato per silenzio. «La normalizzazione del malessere è diventata un fenomeno culturale» osserva Persico. «Quando tutti intorno a noi sono stanchi, la stanchezza smette di essere un sintomo e diventa la normalità. La vera domanda è: abbiamo dimenticato cosa si prova a sentirsi pieni di energia? Forse sì, e questo è il primo campanello d’allarme».
«Ci siamo talmente abituati a funzionare in modalità “sopravvivenza” che non riconosciamo più quando potremmo stare davvero bene. Ma lo stress cronico non è “solo nella testa”: è un’infiammazione silenziosa che logora il corpo, abbassa le difese immunitarie, accelera l’invecchiamento cellulare».
L’identikit di un Paese a corto di risorse
I dati dell’indagine Doctolib.it costruiscono, uno dopo l’altro, il profilo di un Paese che funziona, nel senso che va avanti, ma con riserve sempre più basse.
Ansia
Il dato sull’ansia è forse il più eloquente: il 45% degli italiani dichiara di soffrire spesso di ansia. Non una volta tanto, non in situazioni particolarmente stressanti: spesso, come condizione ricorrente della vita quotidiana.
Insonnia
Sul fronte del sonno, quasi tre italiani su dieci dormono poco e male, e quasi il 10% combatte con l’insonnia in forma cronica. Un dato rilevante, perché il sonno è uno dei meccanismi primari attraverso cui l’organismo recupera le risorse fisiche e cognitive. Quando si dorme male in modo continuativo, tutto il resto ne risente: la concentrazione, la regolazione emotiva, la risposta immunitaria, la capacità di tollerare lo stress.
Alimentazione sregolata
A completare il quadro, il 23% degli intervistati ammette di trascurare l’alimentazione, un altro indicatore di come, quando le risorse psicologiche si assottigliano, i comportamenti di cura di sé tendano a essere i primi a venire sacrificati.
Cosa dice la scienza: la PNEI
La psiconeuroendocrinoimmunologia (PNEI) è la disciplina che studia le connessioni bidirezionali tra sistema nervoso, sistema endocrino e quello immunitario. I suoi risultati sono inequivocabili: le emozioni non elaborate, lo stress cronico e i pensieri negativi ricorrenti modificano in modo misurabile la risposta immunitaria, i livelli ormonali e i marcatori infiammatori nel sangue.
In termini pratici: l’ansia cronica non è solo nella testa. Produce tachicardia, tensione muscolare, problemi gastrointestinali, abbassamento delle difese immunitarie e – se protratta nel tempo – accelera i processi di invecchiamento cellulare. La separazione tra corpo e mente, da questo punto di vista, è una convenzione culturale che la biologia non ha mai riconosciuto.
Sindrome del sufficiente: chi sono i più esposti?
La sindrome del sufficiente non colpisce in modo uniforme. I dati di Doctolib.it evidenziano due categorie che pagano un prezzo significativamente più alto: le donne e gli under 35.
Le donne e il carico invisibile
Sul fronte femminile, i numeri sono netti: solo il 9% delle donne dichiara di non sentirsi mai sopraffatta, contro il 25% degli uomini. Le donne soffrono di più di insonnia e di ansia cronica, e il divario con i coetanei maschili è consistente in quasi tutti gli indicatori di benessere rilevati dall’indagine.
La psicologa Persico individua le radici strutturali di questo squilibrio: «Le donne vivono un carico mentale e fisico insostenibile: la doppia presenza di lavoro e cura familiare, la pressione estetica, la violenza psicologica sottile ma costante e una società che chiede loro di essere tutto per tutti. Il risultato è un sistema nervoso in perenne stato di allerta, che nel lungo termine si traduce in malattie cardiovascolari, disturbi del sonno, depressione, burnout».
Il concetto di doppia presenza – che descrive la simultanea richiesta di essere presenti e performanti sia nel lavoro sia nella sfera domestica e di cura – è al centro di molte ricerche sociologiche italiane. Ciò che cambia, con questa indagine, è vederlo tradotto in dati di salute percepita: non è solo un problema di equità, è un problema di salute pubblica con conseguenze fisiche misurabili.
I giovani: connessi ma sempre più soli
Il dato sugli under 35 ha una sua specificità che vale la pena osservare con attenzione: il 27% si sente sopraffatto ogni singolo giorno. Non di tanto in tanto, non nelle settimane più difficili ma ogni giorno. «I giovani sono la generazione più connessa e più sola» commenta Persico, «cresciuta con la pressione della performance e dei social media, con modelli irraggiungibili e un futuro incerto. Numerosi studi relativi alla Generazione Z dimostrano l’impatto dei social media e della performance scolastica e lavorativa sulla salute mentale dei giovani».
Il paradosso della connessione senza appartenenza – avere accesso permanente a migliaia di persone e sentirsi comunque soli – è uno dei tratti più caratteristici del disagio giovanile contemporaneo. A questo si aggiunge la pressione della performance, che non riguarda più solo i risultati accademici o professionali, ma si estende all’aspetto fisico, allo stile di vita, persino alla felicità: sui social si esibisce il benessere molto più spesso di quanto lo si viva davvero.
Il paradosso della consapevolezza
Uno dei dati più interessanti dell’indagine Doctolib.it riguarda il rapporto tra consapevolezza e azione. Il 95% degli italiani dichiara di ritenere importante prendersi cura della propria salute mentale (il 62% molto, il 33% abbastanza). È una percentuale straordinariamente alta, che testimonia quanto il tema sia entrato nell’agenda culturale del Paese negli ultimi anni. Eppure i dati su ansia, insonnia e stanchezza cronica raccontano un’altra storia. Come si spiega la distanza tra quello che le persone dichiarano di voler fare e quello che effettivamente riescono a fare?
«Questo è il paradosso del nostro tempo: sappiamo tutto ma non riusciamo a metterlo in pratica» risponde Persico. «Non è ipocrisia, è impotenza. Siamo così sovraccarichi che aggiungere il “prendersi cura di sé” diventa un altro compito, un altro dovere, un altro fallimento». È un cortocircuito che molti riconosceranno. La cura di sé, nella sua versione più diffusa sui social e nella cultura pop, è diventata un’ulteriore voce da spuntare in una lista già troppo lunga. La meditazione, la palestra, l’alimentazione sana, le otto ore di sonno: obiettivi teoricamente condivisibili che, nella pratica di chi è già esausto, si trasformano in ulteriori fonti di senso di colpa quando non vengono raggiunti.
I consigli della psicologa: da dove ricominciare
- Il respiro come punto di partenza. La dottoressa Persico, specialista in mindfulness, suggerisce di cominciare da qualcosa di concreto e accessibile: fermarsi almeno tre volte al giorno per fare tre respiri consapevoli. Inspirare sentendo l’aria entrare, espirare sentendo il corpo che si rilassa. «Possono bastare anche 30 secondi per iniziare».
- Riappropriarsi del diritto alla pausa. Non come ricompensa da guadagnare, ma come diritto in sé. «La salute mentale inizia lì, nel darsi il permesso di fermarsi. Senza sensi di colpa, senza doverlo prima meritare».
- Piccoli gesti, non grandi rivoluzioni. «La cura di sé non è un traguardo lontano, è una pratica quotidiana di piccoli gesti. È dire: io esisto, io conto, io merito questo momento». Un approccio graduale, invece dell’ennesimo piano di cambiamento totale destinato a fallire, è spesso più efficace sul lungo periodo.
- Quando può essere utile un professionista. Se stanchezza, ansia o disturbi del sonno sono persistenti e interferiscono con la qualità della vita, un confronto con un medico di base o uno psicologo clinico può aiutare a distinguere un carico temporaneo da un disagio che merita attenzione specifica.
Come superare la sindrome del sufficiente
Uscire dalla sindrome del sufficiente non richiede necessariamente grandi cambiamenti quanto di smettere di normalizzare. Di riconoscere la stanchezza come sintomo e non come condizione ontologica. Di concedersi senza sentirlo come un lusso il diritto a stare davvero bene. Quel 4% che si sente in ottima salute non è un’élite irraggiungibile: è, forse, il promemoria di dove l’asticella potrebbe, e dovrebbe, stare per tutti.




