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Da “un milione di ragazze” al burnout: cosa ci insegna Il Diavolo veste Prada 2

Il sequel, visto in anteprima, racconta quanto siamo cambiati tra le nuove sfide lavorative e sociali della nostra epoca

A vent’anni dall’uscita del film che ha segnato una generazione, Meryl Streep, Anne Hathaway, Emily Blunt e Stanley Tucci tornano nei ruoli di Miranda, Andy, Emily e Nigel. L’attesissimo sequel, diretto da David Frankel, scritto da Aline Brosh McKenna e prodotto da Wendy Finerman, non è però una semplice “operazione nostalgia”. Ecco perché Il Diavolo veste Prada 2, disponibile nelle sale italiane dal 29 aprile, è un ritratto puntuale delle trasformazioni che caratterizzano la società contemporanea, portandoci a riflettere su come il lavoro, il potere e persino noi stessi siamo chiamati a evolvere in un’era che ha cambiato tutte le regole.

Il lavoro per cui «un milione di ragazze ucciderebbe»

Per comprendere la portata di questo ritorno, torniamo un attimo al 2006, quando nel film Il Diavolo veste Prada, tratto dall’omonimo romanzo, Andrea Sachs, una giovane aspirante giornalista, riusciva a farsi assumere dalla rivista di moda Runway come assistente di Miranda Priestly. La storia ha avuto la capacità di lasciare il segno mostrando, e portando all’estremo, un ambiente fatto di ritmi impossibili, richieste assurde e aspettative altissime. Andy, inizialmente fuori posto, ha capito che per restare doveva adattarsi e trasformarsi, fino a diventare parte integrante di quel sistema.

L’iconica citazione «un milione di ragazze ucciderebbe per questo lavoro» sintetizza questa logica: se non reggi la pressione o ti lamenti, sei sostituibile, sempre. Così, quella ragazza dal maglione color ceruleo è diventata il simbolo di una generazione educata a credere che per farcela si debba essere disposti a “vendere l’anima al diavolo”, ossia sacrificare tutto, compresi il proprio benessere, l’autenticità e gli affetti.

La normalizzazione del burnout come prezzo del successo

Questa opera cinematografica è il perfetto ritratto della cultura di un’epoca in cui parlare di salute mentale, soprattutto sul luogo di lavoro, era ancora un tabù. Fenomeni che adesso sappiamo di dover arginare, come il burnout o il mobbing, non solo erano normalizzati, ma persino celebrati come una sorta di rito di passaggio obbligato per chi desiderasse affermarsi.

Il Diavolo veste Prada 2: cosa succede dopo le scelte e i sacrifici?

Nel sequel, Andy torna a Runway molti anni dopo aver gettato il telefono che squillava incessantemente in una fontana e lasciato quel mondo. La ritroviamo più adulta, con un’identità professionale costruita fuori da lì. Ma non è solo lei a essere cambiata. Infatti, anche la redazione non sembra più lo stesso posto di lavoro intoccabile di una volta. Oggi, persino un capo come Miranda non può più esercitare un’autorità totalmente insindacabile, dovendo fare i conti con un contesto dove la sensibilità collettiva, l’attenzione al linguaggio e le risorse umane rendono impensabili certi comportamenti del passato.

Allo stesso tempo, Il Diavolo veste Prada 2 fotografa con lucidità la crisi del mercato editoriale, che riflette le difficoltà di molti altri settori. Qui, emerge il paradosso di quella stessa generazione che, se da un lato sta finalmente imparando a dire “no” a modelli di lavoro tossici e al sacrificio ad ogni costo, dall’altro vede vacillare le certezze che le erano state promesse come premio per aver resistito.

Tra nuove consapevolezze e promesse non mantenute

In questo secondo capitolo, le aspettative che fino a qualche anno fa apparivano solide si sono incrinate. Dalla concezione del lavoro come centro della propria vita, sempre più spesso se ne cerca uno che consenta, semplicemente, di viverla. Anche con anni di esperienza alle spalle, dopo aver dato e rinunciato a tanto, traguardi che sembravano naturali, ad esempio trasferirsi in una casa più grande o creare una famiglia, se si desidera, non sono più così scontati.

Ne Il Diavolo veste Prada 2, frasi come «potrei persino scongelare un ovulo» diventano l’emblema della negoziazione forzata tra il tempo per i progetti di vita e quello della realizzazione di una carriera. Decisioni che dovrebbero essere intime e personali, talvolta possono essere rimandate in funzione di un contesto instabile, sebbene caratterizzato da una crescente consapevolezza e da nuove forme di ridefinizione del successo.

La storia, fin dal suo esordio, tramite la presenza di partner che non sempre hanno saputo sostenere il percorso delle protagoniste, mette in luce le difficoltà strutturali che si incontrano nel raggiungere e mantenere posizioni apicali, mostrando il prezzo dell’affermazione professionale femminile. A ciò si aggiunge la critica alla mentalità per cui, soprattutto per le donne, il matrimonio o le relazioni costituiscano ancora un’etichetta identitaria, mentre per un uomo non vengono quasi mai posti come criteri di giudizio.

Il Diavolo veste ancora Prada?

Se inizialmente il problema era sopravvivere a un capo tirannico, nella narrazione attuale è capire come sopravvivere a un mondo che non ha più bisogno del tuo capo e, quindi, nemmeno di te. Il risveglio non riguarda solo Andy, ma anche Miranda, esposta al rischio di essere sacrificata dal sistema che aveva contribuito a costruire, ormai soggetto a tagli di budget, ottimizzazioni e dominato dalla centralità della rilevanza digitale. Il Diavolo veste Prada 2 racconta la necessità di reinventarsi per non diventare invisibili, in cui Miranda Priestly, che incarnava l’incubo di ogni stagista, finisce per rappresentare il talento umano che cerca di resistere alla standardizzazione, attraversato dalla paura concreta di scomparire.

Nel 2026, forse il “Diavolo” non è più soltanto una certa cultura del lavoro, che in alcuni contesti resta ancora un retaggio, ma una realtà che, tra tecnologia e intelligenza artificiale, sembra correre più veloce delle persone che la abitano. Tuttavia, anche se il Diavolo ha cambiato veste, la pellicola ci ricorda che ogni trasformazione porta con sé sia costi, sia nuove possibilità. La sfida più grande, e insieme la speranza che il film ci consegna, è proprio la capacità di abitare questo cambiamento senza smarrire noi stessi, consapevoli che ciò che facciamo può essere ancora importante e che possiamo, seppur in modi diversi, continuare a fare la differenza.

Aurora Pianigiani

Collabora con OK Salute e Benessere e si occupa di comunicazione in ambito medico-scientifico e ambientale. Laureata in Giurisprudenza all’Università degli Studi di Firenze, si è formata nel settore dei media digitali e del giornalismo. Ha conseguito il Master in Comunicazione della Scienza e della Salute presso l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano e contestualmente ha scritto articoli per testate giornalistiche che svolgono attività di fact-checking.
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