Il linfoma diffuso a grandi cellule B è la forma più comune e tra le più aggressive di linfoma non Hodgkin, un tumore maligno del sistema linfatico che origina dai linfociti, un tipo di globuli bianchi. Nonostante i progressi compiuti negli ultimi anni nel trattamento ddi questa patologia, quattro pazienti su dieci vanno incontro a recidiva o sviluppano una patologia refrattaria ai farmaci dopo la prima linea di trattamento, trovandosi ad affrontare un percorso di cura spesso complesso e con opzioni terapeutiche ancora limitate.
Per questo la disponibilità di nuovi trattamenti aumenta la possibilità di migliorare costantemente i percorsi di diagnosi e cura. «Ricevere una diagnosi di linfoma o affrontare una recidiva significa vedere la propria vita e quella dei propri cari improvvisamente sospesa, tra la paura del futuro e il bisogno di risposte il più possibile rapide ed efficaci» sottolinea Davide Petruzzelli, presidente dell’associazione di pazienti La Lampada di Aladino Ets. «Per chi convive con una patologia aggressiva come il linfoma diffuso a grandi cellule B, l’innovazione scientifica rappresenta prima di tutto una possibilità concreta di speranza».
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Glofitamab e GemOx: come funziona la nuova combinazione
Per rispondere a questa sfida è oggi disponibile anche in Italia la prima combinazione dell’anticorpo bispecifico glofitamab con la chemioterapia GemOx (gemcitabina e oxaliplatino) per i pazienti con linfoma diffuso a grandi cellule B recidivato/refrattario dalla seconda linea di trattamento. «La combinazione di glofitamab e GemOx ha dimostrato un miglioramento significativo della sopravvivenza globale e della sopravvivenza libera da progressione rispetto allo standard di cura, con un beneficio particolarmente evidente nei pazienti trattati in seconda linea» conferma Paolo Corradini, professore di Ematologia all’Università degli Studi di Milano e direttore della divisione di Ematologia della Fondazione Irccs Istituto nazionale dei tumori di Milano.
«L’efficacia osservata anche nella popolazione più anziana, insieme a un profilo di sicurezza gestibile, rende questa combinazione un’opzione terapeutica di grande interesse nella pratica clinica. In più è una terapia a durata fissa e questo amplia le possibilità di trattamento per quei pazienti che non sono eleggibili o non
possono essere sottoposti a trapianto autologo o a terapia con Car-T, contribuendo a rispondere a un bisogno clinico ancora oggi rilevante e offrendo una nuova opzione con un potenziale curativo anche in seconda linea».




