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Colesterolo borderline: meglio cambiare dieta, prendere gli integratori o iniziare le statine?

I valori al limite sono complessi da gestire perché potrebbero essere candidati a diverse opzioni terapeutiche. Ecco come trovare quella che fa al caso proprio

La scena è familiare a milioni di italiani: arriva il referto delle analisi del sangue, si scorre la lista dei valori e l’occhio cade sulla riga del colesterolo. Il numero è accompagnato da un asterisco: magari non è una cifra da allarme, ma supera la fatidica soglia dei 200 milligrammi per decilitro. La terra di mezzo, la zona borderline.

È qui che si moltiplicano i dubbi: basta eliminare i formaggi e fare qualche camminata? È il momento di affidarsi agli integratori? Oppure serve la statina? Domande di fronte alle quali gli stessi esperti propongono talvolta soluzioni differenti.

Per comprendere perché ciò accade occorre considerare i punti di vista degli accusatori e dei difensori della molecola, spiegati da Fulvio Ursini, professore emerito di Chimica biologica all’Università di Padova, e dalla giornalista Paola Arosio nel libro Processo al colesterolo. La verità della scienza oltre equivoci e falsi miti (Raffaello Cortina Editore, 192 pp, 17,10 €).

Le prove dell’accusa: cosa dicono i grandi studi

I sospetti dell’accusa prendono forma nell’Ottocento, con i primi rilievi sulle placche aterosclerotiche durante le autopsie e con gli esperimenti sugli animali in laboratorio. Ma è nel secolo scorso che l’ipotesi accusatoria si rafforza, grazie a tre grandi studi di popolazione:

  • Framingham Heart Study, in cui sono stati monitorati per decenni migliaia di cittadini di una comunità statunitense;
  • Seven Countries Study, condotto su circa 13mila persone in sette nazioni nel mondo;
  • progetto Monica dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), un monitoraggio internazionale.

I risultati di queste ricerche hanno confermato a livello globale che la riduzione del colesterolo è correlata a una diminuzione di infarto e ictus e, quindi, della mortalità. Una tesi sulla quale si sono fondate le linee guida internazionali emanate dalle più importanti società scientifiche, che stabiliscono i valori soglia di colesterolo a cui è opportuno conformarsi.

La tesi della difesa: il problema è davvero il colesterolo?

I difensori sottolineano, per contro, che la molecola è essenziale per la vita, utile per formare le membrane delle cellule, la vitamina D, alcuni ormoni sessuali e la bile, necessaria per la digestione dei grassi. Trovarla all’interno di una placca aterosclerotica non dimostra, secondo i difensori, che sia l’effettiva responsabile del danno: si tratta di una correlazione, non di una causalità. Osservare che «A è spesso presente quando si verifica B» non consente di concludere che «A provoca B»: sarebbe come constatare la presenza di ombrelli quando piove e dedurne che siano loro a provocare la pioggia.

In quest’ottica, la lesione sarebbe, dunque, causata non dalla molecola in sé, ma dall’infiammazione cronica della parete del vaso, dallo stress ossidativo e dalla presenza nell’organismo di altri elementi concomitanti, come diabete, ipertensione, sovrappeso o obesità, fumo.

Dieta, integratori o statine: come scegliere

Di fronte a queste due prospettive, anche il concetto di prevenzione assume significati diversi.

  1. Per l’accusa, la priorità è la tutela della salute pubblica: in presenza di un valore alterato, intervenire con una statina non è un eccesso, ma una scelta di prudenza per scongiurare lo sviluppo di patologie cardiovascolari, che rappresentano la prima causa di morte nel mondo occidentale.
  2. Per la difesa il rischio è, invece, quello di una progressiva medicalizzazione dei soggetti privi di malattia, fino a rendere sempre più sfumato il confine tra sano e malato: perciò sostiene sia meglio puntare su un’alimentazione a base di verdura e frutta, ricche di antiossidanti, e se necessario sull’uso mirato di nutraceutici come procianidine, glucosinolati, berberina o carotenoidi.

In ogni caso, superando il vecchio modello paternalistico, la decisione terapeutica dovrebbe scaturire da un dialogo informato tra il paziente e il medico di famiglia o lo specialista, nel segno di un approccio collaborativo
e di una responsabilità condivisa.

Paola Arosio

Giornalista professionista, firma di Repubblica, si occupa da anni di divulgazione scientifica. Ha collaborato con il Corriere della Sera e Il Sole 24 Ore Sanità. Ama molto i libri. Ne ha scritti anche alcuni. Il prossimo è in arrivo.
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