Le malattie infiammatorie croniche intestinali (malattia di Crohn e colite ulcerosa), anche dette MICI o IBD (Inflammatory Bowel Disease, in inglese), non sono più una rarità. I numeri crescono ogni anno e, secondo le stime più recenti, nei prossimi dieci anni potremmo arrivare a un caso ogni cento persone: cifre paragonabili a quelle della celiachia. Eppure molti pazienti aspettano mesi, a volte anni, prima di ricevere una diagnosi. Conoscere i fattori di rischio, riconoscere i segnali precoci e sapere quali esami richiedere può fare una differenza enorme.
Ne parliamo con la dottoressa Virginia Solitano, specialista in Gastroenterologia presso il Centro IBD per le Malattie Infiammatorie Croniche Intestinali dell’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano, diretto dal professore Silvio Danese, uno dei centri di riferimento europei per la diagnosi e la cura delle malattie infiammatorie croniche
intestinali.

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Malattie infiammatorie croniche intestinali: si possono prevenire o solo ridurne il rischio?
La risposta onesta è: non esiste ancora una prevenzione primaria in grado di azzerare il rischio di sviluppare una MICI. La predisposizione genetica gioca un ruolo importante e, su quella, non si può intervenire. Quello che la scienza ha identificato con chiarezza è un insieme di fattori ambientali e comportamentali che influenzano in modo significativo la probabilità di ammalarsi.
«Sappiamo che le MICI si sviluppano in soggetti geneticamente predisposti, quando l’ambiente esterno innesca una risposta immunitaria anomala verso il microbiota intestinale – spiega la dr.ssa Solitano -. Intervenire su quell’ambiente è la strada che oggi possiamo percorrere per ridurre il rischio, soprattutto nelle famiglie in cui la malattia è già presente». Prevenzione, quindi, non nel senso di una pillola da prendere o di uno screening da fare
a trent’anni, ma di scelte quotidiane che possono fare la differenza. Studi pubblicati su riviste ad alto impatto, come Gastroenterology nel 2025, indicano che la finestra prenatale e la prima infanzia rappresentano periodi critici in cui alcune esposizioni ambientali e possono modellare in modo duraturo il sistema immunitario e il microbiota intestinale, influenzando il rischio di sviluppare la malattia decenni più tardi.
La prima infanzia è caratterizzata da processi fisiologici dinamici come la maturazione del sistema immunitario e la colonizzazione microbica, tutti molto sensibili agli stimoli esterni. Alterazioni in questa fase possono compromettere la tolleranza immunitaria e spostare la traiettoria verso un’infiammazione intestinale cronica.
Quali fattori di rischio si possono modificare?
La lista è più lunga di quanto si pensi.
- Il fumo di sigaretta è tra i più documentati: aumenta il rischio di malattia di Crohn e ne peggiora il decorso nel tempo. Smettere di fumare, anche dopo anni, porta benefici concreti.
- L’alimentazione occidentale – ricca di zuccheri raffinati, grassi saturi, additivi e povera di fibre – altera la composizione del microbiota intestinale, riducendo la diversità batterica e indebolendo la barriera mucosale. Al contrario, una dieta con abbondante frutta, verdura, legumi e cereali integrali sembra avere un effetto protettivo. Avvicinarsi ai principi della dieta mediterranea è già un passo nella direzione giusta.
- «L’uso non necessario di antibiotici è un altro fattore spesso sottovalutato – sottolinea la specialista -. Gli antibiotici, soprattutto nelle prime fasi di vita, perturbano il microbiota in modo duraturo. Gli studi più recenti mostrano che l’esposizione ripetuta in utero può quasi raddoppiare il rischio di MICI nel bambino. Questo non significa evitare le terapie antibiotiche quando servono, ma non assumerle senza una precisa indicazione medica».
- Anche lo stress cronico merita attenzione: non causa direttamente la malattia, ma può modulare la risposta immunitaria intestinale e, nei soggetti predisposti, abbassare la soglia di innesco. Attività fisica regolare e sonno adeguato non sono solo buone pratiche generali ma, nel contesto delle MICI, hanno un senso fisiologico preciso.
- Un capitolo a parte riguarda l’inquinamento ambientale, ancora poco conosciuto dal grande pubblico. L’esposizione precoce a inquinanti atmosferici, metalli pesanti, pesticidi e sostanze chimiche persistenti come i PFAS – i cosiddetti “inquinanti eterni”, presenti in padelle antiaderenti, imballaggi alimentari e cosmetici – è stata associata in diversi studi a un rischio aumentato delle MICI .
Quali sintomi devono far sospettare una MICI?

Il problema delle MICI è che i loro sintomi iniziali sono spesso aspecifici, comuni a molte altre condizioni, e questo porta a ritardi diagnostici anche di due o tre anni. «I sintomi che devono mettere in allerta sono diarrea persistente da più di quattro settimane, sangue nelle feci, dolore addominale ricorrente e una stanchezza cronica sproporzionata rispetto allo stile di vita – elenca la dottoressa -. Il calo di peso involontario e la febbre di origine non spiegata sono altri segnali che non vanno mai trascurati».
Ci sono poi manifestazioni extraintestinali che, spesso, precedono i sintomi digestivi veri e propri: dolori articolari, lesioni cutanee come l’eritema nodoso, infiammazioni oculari come l’uveite. Molti pazienti vengono visitati prima da un reumatologo o un dermatologo, senza che nessuno pensi all’intestino. Anche fistole, ascessi e ragadi perianali ricorrenti possono essere la prima manifestazione di una malattia infiammatoria cronica e richiedono una valutazione specialistica tempestiva.
Quali esami sono fondamentali per una diagnosi rapida?
Il percorso diagnostico si è fatto molto più efficiente rispetto al passato. Il primo passo è spesso un esame del sangue con marcatori infiammatori abbinato alla calprotectina fecale, una proteina prodotta dai globuli bianchi intestinali che risulta elevata in presenza di infiammazione della mucosa. Un valore alto è un segnale forte che serve un approfondimento. «L’ecografia intestinale è uno strumento prezioso: non invasivo, ampiamente disponibile, capace di visualizzare l’ispessimento delle pareti intestinali già in una fase precoce – spiega la dr.ssa Solitano -. È spesso il primo esame strumentale che richiediamo e, nelle mani di un operatore esperto, fornisce informazioni molto utili per orientare il percorso successivo».
La diagnosi definitiva richiede quasi sempre l’endoscopia con biopsie della mucosa. Per la malattia di Crohn, si aggiunge spesso una risonanza magnetica dell’intestino tenue per escludere complicanze come stenosi o fistole. Nei centri MICI specializzati, la ricerca sta lavorando per identificare una fase preclinica – biologicamente già attiva ma ancora priva di sintomi – in cui intervenire precocemente. «Non siamo ancora in grado di offrire percorsi di sorveglianza strutturata per i familiari sani, ma è l’obiettivo verso cui la comunità scientifica sta lavorando con urgenza crescente – prosegue. Chi ha un familiare di primo grado con MICI può intanto rivolgersi a un centro specializzato per una valutazione approfondita e per essere informato sugli studi in corso a cui potrebbe partecipare».
Le novità terapeutiche che stanno cambiando la gestione delle MICI
Il panorama terapeutico delle MICI si è arricchito enormemente negli ultimi anni. I farmaci biologici di prima generazione – i bloccanti del TNF come infliximab e adalimumab – restano un pilastro fondamentale. A questi si sono aggiunti gli anti-integrine e gli inibitori dell’interleuchina 23.
Più recentemente sono arrivate le “piccole molecole” somministrabili per via orale, come i JAK inibitori e i modulatori del recettore sfingosina-1-fosfato, un vantaggio concreto per la qualità di vita dei pazienti. «La frontiera più promettente sono le terapie di combinazione e gli anticorpi bispecifici, in grado di bloccare due bersagli infiammatori nello stesso momento. L’obiettivo è superare il cosiddetto tetto terapeutico che caratterizza le terapie attuali, combinando più meccanismi d’azione – conclude Solitano. Il cambiamento più importante, però, è di prospettiva: la qualità della vita è diventata un obiettivo terapeutico a tutti gli effetti. Oggi, il paziente viene osservato in modo molto più completo: consideriamo la stanchezza, la qualità del sonno, la capacità di lavorare e di avere relazioni normali. Le MICI restano malattie croniche, ma con le terapie giuste e una diagnosi precoce si può davvero tornare a una vita normale».
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A cura di OK Promotion




