«Ho iniziato ad avvertire i primi disturbi intestinali ai tempi dell’università, ormai una decina d’anni fa. C’erano giorni in cui dovevo correre spesso in bagno, altri in cui soffrivo di stitichezza. Mi sentivo spesso gonfio dopo mangiato, indipendentemente da ciò che portavo in tavola, e tante volte la pancia mi faceva male senza apparente motivo». Simone, che oggi ha 32 anni e vive a Biella con la sua compagna Daria, racconta così i primi segnali della malattia di Crohn, una patologia infiammatoria cronica intestinale, che di frequente esordisce con sintomi sfumati, sovrapponibili a quelli causati da condizioni gastrointestinali comuni, come l’intestino irritabile. E che, per questo motivo, può restare non diagnosticata per mesi o addirittura anni.
«Per tanto tempo ho normalizzato il dolore e le alterazioni intestinali pensando di avere semplicemente un intestino “sensibile” e di conseguenza ho imparato a conviverci», continua Simone nel racconto inviato alla redazione di OK Salute. «All’epoca ero anche molto giovane, un po’ mi vergognavo ad affrontare l’argomento coi miei genitori o col medico di famiglia, un po’ mi ero convinto che lo stress per gli studi condizionasse molto il mio intestino, che consideravo a tutti gli effetti il mio tallone d’Achille».
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Perché la malattia di Crohn può essere confusa con l’intestino irritabile?
Confondere la malattia di Crohn con la sindrome dell’intestino irritabile è una dinamica frequente soprattutto nelle persone giovani, nelle quali i sintomi vengono spesso attribuiti ad ansia e stress, come nel caso di Simone. «Anche perché ci sono effettivamente dei sintomi sovrapponibili, almeno nelle fasi iniziali: dolori addominali crampiformi, diarrea, gonfiore, alterazioni dell’alvo, che si manifestano con episodi di diarrea alterati a momenti di stitichezza», spiega Giovanni Squadrito, Membro del Consiglio direttivo della Società Italiana di Medicina Interna (SIMI).
Eppure, le due condizioni sono ben distinte: quello dell’intestino irritabile è un disturbo funzionale e benigno, che non comporta lesioni organiche, mentre la malattia di Crohn è una patologia infiammatoria cronica che può danneggiare l’intestino e, per questo motivo, richiede diagnosi tempestiva, monitoraggio clinico e terapie specifiche. Diventa fondamentale, quindi, riconoscerne i campanelli d’allarme.
I sintomi della malattia di Crohn da non ignorare
«Finché avevo “solo” disturbi gastrointestinali sono riuscito a gestire la situazione come meglio potevo, facendo sì che le mie abitudini ruotassero attorno ai sintomi. Magari raggiungevo gli amici dopo cena, così da evitare il pasto fuori casa, o controllavo sempre dove fosse il bagno più vicino ovunque andassi», prosegue Simone. «Quando, però, ho iniziato a perdere peso, pur continuando a mangiare come sempre, e a sentirmi sempre privo di forze ho capito che dietro c’era dell’altro e mi sono deciso a farmi vedere». E dopo alcuni accertamenti, è arrivata la diagnosi di malattia di Crohn.
Ci sono, infatti, segnali che meritano attenzione e che dovrebbero spingere il paziente a parlarne con il medico. Come spiega il prof. Squadrito, questi sono:
- diarrea cronica (episodi ricorrenti o che persistono per settimane);
- dolori addominali crampiformi anche di notte;
- sangue nelle feci;
- febbre (anche non elevata);
- perdita di peso inspiegabile;
- anemia;
- stanchezza continua.
La presenza di sangue nelle feci non va mai banalizzata: può avere cause diverse, anche del tutto benigne, ma rimane un sintomo che necessita di approfondimento. Così come la perdita di peso non legata a modificazioni alimentari o dello stile di vita e la spossatezza cronica, che può essere collegata ad anemia o infiammazione sistemica. Anche la febbre – o più frequentemente febbriciattola – è un campanello d’allarme, soprattutto se associata a diarrea cronica e dolori addominali.
Quando rivolgersi al medico
La maggior parte dei problemi gastrointestinali non nasconde patologie gravi ma – continua lo specialista – quando i sintomi persistono, cambiano di intensità o compaiono altri segnali d’allarme, è sempre importante approfondire. Il primo passo è parlarne con il medico di famiglia, che può valutare la situazione clinica e prescrivere eventuali esami di primo livello prima di indirizzare il paziente dal gastroenterologo per successivi accertamenti.
«La diagnosi di Crohn viene infatti effettuata attraverso esami non invasivi e invasivi», dice il professor Squadrito. Quelli non invasivi si basano sulla ricerca della calprotectina nelle feci e su esami strumentali, come l’ecografia delle anse intestinali, la risonanza magnetica, la tomografia computerizzata; l’esame invasivo è quello endoscopico, ossia l’ileocolonscopia con esecuzione di biopsia, che permette di prelevare tessuto utile per analisi istologica».
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