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Scompenso cardiaco, il prof. Metra: «Affatica anche il cervello, non soltanto il cuore»

Difficoltà di attenzione, memoria e organizzazione riguardano circa quattro pazienti su dieci con scompenso cardiaco e possono compromettere l’aderenza alle cure. Ne parliamo con il professor Marco Metra, direttore dell’Unità Operativa di Cardiologia Clinica e Interventistica dell’IRCCS Ospedale San Raffaele

Dimenticare una compressa. Confondere i dosaggi. Non ricordare l’appuntamento di controllo. Sentirsi improvvisamente in difficoltà davanti al portapillole settimanale che fino a pochi mesi prima si gestiva senza pensarci. Nella maggior parte dei casi si dà la colpa all’età. Ma in un paziente con scompenso cardiaco questi segnali meritano un’attenzione in più: fra cuore e cervello esiste un legame forte e documentato, con conseguenze molto concrete sulla vita quotidiana, sulla riuscita delle cure e sulla prognosi.

Scompenso cardiaco: cos’è e quali sono i primi sintomi

Professore, partiamo dalle basi. Che cos’è esattamente lo scompenso cardiaco?

«È la condizione in cui il cuore non riesce a svolgere in maniera adeguata la propria funzione di pompa, e quindi a garantire all’organismo la quantità di sangue e di ossigeno di cui ha bisogno, oppure riesce a farlo soltanto a costo di un aumento delle pressioni al suo interno. Non è una singola malattia, ma una sindrome: è il punto di arrivo di tutte le patologie cardiovascolari e può svilupparsi dopo un infarto, in conseguenza di una cardiopatia congenita, di una malattia delle valvole cardiache, di ipertensione arteriosa e, in generale, di ogni condizione in grado di compromettere il funzionamento del cuore».

Quali sono i sintomi a cui prestare attenzione?

«All’inizio possono essere poco specifici, ed è questo che ne ritarda il riconoscimento: il fiato corto, soprattutto durante uno sforzo o da sdraiati, una stanchezza insolita, la riduzione della capacità di fare cose che prima non creavano difficoltà, il gonfiore alle gambe e alle caviglie dovuto all’accumulo di liquidi. Nei casi più avanzati ogni minimo movimento diventa impegnativo. Riconoscere precocemente questi segnali è decisivo, perché oggi abbiamo molte possibilità terapeutiche che migliorano la prognosi, riducono le ospedalizzazioni e controllano i sintomi: farmaci che alleggeriscono il lavoro del cuore, contrastano l’accumulo di liquidi e rallentano la progressione della malattia; dispositivi impiantabili come pacemaker e/o defibrillatori automatici; procedure, oggi in gran parte percutanee, quando alla base c’è una patologia delle valvole o delle coronarie; fino alle terapie avanzate nei casi più gravi».

Scompenso cardiaco e declino cognitivo: perché cuore e cervello sono collegati

Veniamo al tema nuovo. Perché, parlando di scompenso cardiaco, si parla anche di cervello?

«Perché una quota importante di questi pazienti presenta anche una compromissione delle funzioni cognitive. Una recente metanalisi pubblicata su Heart, Lung and Circulation, che ha raccolto venticinque studi e oltre dodicimila pazienti anziani con scompenso, indica una prevalenza di decadimento cognitivo del 43 per cento, con valori che salgono quasi al 50 per cento oltre gli ottant’anni. Sono numeri molto superiori a quelli della popolazione generale di pari età, e tuttavia il problema resta largamente sottovalutato nella pratica clinica quotidiana».

«Attenzione però: quando parliamo di compromissione cognitiva non dobbiamo pensare automaticamente alla demenza o alla malattia di Alzheimer. Nella maggior parte dei casi si tratta di disturbi molto più sfumati: una maggiore difficoltà a mantenere l’attenzione, a ricordare informazioni, a pianificare un’attività o a prendere decisioni. Sono capacità che utilizziamo continuamente nella vita quotidiana e che possono ridursi senza che il paziente o i familiari se ne rendano subito conto».

Non potrebbe essere semplicemente l’età?

«L’età conta, certamente: scompenso e difficoltà cognitive diventano entrambi più frequenti con il passare degli anni. Proprio per questo è importante non cadere in due errori opposti: non attribuire automaticamente allo scompenso qualsiasi difficoltà di memoria, ma nemmeno liquidare ogni cambiamento come una conseguenza inevitabile dell’invecchiamento. Il paziente con scompenso è spesso un paziente complesso: vanno valutate insieme l’età, la gravità della malattia cardiaca, i fattori di rischio e le altre patologie associate. È esattamente il tipo di lettura d’insieme che il cardiologo deve fare nella sua pratica quotidiana».

Perché lo scompenso cardiaco può compromettere memoria e attenzione

donna anziana che guarda confusa un tablet
Perché lo scompenso cardiaco può compromettere memoria e attenzione – www.ok-salute.it

Che cosa lega, sul piano dei meccanismi, il cuore al cervello?

«Il collegamento più intuitivo è il flusso di sangue: se il cuore non pompa in maniera sufficientemente efficace, anche il cervello può ricevere meno sangue di quanto gli serva. Ma la riduzione della perfusione cerebrale non è l’unico meccanismo. Entrano in gioco la malattia aterosclerotica dei vasi, piccoli eventi ischemici o microembolici cerebrali, l’infiammazione, la disfunzione dell’endotelio».

Non si tratta quindi soltanto di «meno sangue al cervello». Nello scompenso diversi fattori si sommano e insieme rendono il cervello più vulnerabile, contribuendo nel tempo a difficoltà di memoria, attenzione e organizzazione.

E il rapporto funziona anche nella direzione opposta?

«Sì, ed è un aspetto altrettanto importante. Le difficoltà cognitive rendono più complicato curare correttamente lo scompenso, perché questa malattia richiede un ruolo attivo del paziente: assumere molti farmaci negli orari corretti, controllare sistematicamente la pressione arteriosa e il peso corporeo, riconoscere un peggioramento dei sintomi e sapere quando rivolgersi al medico».

«Anche una compromissione iniziale ha conseguenze concrete: si dimentica una terapia, si confondono i dosaggi, si fatica a riconoscere un cambiamento delle proprie condizioni. Per questo la funzione cognitiva non è un elemento secondario: condiziona l’aderenza alle cure, l’autonomia del paziente e, attraverso queste, la sua prognosi».

I segnali di un possibile declino cognitivo da non sottovalutare

Quali sono i segnali che devono far alzare l’antenna?

«Non ogni dimenticanza deve destare preoccupazione. Più significativo è osservare un cambiamento rispetto alle capacità abituali della persona. Se qualcuno che fino a poco tempo prima gestiva autonomamente farmaci, appuntamenti e attività quotidiane comincia a commettere ripetutamente errori, appare più disorientato o incontra difficoltà nuove nell’organizzazione, è importante riferirlo e non aspettare il controllo successivo». È qui che il ruolo dei familiari diventa decisivo: spesso sono le persone che vivono accanto al paziente le prime ad accorgersi di un cambiamento.

Che cosa si osserva Perché conta
Facile affaticabilità, difficoltà a svolgere attività quotidiane prima svolte senza limitazioni Possono essere sintomi di scompenso cardiaco
Gonfiore alle caviglie e alle gambe, incremento di peso Possono indicare un accumulo di liquidi, meccanismo tipico dello scompenso
Errori ripetuti con i farmaci (dosi saltate, doppie assunzioni, confusione fra scatole), appuntamenti ed esami dimenticati, difficoltà nuove con conti, spesa o uso del telefono Indicano una compromissione delle funzioni cognitive

Come gestire lo scompenso quando ci sono anche difficoltà cognitive

Che cosa cambia, concretamente, portando il problema in ambulatorio?

«Cambia molto. Il cardiologo può riconoscere la difficoltà con strumenti semplici e rapidi, inquadrarla alla luce della malattia cardiaca e soprattutto adattare la cura alla persona: semplificare lo schema terapeutico, ridurre il numero di somministrazioni giornaliere, rendere più chiare le istruzioni, coinvolgere in modo strutturato un familiare, programmare controlli più ravvicinati. Sono interventi apparentemente piccoli che cambiano la storia clinica di un paziente».

«Negli ambulatori dedicati allo scompenso, come quello del San Raffaele, questa attenzione fa parte della presa in carico ordinaria: vediamo pazienti con più malattie contemporaneamente, terapie articolate, storie di ricoveri ripetuti, e valutiamo insieme cuore e comorbilità nella stessa visita, ricorrendo a ulteriori valutazioni specialistiche ogni volta questo si renda necessari».

Curare il cuore può aiutare a proteggere anche il cervello?

Curare meglio il cuore può proteggere anche il cervello?

«È una delle domande più affascinanti aperte dalla ricerca e la risposta oggi richiede prudenza: non disponiamo di una terapia dello scompenso prescrivibile con l’indicazione specifica di prevenire il declino cognitivo. Ci sono però segnali interessanti e, soprattutto, sappiamo quanto sia importante controllare i fattori che danneggiano contemporaneamente cuore e cervello: ipertensione, diabete, fibrillazione atriale, sedentarietà e più in generale il rischio cardiovascolare».

Il messaggio da portare a casa?

«Quello della prevenzione, che comincia molto prima della comparsa dello scompenso: attività fisica regolare, alimentazione equilibrata, niente fumo, controllo di peso, pressione arteriosa, colesterolo e diabete. Sono gli stessi fattori coinvolti nella salute del cervello. Prendersi cura del proprio cuore non significa proteggere un singolo organo: significa preservare più a lungo l’autonomia e la qualità della vita. E quando qualcosa cambia – nel respiro, nelle gambe o nella memoria – la prima porta a cui bussare è quella del proprio medico e dello specialista».

grafico scompenso cardiaco e decadimento cognitivo
Prevalenza della compromissione cognitiva nei pazienti anziani con scompenso cardiaco: stima complessiva e per fascia di età (percentuali e intervalli di confidenza al 95%). Fonte: Cognitive Impairment Amongst Older Adults With Heart Failure: A Global Pooled Meta-Analysis. Heart, Lung and Circulation 2026;35(6):832-844 (25 studi, 12.112 pazienti) – www.ok-salute.it

A cura di OK Promotion

Il nostro specialista

Marco Metra

Cardiologo

Marco Metra è direttore dell’Unità Operativa di Cardiologia Clinica e di Cardiologia Interventistica dell’IRCCS Ospedale San Raffaele. È stato Presidente della Heart Failure Association della European Society of Cardiology (ESC) ed è membro del Comitato Direttivo dell’ESC. Ha diretto per otto anni l’European Journal of Heart Failure e ha coordinato le linee guida ESC sullo scompenso cardiaco nel 2021 e nel 2023. È autore di più di 1.300 pubblicazioni scientifiche e si occupa da anni di scompenso cardiaco acuto e cronico, dalla terapia medica alle terapie avanzate.

Marco Metra
Il Marco Metra visita ed opera presso IRCCS Ospedale San Raffaele
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