Salute

Mancanza di ferro: tutto quello che devi sapere

È il minerale indispensabile per ossigenare l’organismo. Eppure l’anemia è la principale carenza nutrizionale al mondo

Sono sempre stanca, pur dormendo di notte. Ormai ho anche rinunciato a fare sport perché mi affatico troppo, ma sarà normale, con due figli, un lavoro, i mestieri di casa e tutto il resto…». Posto che i ritmi stressanti di oggi possono in effetti stancare molto, prima di rassegnarsi a una vita caratterizzata dalla spossatezza, e, quel che è peggio, rischiare col tempo di andare incontro a seri problemi di salute, sarebbe bene controllare che i livelli di ferro nel sangue siano sufficienti. La mancanza di ferro può essere la causa di tutti questi problemi.

Perché il ferro è così importante?

«Il ferro è un elemento fondamentale perché interviene nella sintesi, cioè nella produzione dell’emoglobina. È la proteina presente nei globuli rossi che, attraverso la circolazione sanguigna, trasporta l’ossigeno, indispensabile per mantenere le funzioni vitali, dai polmoni ai vari tessuti corporei. Inoltre nel viaggio di ritorno, smaltisce l’anidride carbonica di scarto. L’assenza di ferro e di emoglobina sarebbe dunque, semplicemente, incompatibile con la vita». Alessandro Colletti lavora al dipartimento di scienza e tecnologia del farmaco dell’Università degli Studi di Torino ed è segretario nazionale della Società italiana di formulatori in nutraceutica.

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Tra i microelementi è il più presente 

Tra i microelementi, o oligolementi, ossia quei sali minerali essenziali che si trovano in piccole quantità nel corpo umano, il ferro è una delle sostanze presenti in misura maggiore, con un quantitativo complessivo che va dai 4 ai 6 grammi. Circa un terzo è contenuto nei globuli rossi, mentre il resto è distribuito tra globuli bianchi, muscoli, midollo osseo e fegato, e una piccola parte viene immagazzinata come riserva.

Mancanza di ferro: in quali cibi si trova?

Per compensare le perdite fisiologiche che avvengono attraverso urine, feci, sudore, desquamazione delle cellule e mantenere così corretti livelli nell’organismo, il ferro viene quotidianamente integrato attraverso l’alimentazione.

«Gli alimenti più ricchi sono quelli di origine animale, come frattaglie, fegato, carne rossa in genere e frutti di mare. Questi cibi contengono mediamente dai 3 ai 10 milligrammi di ferro eme ogni 100 grammi di alimento. È quello più biodisponibile (si parla di una biodisponibilità del 30-40%) e assorbibile perché si lega direttamente all’emoglobina e alla mioglobina». «Anche gli alimenti vegetali contengono ferro (soprattutto verdura a foglia verde, radicchio, legumi, cacao). Il problema è che è in forma non-eme, con una biodisponibilità di circa il 5% e un quantitativo medio di ferro di 1-5 milligrammi ogni 100 grammi di alimento».

Cibi che favoriscono e cibi che “combattono” l’assorbimento

Non bisogna poi dimenticare che alcune sostanze favoriscono l’assorbimento del ferro, come gli agrumi (limoni, arance, pompelmi), molto ricchi di vitamina C, che creano un ambiente acido favorevole al ferro. Altre invece lo riducono, come i fitati e le fibre (contenuti in legumi e cereali integrali), il calcio (contenuto nei latticini), l’acido tannico e i polifenoli (tè, cioccolato, caffè). A interferire sull’assorbimento sono anche il calore, motivo per cui la bistecca andrebbe mangiata poco cotta.

Attenzione ad alcuni farmaci

Anche alcuni farmaci, soprattutto gli inibitori di pompa protonica usati in caso di ulcere, gastriti e reflusso gastroesofageo, quelli antinfiammatori non steroidei e alcuni antibiotici come penicilline e tetracicline possono interferire. «Naturalmente non si devono escludere dalla dieta gli alimenti che competono con il ferro, utilissimi sotto altri aspetti nutrizionali. È però importante centrare gli accoppiamenti corretti». «Quando mangio carne, quindi, la condirò o la marinerò nel limone ed eviterò di inserire nello stesso pasto legumi, latticini o cereali integrali. Cercherò anche di non bere il caffè immediatamente alla fine di un pasto ricco di ferro».

Mancanza di ferro: il fabbisogno di ferro varia  

La dose giornaliera raccomandata di ferro è differente per l’uomo e la donna, ma soprattutto cambia nelle varie fasi della vita. Le Linee guida sui livelli di assunzione raccomandati dei nutrienti (Larn) indicano che:

  • nella prima infanzia l’assunzione consigliata è di 7 milligrammi al giorno,
  • nei bambini fino ai tre anni di 9 mg fino ai 10 anni,
  • di 12 milligrammi durante l’adolescenza, sia per i ragazzi che per le bambine prima della comparsa delle mestruazioni.
  • Negli adulti la dose raccomandata media in un uomo sano è di circa 10 milligrammi al giorno, mentre per la donna in età fertile sale a 18 milligrammi, proprio a causa delle mestruazioni.
  • In gravidanza il fabbisogno aumenta notevolmente, arrivando a 27 milligrammi al giorno. Questo per rispondere alle richieste di ferro dell’organismo impegnato nello sviluppo della placenta e del sistema immunitario e cerebrale del feto.
  • La terza età vede un riavvicinamento nel fabbisogno dei due sessi (non avendo più le donne perdite ematiche rilevanti), che si attesta intorno ai 10 milligrammi.

Mancanza di ferro: anemica una persona su quattro  

La carenza di ferro, se importante e protratta nel tempo, può determinare l’anemia detta sideropenica (dal latino sìderos, ferro, e penìa, povertà), o da carenza marziale, perché un tempo si associava questo metallo al dio Marte.

Rappresenta il disturbo nutrizionale più diffuso al mondo. Colpisce il 24,8% della popolazione globale, quindi ben 1,62 miliardi di persone, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità. Il problema è talmente importante da aver reso necessario istituire dal 2015 una Giornata della carenza di ferro (Iron Deficiency Day). Si celebra ogni anno il 26 novembre, con l’obiettivo di aumentare la consapevolezza sul ruolo di questo oligoelemento.

Mancanza di ferro: quali sono le conseguenze?

«L’anemia di natura carenziale, assolutamente da non confondersi con le forme microcitemiche di natura genetica, come l’anemia mediterranea (o talassemia), provoca una riduzione patologica dell’emoglobina e una conseguente ridotta capacità del sangue di trasportare ossigeno al cuore, al cervello, ai muscoli». Antonio Amato è specialista in ematologia, già direttore del Centro Studi Microcitemie di Roma. «L’apporto ridotto di ossigeno causa generalmente:

  • astenia (mancanza di forza),
  • affaticamento,
  • cefalee frequenti e prolungate,
  • perdita di concentrazione,
  • calo delle prestazioni,
  • irritabilità,
  • vulnerabilità alle infezioni,
  • fragilità delle unghie,
  • perdita dei capelli.

Nelle forme più gravi anche:

  • dispnea (difficoltà respiratorie),
  • alterazioni cardiocircolatorie che possono determinare scompensi cardiaci, soprattutto in persone malate e anziane,
  • fenomeni acuti come sincopi».

Le cause della carenza di ferro

Tra i vari fattori che predispongono a una carenza di ferro, i principali sono:

Apporto insufficiente

È la forma di carenza dovuta a una dieta inadeguata. Nonostante i Paesi industrializzati dispongano di abbondanti fonti di approvvigionamento, alcune condizioni possono portare a un introito insufficiente di ferro. Gli esempi tipici sono regimi alimentari estremi finalizzati alla perdita di peso, diete strettamente vegetariane o vegane o qualora non vengano considerate le fasi della vita in cui il fabbisogno di ferro aumenta.

Assorbimento inadeguato

Alcune condizioni cliniche determinano un ridotto assorbimento di ferro, come nel caso di:

  • diarrea cronica,
  • celiachia,
  • steatorrea intestinale (presenza di grassi non assorbiti nelle feci),
  • malattie infiammatorie croniche intestinali che interessano zone deputate all’assorbimento, come il morbo di Crohn,
  • nei pazienti che hanno subito interventi chirurgici con resezioni di parti dello stomaco.

Perdita eccessiva e protratta

Nelle donne adulte le anemie carenziali sono legate nella maggior parte dei casi a fenomeni prolungati di ipermenorrea, cioè mestruazioni molto abbondanti. Questo disturbo interessa il 10-30% circa dell’universo femminile. Nei maschi questa condizione è invece di solito correlata a emorragie, più o meno occulte, causate da problematiche gastroenteriche come:

  • ulcere gastriche e duodenali,
  • gastriti erosive,
  • disturbi del grosso intestino o del colon (come poliposi sanguinanti o diverticoliti),
  • oltre che alle patologie del plesso emorroidario
  • o, naturalmente, a emorragie dovute a interventi o ferite.

La situazione negli anziani 

«Negli anziani è importante prestare particolare attenzione alle forme di anemia carenziale. Possono infatti essere un campanello d’allarme di problematiche del grosso intestino e dello stomaco, anche di natura neoplastica, che provocano emorragie». Altre fonti di sanguinamento non gastrointestinale si possono trovare a livello polmonare, nel caso di polmoniti o broncopolmoniti con emottisi (cioè emissione di sangue con lo sputo), o a livello renale in caso di infiammazioni renali croniche, tumori del rene, dell’uretra o della vescica, che portano all’ematuria (presenza di sangue nelle urine).

Mancanza di ferro: un problema sottovalutato  

«La carenza di ferro, con o senza anemia, ha un impatto importante sulla qualità della vita lavorativa, relazionale, sportiva, a causa delle conseguenze debilitanti». «Purtroppo però questa condizione, pur essendo generalmente conosciuta, viene talvolta considerata come un fatto para-fisiologico (in altri termini, “normale”). La conseguenza è che il fenomeno è poco diagnosticato e che vengono sottovalutate ampiamente le implicazioni di salute».

Eppure si tratta di un disturbo facilmente identificabile con un esame del sangue emocromocitometrico, che valuta:

  • quantità e qualità dei globuli rossi (emocromo), cioè il tasso di emoglobina. I limiti minimi stabiliti dall’Oms sono di 12 grammi per decilitro nelle donne e di 13,4 negli uomini,
  • la sideremia, cioè la concentrazione di ferro circolante nel sangue (i cui valori standard variano a seconda del sesso),
  • la ferritina (ovvero il cosiddetto ferro di deposito, che riflette la quantità di riserve di ferro presenti nell’organismo e i cui valori considerati normali sono fra 30 e 300 nanogrammi per millilitro),
  • la saturazione della transferrina (che trasporta il ferro nel sangue, il cui tasso di saturazione normale è di circa il 30%).

Dall’interpretazione di questi test si può arrivare a una diagnosi e poi a una corretta terapia.

Mancanza di ferro: come integrare  

Una volta diagnosticata la carenza marziale, lo specialista consiglierà al paziente l’integrazione più adatta. «A seconda dei casi, oltre ai consigli dietetici, verranno suggerite terapie piuttosto lunghe, dai tre ai quattro mesi, a base di:

  • integratori che generalmente si trovano in associazione con sostanze che favoriscono l’assorbimento di ferro (vitamina C, acido folico, vitamina B6 e B12),
  • farmaci, sotto forma di sali organici ferrosi, come solfato, succinato, fumarato, gluconato o lattato, che contengono dosaggi di ferro più alti».

Tuttavia, alle volte questi prodotti danno effetti collaterali quali diarrea, stitichezza, nausea, vomito, dolori addominali e colorazione nera delle feci, che possono limitare l’aderenza alla terapia.

Per chi soffre di problemi intestinali

«Alle persone che soffrono particolarmente di discomfort intestinali si consiglia di ridurre il singolo dosaggio giornaliero aumentando il numero di assunzioni e di assumere il prodotto a stomaco pieno, operazione che riduce in parte l’assorbimento del ferro, ma che rende l’integrazione più sopportabile per il paziente».

Fondamentale, in ogni caso, è evitare il fai-da-te. Poiché il ferro è una sostanza che a dosaggi sbagliati può essere tossica per l’organismo, bisogna affidarsi agli specialisti della salute (medici, farmacisti), attenendosi scrupolosamente alle dosi consigliate e sottoponendosi regolarmente ai controlli per verificare se i livelli di ferro sono tornati nella norma.

Il contrario: l’emocromatosi  

Se è vero che la carenza di ferro può provocare problemi anche seri di salute, è vero anche che un suo eccesso determina condizioni altrettanto severe, se non di più. La patologia che meglio rappresenta questa situazione è l’emocromatosi costituzionale. Si tratta di una malattia ereditaria che colpisce più frequentemente gli uomini, caratterizzata da una mutazione genetica del gene Hfe regolatore del metabolismo del ferro.

A causa di questo disordine genetico, l’organismo non dispone del segnale di blocco dell’assorbimento di ferro al raggiungimento di quote di deposito adeguate. Va quindi incontro a un progressivo accumulo del minerale.

«Il ferro in eccesso, di per sé una sostanza tossica, si deposita nel pancreas, nel cuore, nei surreni, nel fegato, che a un certo punto iniziano a danneggiarsi e possono insorgere patologie gravi come:

  • cirrosi epatica,
  • diabete,
  • scompenso cardiaco,
  • aritmie,
  • artropatie,
  • patologie neoplastiche».

«A eccezione dell’emocromatosi di tipo 2, caratterizzata da insorgenza precoce e severa, generalmente la sintomatologia dell’emocromatosi è:

  • colorazione della pelle, che acquista tonalità bronzee,
  • stanchezza,
  • dolori articolari,
  • perdita della libido,
  • dolori addominali,
  • diabete,
  • aumento di volume del fegato,
  • livelli esagerati di ferritina nel sangue.

Fa la sua comparsa solo dopo i 40-50 anni di età. Una volta diagnosticata la malattia, la terapia si basa sulla rimozione del ferro in eccesso attraverso la flebotomia (il cosiddetto salasso) o terapie a base di farmaci ferrochelanti in grado di facilitarne l’eliminazione attraverso le urine e le feci».

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