Salute

Davvero servono 10 ore di sport a settimana per proteggere il cuore? Lo studio che divide gli esperti

Un'indagine su 17.000 adulti rivela che chi parte da una condizione di forte sedentarietà deve faticare fino a 50 minuti in più rispetto a chi è già allenato. La comunità scientifica però frena: «Obiettivo irrealistico per la popolazione»

Non siamo tutti uguali davanti allo sport, soprattutto quando si parla di proteggere il cuore. Chi è meno allenato o parte da una condizione di profonda sedentarietà deve fare da 30 a 50 minuti di attività fisica in più alla settimana rispetto a chi è già in forma per ottenere la medesima riduzione del rischio cardiovascolare.

È la conclusione a cui è giunto un imponente studio epidemiologico pubblicato nel 2026 sul British Journal of Sports Medicine, che ridefinisce il rapporto tra intensità dell’allenamento, forma fisica di partenza e prevenzione di infarti, ictus e aritmie. La ricerca solleva un dibattito cruciale per la salute pubblica: le attuali linee guida universali sono davvero sufficienti per tutti?

Il verdetto dei tracker: quanto sport serve davvero?

I ricercatori hanno analizzato i dati di oltre 17.000 adulti (di età compresa tra i 40 e i 69 anni) estratti dalla colossale banca dati medica UK Biobank. I partecipanti sono stati sottoposti a un test preliminare sulla cyclette per calcolare il loro livello di idoneità cardiorespiratoria basale (il cosiddetto VO2max, ovvero il massimo consumo di ossigeno) e hanno indossato un tracker di movimento per una settimana per registrare i reali livelli di sforzo quotidiano.

I soggetti sono stati seguiti per una media di otto anni, durante i quali sono stati registrati oltre 1.200 eventi cardiovascolari, tra cui infarti del miocardio, ictus, fibrillazione atriale e scompenso cardiaco. I dati emersi incrociano i minuti di allenamento con i reali benefici protettivi sul cuore:

  • La soglia minima (150 minuti): raggiungere le due ore e mezza di attività moderata o vigorosa alla settimana (come prescritto dall’OMS e dal Ministero della Salute in Italia) garantisce una riduzione del rischio cardiovascolare dell’8-9%, indipendentemente da quanto si sia allenati.
  • L’obiettivo 20%: per tagliare il rischio di un quinto, chi è in forma ha bisogno di 340 minuti a settimana; chi è fuori forma deve salire a 370 minuti (30 minuti in più).
  • L’obiettivo ottimale (oltre il 30%): per abbattere il rischio di oltre un terzo, i soggetti più atletici necessitano di 9 ore e venti minuti (560 minuti), mentre i più sedentari devono sfiorare le 10 ore e dieci minuti (610 minuti), con un divario di ben 50 minuti extra a settimana.

Il focus italiano: la sfida della sedentarietà e l’impatto sul SSN

un ragazzo lavora al computer sdraiato sul divano
Il focus italiano la sfida della sedentarietà e l’impatto sul SSN

Il messaggio scientifico mette in luce quella che gli studiosi definiscono la “sfida più ripida” per le popolazioni decondizionate. In Italia, secondo gli ultimi dati epidemiologici dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS), circa un adulto su tre non svolge una quantità sufficiente di attività fisica nella vita quotidiana.

Mentre l’approccio americano e britannico tende a concentrarsi su soluzioni individuali, calare questa ricerca nella realtà italiana significa comprendere l’enorme risparmio economico e sociale per il nostro Sistema Sanitario Nazionale (SSN). Sulla falsariga delle stime fornite da Sport England, l’incremento dell’attività motoria nella popolazione italiana agirebbe come un farmaco di massa a costo zero, in grado di prevenire centinaia di migliaia di casi di diabete di tipo 2, depressione, ipertensione e demenza senile, patologie che oggi assorbono una fetta enorme della spesa sanitaria pubblica.

Il dibattito: 10 ore a settimana sono un messaggio sbagliato?

La pubblicazione dello studio ha immediatamente diviso la comunità scientifica internazionale. Sebbene sia assodato che “più ci si muove, meglio è”, imporre un traguardo di oltre 9 o 10 ore di attività fisica alla settimana (pari a circa 1 ora e 20 minuti al giorno) viene considerato da molti scienziati un messaggio di salute pubblica fuorviante e scoraggiante per la popolazione generale.

Il professor Aiden Doherty, docente di informatica biomedica all’Università di Oxford, ha frenato gli entusiasmi in una dichiarazione rilasciata ai media: «Non possiamo dare troppo peso alla cifra di 560-610 minuti. È evidente che fare più di un’ora di sport al giorno porti benefici, ma non è un messaggio sostenibile per la popolazione generale. I cittadini devono continuare a puntare all’obiettivo realistico dei 150 minuti a settimana: ogni singolo movimento conta».

Le future linee guida ministeriali dovranno quindi essere probabilmente differenziate: da un lato definire il “volume minimo” per garantire un margine di sicurezza di base, dall’altro personalizzare i volumi di allenamento per chi necessita di una protezione cardiovascolare ottimale. Niente panico, dunque, per chi fa fatica a scendere dal divano: per iniziare a proteggere le arterie, basta una passeggiata a passo svelto di venti minuti al giorno, purché sia costante.

Studi scientifici di riferimento e fonti ufficiali

Per approfondire, ecco i canali ufficiali e le ricerche su cui si basa questo articolo:

  • British Journal of Sports Medicine (BJSM): per consultare i dettagli metodologici del trial basato sulla coorte della UK Biobank relativo ai volumi di attività fisica moderata-vigorosa ($MVPA$) e al rischio cardiometabolico.
  • UK Biobank Study: il portale ufficiale della risorsa biomedica su larga scala che contiene i dati genetici, clinici e di stile di vita di mezzo milione di partecipanti britannici.

Francesco Bianco

Giornalista professionista dal 1997, ha lavorato per il sito del Corriere della Sera e di Oggi, ha fatto interviste per Mtv e attualmente conduce un programma di attualità tutte le mattine su Radio LatteMiele, dopo aver trascorso quattro anni nella redazione di Radio 24, la radio del Sole 24 Ore. Nel 2012 ha vinto il premio Cronista dell'Anno dell'Unione Cronisti Italiani per un servizio sulle difficoltà dell'immigrazione. Nel 2017 ha ricevuto il premio Redattore del Gusto per i suoi articoli sull'alimentazione.
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