Improvvisamente il cuore impazzisce nel petto, l’aria manca, la testa gira e la terra sotto i piedi sembra cedere. Chi ha vissuto un attacco di panico conosce fin troppo bene quella terrificante certezza: “Sto morendo, è un infarto”. Non è un caso che la stragrande maggioranza dei primi episodi si concluda in codice rosso al pronto soccorso. Ma se il corpo simula un dramma cardiaco, la regia è tutta della mente.
Per fare chiarezza su questo cortocircuito psicofisico abbiamo intervistato la professoressa Cristina Colombo, primario dell’Unità Disturbi dell’Umore dell’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano. La sua analisi non solo rassicura, ma svela un paradosso: il vero nemico non è la crisi in sé, ma il “fantasma” che lascia dietro di sé.
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Sintomi dell’attacco di panico: perché il corpo simula un infarto?
«C’è molta confusione tra una generica crisi d’ansia e un attacco di panico vero e proprio», esordisce la professoressa Colombo. «L’attacco di panico è una crisi acuta, violenta e improvvisa, che parla quasi esclusivamente la lingua del corpo».
I sintomi chiave sono prevalentemente fisici:
- tachicardia e palpitazioni,
- fame d’aria e senso di soffocamento,
- vertigini e senso di svenimento (anche se in realtà non si sviene quasi mai),
- nausea e disturbi gastrointestinali improvvisi.
Il picco di massima intensità dura in genere appena 5-10 minuti, a volte persino meno. Eppure, la sensazione di “morte imminente” è così vivida da spingere comprensibilmente a cercare un medico. «Ed è corretto che accada», precisa l’esperta del San Raffaele. «Al primo episodio è fondamentale escludere sempre una causa organica: non c’è niente di peggio che scambiare un infarto vero per un attacco di panico».
A rendere l’esperienza intollerabile è la sua apparente assenza di motivi: se l’ansia davanti a un pericolo reale è comprensibile, un attacco che arriva mentre si è rilassati sul divano a guardare la tv destabilizza profondamente la persona.
Sintomi dell’attacco di panico: il vero pericolo si chiama “Ansia anticipatoria”

Se la crisi dura pochi minuti, com’è possibile che un singolo episodio riesca a rovinare la vita di chi ne soffre? La risposta della psichiatra sposta il focus sul post-attacco. «Il vero problema non è l’attacco in sé, ma ciò che accade dopo. Molte persone sviluppano una paura costante e ossessiva che la crisi possa ripresentarsi. È la cosiddetta ansia anticipatoria».
Questa paura della paura innesca una reazione a catena devastante: i comportamenti di evitamento. Se il panico ha colpito mentre si guidava in autostrada, si smette di guidare; se è successo al cinema o su un mezzo pubblico, quei luoghi diventano tabù. La vita del paziente si trasforma rapidamente in una trincea, una mappa mentale fatta solo di vie di fuga e punti di sicurezza. Nei casi più gravi, l’evitamento diventa estremo: ci sono pazienti, spesso giovanissimi, che arrivano a non uscire più di casa.
Un singolo attacco non è una condanna: la differenza che cambia la diagnosi
La professoressa Colombo ci tiene a fare una distinzione clinica fondamentale per non cedere all’allarmismo: avere un attacco di panico non significa soffrire del “Disturbo di panico”.
Un attacco può rimanere un episodio isolato, scatenato da un momento di stress straordinario, dal caldo eccessivo o da ambienti troppo affollati. Si parla di Disturbo di panico vero e proprio solo quando gli episodi si ripetono nel tempo (generalmente nell’arco di una o due settimane) e sono sistematicamente accompagnati dall’ansia anticipatoria e dal progressivo isolamento del paziente.
Come si curano i sintomi dell’attacco di panico: le terapie rapide compatibili con la vita moderna
La notizia più importante che arriva dall’IRCCS San Raffaele è una certezza: di panico non si muore e, soprattutto, si guarisce. È una condizione assolutamente curabile e autolimitante.
Le strategie terapeutiche variano a seconda della gravità:
- Nella fase acuta (episodio isolato): si utilizzano farmaci ansiolitici al bisogno (come le benzodiazepine). Sono efficaci per spegnere subito il rogo della crisi, ma la professoressa avverte: «Non devono mai diventare una soluzione continuativa».
- Nel disturbo cronico: l’approccio vincente unisce una terapia farmacologica con antidepressivi SSRI (sicuri, ben tollerati, che agiscono sulla serotonina dopo 2-3 settimane) a un percorso di psicoterapia cognitivo-comportamentale.
«Oggi servono approcci pratici, efficaci e compatibili con i ritmi della vita moderna», conclude la professoressa Colombo. «La terapia cognitivo-comportamentale è la più indicata perché è strutturata, ha obiettivi chiari e produce risultati in tempi relativamente brevi, permettendo al paziente di riappropriarsi subito della propria libertà».
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Cristina Colombo
È primario dell’Unità Disturbi dell’Umore dell’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano e docente ordinario di Psichiatria all’Università Vita-Salute San Raffaele. Nella stessa sede è direttrice della Scuola di specializzazione in Psichiatria e del Master in Psicopatologia forense e Criminologia Clinica. Tra il 2000 e il 2003 progetta e coordina il corso del Fondo Sociale Europeo sulla formazione dei ricercatori e operatori negli interventi biologici non farmacologici nel trattamento della depressione e l’International Workshop on Sleep Deprivation and Chronobiology of Depression. Nel corso della sua carriera ha svolto un’intensa attività di ricerca che soprattutto sulle tecniche di elettroencefalografia computerizzata e di brain mapping e tecniche di visualizzazione cerebrale (TAC, RM, PET). È inoltre membro del comitato operativo del Centro di Eccellenza Risonanza Magnetica ad Alto Campo (CERMAC) per lo studio dell’imaging funzionale applicato alla psichiatria. Collabora con numerose riviste in qualità di Revisore, è Editor della sezione Affective Disorders e del numero monografico Evidence based assessment of mood disorders per Clinical Neuropsychiatry, Journal of Treatment Evaluation. Dal 1998 è nel comitato scientifico della rivista Psichiatria e Psicoterapia Analitica. Suoi contributi appaiono su Genes, Brain and Behavior, Psychopharmacology, Journal of Clinical Psychiatry, Neuropsychopharmacology, Journal of Affective Disorders, Psychiatry Research.
Organizza workshop internazionali su argomenti di psichiatria come le nuove tecniche di privazione del sonno, la cronobiologia e la depressione.




