Salute Mentale

Cleptomania, perché si ruba senza riuscire a fermarsi: sintomi, cause e cure

L’impulso irrefrenabile a impossessarsi di oggetti, spesso di poco valore, è diverso dal furto, ed è un disturbo psichiatrico che può essere curato

Qualche tempo fa ha fatto discutere, e commuovere, la storia della nonnina sorpresa il giorno di Natale a rubare in un supermercato. Problemi di pensione, ha detto ai carabinieri. Che non solo l’hanno perdonata, ma hanno anche saldato il conto in negozio. Che sia per gioco, avidità, spirito ribelle o disperazione, rubare è sempre il segno che qualcosa non va. C’è anche chi lo fa senza un perché, se non un irrefrenabile impulso ad arraffare qualsiasi cosa e portarsela a casa, per poi disfarsene. Il termine cleptomania indica proprio, letteralmente, il furto senza necessità. Un’attitudine morbosa a impadronirsi di tutto, un impulso a cui la mente tenta invano di resistere e che è del tutto indipendente dall’utilità che si può trarre dai beni sottratti.

«La cleptomania è caratterizzata dalla presenza di condizioni precise: ricorrente incapacità di resistere all’impulso di rubare oggetti che non hanno utilità personale o valore commerciale, crescente senso di tensione immediatamente prima di commettere il furto, sensazione di piacere, gratificazione o sollievo nel momento in cui si compie la ruberia», elenca lo psichiatra Alessandro Rossi, direttore scientifico della rivista Internazionale Journal of Psychopathology.

Cleptomania: che cos’è e come si manifesta

Al contrario di ladri e rapinatori, al cleptomane di solito non interessano portafogli imbottiti o gioielli di valore. Il furto non è premeditato e, richiedendo destrezza per essere portato a termine, si prediligono in genere oggetti di piccole dimensioni che si possono nascondere facilmente: rossetti, ombretti, rasoi, dvd, ma a volte anche gioielli o abiti griffati. Tuttavia, chi ne è affetto arriva a rubare di tutto e poi accumula la refurtiva, magari non la usa neppure, la butta via o addirittura la restituisce. Perché?

«Rubare è un atto fine a se stesso, un comportamento compulsivo, cioè ripetitivo e incontrollato», spiega lo psichiatra, «come accade nelle dipendenze da alcol, shopping o gioco d’azzardo. Si compie un gesto ripetutamente solo perché in quel momento fa stare bene, senza preoccuparsi delle conseguenze. I motivi risultano incomprensibili anche al soggetto stesso, che riferisce di essere stato colto da un impulso irrefrenabile e rivela di non poterne farne a meno».

Subito dopo il furto sopraggiungono rimorso e senso di colpa

I furti diventano dunque un antidoto al mal di vivere, ma commetterli non fa che peggiorare la situazione. Il cleptomane riconosce l’abnormità dei suoi gesti, si autocritica, soffre, ma spinto dall’ossessione del furto è costretto ad agire. Non importa se così facendo fa soffrire i suoi cari o mette in pericolo sé stesso o gli altri. Neppure l’ombra di una denuncia sembra spaventarlo. «Questi individui evitano di rubare se ritengono che sia alto il rischio di essere scoperti, ma di solito non prendono seriamente in considerazione l’ipotesi di una conseguenza giuridica», prosegue Rossi.

«Sebbene un senso di piacere, gratificazione o sollievo siano sperimentati al momento del furto, subito dopo sopraggiungono senso di colpa, rimorso o depressione». Che spingono a commettere nuovi furti, in un circolo vizioso sempre più pericoloso. «La cleptomania, se non curata, può avere significative ripercussioni», conferma lo specialista. «I malati sperimentano un’importante compromissione del funzionamento sociale e professionale. Molti riferiscono la presenza di pensieri intrusivi (costanti) e impulsi urgenti inerenti il rubare, che interferiscono con la capacità di concentrazione, a casa come al lavoro. Poi ci sono le problematiche legali: al momento non esiste una legge che tuteli queste persone dal rischio di arresto o dall’obbligo di risarcimento della merce sottratta».

Perché si ruba senza averne bisogno? Le cause della cleptomania

Circa i due terzi dei malati sono di sesso femminile, ma le cause non sono ancora del tutto chiarite. Trattandosi di persone emotivamente fragili e instabili, è frequente che i furti si intensifichino nei momenti di stress o nei periodi più critici della vita (come è successo a Winona Ryder), per esempio dopo un trauma o un lutto, che riaccendono il bisogno di rubare per compensare il vuoto affettivo e la sofferenza. È stata avanzata anche una possibile spiegazione neurobiologica: la difficoltà di autocontrollo è stata associata ad alcune anomalie dei circuiti orbitofrontali, implicati nella modulazione dell’impulsività, all’origine di una sorta di squilibrio tra i meccanismi che presiedono il controllo e quelli delegati alla ricerca del piacere.

Come si cura la cleptomania: psicoterapia e farmaci

«Il trattamento, definito a livello internazionale, è di tipo integrato: psicoterapico e farmacologico», prosegue  Rossi. «L’obiettivo è far recuperare al malato il controllo dei propri impulsi. L’approccio più efficace sembra essere quello di stampo cognitivo-comportamentale, in cui si cerca di far capire al cleptomane i meccanismi psichici all’origine della sua malattia e di portarlo a correggere i suoi comportamenti». Tra le tecniche più usate c’è quella della sensibilizzazione nascosta (o covert sensitization). Consiste nel far figurare mentalmente al malato una situazione di rischio, per esempio sé stesso in un negozio intento a commettere un furto, e a immaginare poi le conseguenze del suo gesto, per esempio la vergogna nell’essere smascherato davanti a tutti e l’obbligo di ripagare i beni sottratti.

Anche la terapia di avversione consiste nell’associare uno stimolo preciso con delle sensazioni sgradevoli, con l’intento di far cessare un comportamento patologico. Nella desensibilizzazione sistematica, invece, il malato viene posto in uno stato di rilassamento e poi calato mentalmente nelle varie situazioni che gli creano ansia, al fine di «allenarlo» a controllare le sue emozioni senza cadere nella trappola del furto compulsivo. Possono essere previste anche sedute di gruppo: attraverso lo scambio di esperienze, il cleptomane arriva a individuare le modalità attraverso le quali si scatenano gli impulsi.

Per quanto riguarda la terapia farmacologica, «il trattamento è complesso», precisa Rossi, «sia per via del numero esiguo di casi riportati finora, sia per l’eterogeneità del disturbo, che può presentarsi in diverse forme. Può comprendere diverse categorie di farmaci: antagonisti oppioidi, stabilizzanti dell’umore, antidepressivi serotoninergici. Avviene sotto stretto controllo medico per valutare gli effetti sul breve e lungo periodo e le eventuali modifiche del comportamento».

Cleptomania e conseguenze legali: cosa dice la legge

Esibire un certificato medico che attesta la diagnosi di cleptomania basta per evitare i guai giudiziari? Pare di no. Secondo una sentenza della Cassazione del 15 aprile 2013, anche in presenza di una psicopatologia accertata, occorre verificare se questa abbia inciso o meno sulla capacità di intendere e di volere della persona al momento del fatto. La malattia mentale, avvisano i giudici, può escludere la responsabilità penale per un fatto compiuto solo se di gravità tale da incidere concretamente sulla capacità di intendere e di volere e se si ritiene che esista un nesso causale diretto con la condotta criminosa. La parola finale, dunque, spetta sempre ai giudici, che valutano caso per caso come procedere.

Roberta Camisasca

Laureata in Lingue e letterature straniere con più di 20 anni di esperienza nel mondo del giornalismo freelance, si dedica con passione alla divulgazione scientifica nei settori della salute e del benessere, ma anche della cosmesi, della medicina preventiva e della nutrizione, collaborando con le principali testate di settore, cartacee e online. Parallelamente alla scrittura, da circa 6 anni si occupa anche di formazione come docente di Lingua, cultura e letteratura francese nella scuola secondaria di secondo grado.
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