La medicina moderna e il miglioramento degli stili di vita ci hanno regalato la più grande conquista demografica della storia: la longevità di massa. Eppure, proprio mentre la società si popola di cinquantenni in piena attività e ultrasettantenni che continuano a lavorare, la nostra cultura fatica a liberarsi di un condizionamento tossico. Si chiama “ageismo” (dall’inglese “ageism”), ed è la discriminazione di un individuo sulla sola base della propria età anagrafica.
Negli ultimi anni si stanno moltiplicando le ricerche su questo tema. Quella che ha più colpito arriva dagli Stati Uniti e dimostra come l’ageismo sia addirittura una minaccia per la salute pubblica, capace di infiltrarsi nei meccanismi psicologici delle persone fino a ridurne l’aspettativa di vita. Lo studio, coordinato dalla professoressa Becca Levy della Yale School of Public Health, sostiene che cedere ai cliché del declino accelera il decadimento cognitivo e aumenta lo stress biologico. Al contrario, coltivare una visione positiva dell’invecchiamento può regalare in media fino a 7,5 anni di vita in più.
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Ageismo: che cos’è e perché è ancora così diffuso
«Tecnicamente potremmo dire che l’ageismo è fondamentalmente un fenomeno di stereotipizzazione e discriminazione contro altre persone in base all’età», esordisce Davide Carlotta, psicologo clinico dell’Irccs Ospedale San Raffaele di Milano. «Detta in termini più semplici, si tratta sostanzialmente di sottolineare differenze basate non sulle caratteristiche specifiche dell’individuo, ma sull’età. Questa forma di discriminazione si articola su tre livelli: la componente cognitiva (lo stereotipo, ovvero come ci rappresentiamo una persona), la componente affettiva (il pregiudizio, ossia come reagiamo emotivamente) e gli aspetti comportamentali (la
discriminazione operativa)».
Ageismo benevolo: quando anche le buone intenzioni diventano discriminazione

Un errore comune è pensare che l’ageismo si manifesti attraverso l’ostilità. Esiste, al contrario, una forma ancora più diffusa: l’ageismo benevolo o compassionevole, che nella maggior parte dei casi nasconde una svalutazione delle competenze. «Ci possono essere fenomeni per cui l’anziano viene visto in modo più benevolo, con affetto, ma allo stesso tempo viene rappresentato come incompetente. Per quanto sia “tenero”, viene considerato sprovveduto e quindi non in grado di occuparsi di una serie di cose».
Questo approccio si traduce spesso in un comportamento linguistico ben documentato: l’elderspeak, un registro linguistico infantilizzante simile al baby talk. «Tendiamo a parlare a bambini e anziani con un registro linguistico molto semplificato, rallentando il ritmo della parlata, usando magari un tono di voce molto alto e con le migliori intenzioni, cioè di rendere più comprensibile il messaggio. Però anche questo costituisce un problema», avverte lo psicologo del San Raffaele. «Lo si può osservare in casa come negli istituti di cura, per cui anche i professionisti a volte adottano questo tipo di linguaggio che sostanzialmente può comunicare all’anziano un’aspettativa di incompetenza. Questa può essere poi interiorizzata e portare quindi l’anziano a perdere fiducia nelle proprie capacità di comprendere messaggi più complessi o ad assumere un comportamento dipendente verso le altre persone, come il caregiver, anche quando è ancora in grado di svolgere molte funzioni».
«Non sono più capace»: come gli stereotipi sull’età condizionano gli anziani stessi
La specificità dell’ageismo risiede nella sua ineluttabilità biologica. Gli psicologi lo definiscono “the enemy within”, il nemico interiore. La professoressa Rossana De Beni, ordinaria di Psicologia dell’invecchiamento e della longevità all’Università degli Studi di Padova, descrive questa dinamica con estrema forza: «È l’ingiustizia più grossa nella longevità. Gli anziani subiscono questo pregiudizio che è il più diffuso, più comune anche di quello di genere, maschio verso femmina, di etnia e di orientamento sessuale. E per di più questi pregiudizi si sommano, perché invecchiano tutti: donne, appartenenti alle categorie Lgbtqi+, neri, latini e asiatici».
Il problema biologico più grave è che questo bias viene assimilato dalla vittima stessa. «Quello che emerge è il ritratto di un “nemico interiore” che colonizza la mente e si trasforma in una profezia che si autoavvera», spiega la professoressa De Beni. «Cosa significa questo? Facciamo l’esempio: non mi ricordo un nome. Se ho 50 anni penso: “Ma sì, sono troppo stressato, troppo sotto pressione”. E non credo che la situazione sia irreversibile. Invece, l’anziano è portato a pensare: “Questo è l’inizio della fine, non devo più fare queste cose, bisogna che mi ritiri perché rischio una brutta figura”. E l’idea della “brutta figura” nasce perché gli altri intorno mi rimandano
questa immagine, dicendomi: “Basta, lascia il posto, vedi che non sei più in grado, prendiamo noi in mano la situazione”».
Ageismo: un fenomeno monitorato anche dall’Oms
Quando una persona si convince di non essere più all’altezza, smette di esercitare le proprie funzioni. Il dottor Carlotta specifica che si tratta di una problematica dell’immagine di sé in cui giocano fattori personali e culturali: «Spesso stereotipi e pregiudizi legati all’età agiscono in modo inconsapevole sul nostro comportamento. Una persona potrebbe essere autenticamente convinta di non poter fare qualcosa, che sia capire come funziona l’ultimo modello di smartphone o qualcos’altro. Non parlerei di una scusa, ma proprio di una sfiducia nelle proprie capacità che deriva precisamente da un certo genere di stereotipo interiorizzato. Questo poi interferisce non solo a livello mentale in termini di autostima, ma anche con la salute», prosegue Carlotta.
«Si possono generare comportamenti che producono stress o possono venire a mancare condotte protettive che garantirebbero invece un invecchiamento ottimale. L’Organizzazione mondiale della sanità ha preso in considerazione l’ageismo come un fenomeno da monitorare proprio perché interviene sia a livello di benessere mentale, sia a livello di salute fisica. Non è raro che un medico dica a un paziente anziano: “È normale alla sua età avere dolore”. Invece sappiamo che no, non è normale».
Dalle battute sui boomer al linguaggio paternalistico: come si manifesta l’ageismo

All’interno del sistema produttivo, i lavoratori maturi si trovano a compiere una fatica costante per non essere emarginati, dovendo continuamente dimostrare di essere al passo coi tempi, contemporanei. «In questi casi ci viene in aiuto la teoria della modernizzazione», chiarisce Davide Carlotta. «La modernizzazione ha cambiato il significato che noi attribuiamo a un’età più avanzata. Se nell’era preindustriale essere anziani voleva dire essere riusciti ad arrivarci e venire stimati per il proprio bagaglio di conoscenze, oggi avere 70-80 anni è diventato un dato comune. Con l’evoluzione tecnologica si è proprio invertito questo stereotipo: a oggi l’anziano è qualcuno che è portatore di conoscenze ormai superate.
Basta pensare all’esplosione del termine boomer: questa espressione viene usata dai più giovani in maniera scorretta proprio per indicare chi mostra atteggiamenti tipicamente associati alle generazioni più anziane, come, per esempio, una certa incompetenza nel gestire il cambiamento tecnologico. Ciò che ci si dimentica è che chi ha gettato le basi per lo sviluppo delle attuali tecnologie sono proprio i boomer, quelli veri».
Perché l’ageismo si intreccia col sessismo (e colpisce soprattutto le donne)
L’impatto dell’ageismo si interseca con il sessismo. Per le donne, il pregiudizio si focalizza in modo ossessivo sull’estetica. «A essere più discriminate sono le persone che fanno parte di gruppi verso i quali c’è già un bias», conferma Carlotta. «Se una persona è in età avanzata e in più è donna, tenderà a subire una maggiore discriminazione. Nei media c’è la tendenza a guardare l’età che avanza nel pubblico femminile in diretta associazione con la perdita di attrattività fisica. Per cui paradossalmente anche quando si dice: “Guarda la tale attrice alla sua età com’è attraente”, di fatto stiamo veicolando un messaggio ageista, perché si sta dicendo che il
fatto che una donna di un’età matura sia attraente è una rarità. Situazione assolutamente falsa. Senza spingerci a nominare attrici o conduttrici, ormai le nostre città sono piene di donne over 50 o 60 splendide».
Per gli uomini il baricentro si sposta sul potere e sul controllo. «Quando un uomo diventa anziano, siccome non ha più il controllo sull’ambiente, viene depotenziato e anche l’immagine di sé peggiora. Tant’è vero che generalmente chi ha un ruolo socialmente riconosciuto, come un imprenditore o un medico importante, tende a lavorare finché può, perché lì rimane il professore, l’avvocato, l’architetto, mentre quando è pensionato a casa diventa un “vecchio” come gli altri».
Come contrastare l’ageismo e vivere meglio l’invecchiamento
Ma c’è un modo per convivere tra generazioni? La professoressa De Beni suggerisce un cambio di paradigma esistenziale, che passa dal rifiuto della pura performance: «Ci sono studi sulle visioni dell’invecchiamento che guardano all’immagine interna che ognuno ha di sé. Come consiglio per vivere pienamente la longevità, posso suggerire di continuare a coltivare un’immagine positiva di sé, che non sia irrealistica, ma neanche svilente».
«È inutile inseguire la giovinezza attraverso la medicina estetica o vestendosi ancora come ragazzine o ragazzini. L’idea dev’essere quella che continuo a sfidarmi, ad essere curioso, ma – ecco la differenza sottile – non performante a ogni costo. Smetto di gareggiare con chi è più giovane, di sottostare alle richieste esterne, e mi concentro su di me. Ci vuole, però, anche un mondo esterno che sostenga questo. Siamo stati nutriti da stereotipi che abbiamo interiorizzato, ma dobbiamo ricordare che è la prima volta nella storia che in così tanti diventano anziani: vivremo a lungo e dobbiamo dare senso agli anni che la vita ci ha regalato in più».




