Psicologia

Perché i neo-genitori si sentono sempre stanchi? No, non c’entra (solo) il sonno

Studi antropologici mostrano che la stanchezza delle neo-mamme e dei neo-papà non dipende dalle ore passate a letto, ma da come è cambiata la nostra società

Diventare genitori scombussola la vita e riduce inevitabilmente il riposo. Tuttavia, i neo-genitori di oggi riferiscono livelli di sfinimento e deprivazione di sonno senza precedenti rispetto al passato. Una sensazione di stanchezza perenne che spesso persiste anche quando i figli crescono.

A dispetto delle percezioni individuali, le ricerche in ambito antropologico e di medicina del sonno rivelano un dato sorprendente: non stiamo dormendo significativamente meno ore rispetto ai nostri nonni o ai nostri antenati. Il vero cambiamento risiede nella nostra percezione del sonno e nelle strutture sociali in cui cresciamo la prole.

Genitori sempre stanchi: il paradosso delle 8 ore

una coppia di genitori stanca sul letto insieme al figlio
Il paradosso delle 8 ore: dati alla mano – www.ok-salute.it

Studi condotti in Germania, Stati Uniti e Francia concordano su un punto: superati i primissimi mesi di vita del neonato, i genitori con figli sotto i sei anni dormono in media la stessa quantità di ore di chi non ha figli. La maggioranza riesce a raggiungere la soglia raccomandata delle otto ore a notte.

Questa quantità di riposo è sovrapponibile a quella registrata nelle odierne comunità di cacciatori-raccoglitori, le cui dinamiche quotidiane riflettono da vicino quelle dei nostri antenati.

I problemi emergono quando si analizza la soddisfazione legata al riposo. L’antropologo evoluzionista David Samson (Università di Toronto) ha confrontato la percezione del sonno tra i genitori occidentali e la tribù Hadza nel nord della Tanzania:

Parametro analizzato Genitori Occidentali Genitori Tribù Hadza
Punteggio qualità del sonno Molto basso (percezione di deprivazione) Elevato (soddisfazione generale)
Risvegli notturni Frequenti Più frequenti rispetto agli occidentali
Aspettativa sul sonno Monofasico e ininterrotto (8 ore di fila) Flessibile e frammentato
Attività diurne Orari rigidi, guida, lavoro d’ufficio Ritmi flessibili, gestione comunitaria

Mentre gli Hadza si risvegliano più spesso durante la notte per accudire i figli ma si dicono appagati dal proprio riposo, i genitori occidentali vivono la frammentazione del sonno come un problema invalidante.

Come siamo evoluti per dormire (e cosa è cambiato)

Nelle società industriali, l’organizzazione del lavoro impose la necessità di concentrare il fabbisogno di sonno in un unico blocco ininterrotto notturno. I nostri antenati e le popolazioni rurali non dovevano timbrare un cartellino dalle 9 alle 5, guidare veicoli o azionare macchinari complessi: non avevano l’aspettativa di dover dormire “otto ore filate” per essere funzionali il giorno successivo.

Un altro fattore determinante evidenziato dagli antropologi è la scomparsa della allogenitorialità (la cura dei piccoli condivisa dall’intera comunità).

  • L’esempio degli Efé (Africa Centrale): a 18 mesi i bambini vengono accuditi per il 60% del tempo da figure diverse dalla madre (parenti, vicini, altri membri del villaggio) e persino allattati da altre donne.
  • La realtà occidentale moderna: i genitori si trovano spesso a gestire il carico dell’accudimento in solitudine, senza reti di supporto comunitario e dovendo contemporaneamente mantenere ritmi di lavoro a tempo pieno. È questo isolamento — più che la semplice perdita di ore di sonno — a generare l’esaurimento psicofisico.

Genitori sempre stanchi: resilienza evolutiva e consigli pratici

L’essere umano si è evoluto per tollerare la riduzione temporanea del riposo nei primi anni di vita dei figli: questa flessibilità è stata un requisito fondamentale per la sopravvivenza della nostra specie.

Per ridurre l’impatto della stanchezza quando non si dispone di una rete di supporto familiare estesa, la ricerca antropologica suggerisce alcune strategie:

  1. Pianificazione dello spazio tra i figli: nelle società di cacciatori-raccoglitori, la distanza media tra una gravidanza e l’altra era di circa quattro anni. L’avvento dell’agricoltura ha ravvicinato le nascite, aumentando il carico di lavoro materno. Allungare i tempi tra un figlio e l’altro permette all’organismo di recuperare le energie.
  2. Ricalibrare le aspettative: accettare che il sonno nei primi anni sia per sua natura frammentato riduce l’ansia da prestazione legata al “dover dormire a tutti i costi 8 ore di fila”.
  3. Coinvolgere la rete sociale: delegare la cura dei bambini a parenti, amici o strutture educative fin dai primi mesi riduce il rischio di burnout genitoriale.

Come conclude Samson, la perdita di sonno per favorire il benessere della prole è un passaggio naturale dal punto di vista evolutivo: il vero ostacolo non è la biologia, ma una società che richiede ritmi produttivi incompatibili con la cura dei figli.

Francesco Bianco

Giornalista professionista dal 1997, ha lavorato per il sito del Corriere della Sera e di Oggi, ha fatto interviste per Mtv e attualmente conduce un programma di attualità tutte le mattine su Radio LatteMiele, dopo aver trascorso quattro anni nella redazione di Radio 24, la radio del Sole 24 Ore. Nel 2012 ha vinto il premio Cronista dell'Anno dell'Unione Cronisti Italiani per un servizio sulle difficoltà dell'immigrazione. Nel 2017 ha ricevuto il premio Redattore del Gusto per i suoi articoli sull'alimentazione.
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