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Effetto nocebo: cos’è, come funziona e perché influisce sulla nostra salute

Aspettarsi il peggio, influenzati da foglietti illustrativi, notizie di cronaca o specifici contesti, può generare disturbi fisici concreti, ansia ma anche dolore, fino a ostacolare le cure

Vi è mai capitato di leggere il foglietto illustrativo subito dopo aver assunto un farmaco e di iniziare ad avere proprio quel mal di testa o quella nausea descritti tra gli effetti collaterali? O forse vi è capitato di avvertire un fastidio improvviso solo dopo aver sentito qualcuno lamentarsi di un sintomo simile?

Cos’è l’effetto nocebo e come nasce il potere delle aspettative negative

Ebbene, siete stati anche voi vittime dell’effetto nocebo: il potere delle aspettative negative di generare sensazioni fisiche reali. Il termine fu coniato nel 1961 dal medico scozzese Walter Kennedy, che lo utilizzò per descrivere il contrario del ben più noto effetto placebo. A distanza di oltre sessant’anni questo riflesso inconscio è ancora oggetto di studi scientifici. Come quelli di Luana Colloca, professoressa dell’Università del Maryland, a Baltimora, negli Stati Uniti, che spiega a OK come il nocebo effect sia molto più comune e potente di quanto pensiamo. E, paradossalmente, anche più semplice da innescare rispetto al suo gemello buono.

Gli studi sul condizionamento delle terapie

Per definizione, il “placebo” è una sostanza inerte che non dovrebbe produrre alcuna attività farmacologica. «Per decifrare gli ingranaggi di questa reazione, abbiamo provato a riprodurla in laboratorio», spiega la studiosa, che è anche direttrice del Placebo Beyond Opinions Center, sempre negli Stati Uniti. Uno degli esperimenti più diffusi è quello dell’iperalgesia, una risposta dolorosa esagerata rispetto allo stimolo, indotta da nocebo: ai volontari viene somministrato un trattamento finto, ad esempio una crema inattiva o degli elettrodi spenti, spiegando loro che proveranno dolore. Circa il 10% dei soggetti avverte un dolore fisico reale, generato esclusivamente dalle proprie aspettative negative.

«Il nocebo, tuttavia, non si limita alla percezione del dolore, ma abbraccia ogni sintomo di cui siamo consapevoli: stress, spossatezza, ansia, tremori», sottolinea Colloca. Per questo si tratta di un condizionamento capace di influenzare i percorsi terapeutici in modo profondo.

Effetti collaterali fantasma: il ruolo dell’effetto nocebo nei farmaci e nei vaccini

Ne sono un esempio le statine, farmaci essenziali per prevenire ictus e infarti. Molti pazienti interrompono queste cure salvavita lamentando dolori muscolari. Eppure, un piccolo studio del 2020 suggerisce che, tra coloro che smettono di curarsi a causa dei dolori, una buona parte del carico dei sintomi avvertiti (gli autori calcolano nove su dieci) sia dovuta all’effetto nocebo. Una risposta probabilmente indotta dalla generale consapevolezza (data dai media, dal foglietto illustrativo, dalle avvertenze mediche e dal dibattito pubblico) sugli effetti collaterali di queste molecole.

Lo stesso accade con i vaccini: una revisione di studi condotti sulle vaccinazioni anti-Covid del 2022 mostra che il 76% degli effetti collaterali sistemici (come mal di testa o stanchezza) dopo la prima dose e il 52% di quelli sperimentati dopo la seconda dose non erano causate dal farmaco in sé, ma dalla suggestione negativa legata alla somministrazione, anche in questo caso alimentata probabilmente dall’animato dibattito pubblico e mediatico sulla loro sicurezza.

Il caso neozelandese

Il ruolo dei media nell’alimentare l’effetto nocebo è testimoniato anche da altri casi, come quello che si è verificato nel 2007 in Nuova Zelanda. Quell’anno, la formulazione di un farmaco per la tiroide a base di levotiroxina subì una modifica estetica, dovuta allo spostamento della produzione del medicinale in un nuovo stabilimento. Il principio attivo, però, era rimasto identico e i test avevano confermato la totale bioequivalenza con la versione precedente.

Nonostante questo, nel Paese le segnalazioni di effetti collaterali aumentarono esponenzialmente, passando da circa 14 in trent’anni a oltre 1.400 in soli 18 mesi. Un incremento non avvenuto negli altri Paesi, causato in buona parte da una copertura mediatica negativa che in Nuova Zelanda aveva diffuso false informazioni sul farmaco. Il caso rappresenta sicuramente la dimostrazione del ruolo cruciale dei media nell’innescare l’effetto nocebo. Un’influenza evidente anche in altre situazioni, come il delicato passaggio dal farmaco di marca all’equivalente generico.

L’emblematico tentato suicidio di Mr A.

E poi ci sono numerosi studi su pazienti affetti da mal di testa e fibromialgia, i cui sintomi peggiorano con la somministrazione di sostanze neutre, fino ad arrivare al caso limite di Mr A., un giovane di 26 anni arruolato in un trial clinico per testare un antidepressivo. In un tentativo di suicidio, il ragazzo ingerì 29 capsule del farmaco e si presentò al pronto soccorso con pressione bassa, tachicardia e tremori. Dopo ore di flebo che non facevano effetto, lo raggiunse il medico che coordinava lo studio, per rivelargli che faceva parte del gruppo placebo: le pillole che aveva ingerito contenevano solo cellulosa. Dopo la scoperta, i suoi sintomi migliorarono rapidamente.

Chi è più predisposto all’effetto nocebo e quali sono le cause psicologiche

Non tutti, però, sono ugualmente sensibili all’effetto nocebo. Le persone più propense a questo tipo di risposta «sono spesso individui emotivamente stressati, che magari durante l’infanzia hanno subito un qualche tipo di abuso o sono cresciuti con genitori malati, assenti o con dipendenze», riprende la professoressa Luana Colloca. «Abbiamo notato che in generale si tratta di persone psicologicamente più vulnerabili». Le accomuna anche la tendenza a catastrofizzare, ossia a sovrastimare la probabilità o la gravità di un evento negativo. I ricercatori hanno anche notato che in coloro che attuano frequentemente reazioni nocebo manca la capacità di aggiornare le proprie aspettative, una capacità tipica delle persone resilienti. «Anche quando esposte a stimoli positivi»,
precisa l’esperta, «questi soggetti restano convinti che non miglioreranno o che proveranno dolore».

Cosa succede al cervello durante la risposta nocebo: la spiegazione biologica

«In presenza di stimoli dolorosi, il corpo attiva le colecistochinine, piccole proteine strettamente legate a stati di ansia e panico che agiscono come facilitatori del dolore», continua Colloca. «Mentre queste molecole aumentano drasticamente la sensibilità fisica, le nostre naturali barriere protettive – i sistemi oppioide e dopaminergico – subiscono una disattivazione, privando temporaneamente il corpo della sua capacità biologica di attenuare la sofferenza».

Questo processo innesca uno stato di allerta persistente: il cervello risponde all’aspettativa di un danno imminente attivando specifici circuiti neurali che intensificano la percezione dei sintomi attraverso un sistema di modulazione che parte dal cervello e arriva fino al midollo spinale. Tale attesa negativa non resta confinata al pensiero, ma attiva stabilmente la risposta fisiologica allo stress, provocando il rilascio continuo di ormoni come il cortisolo e l’adrenalina.

L’influenza di prezzi, ambienti, ingredienti: dove si nasconde il nocebo quotidiano

L’effetto nocebo non si limita alle pillole. Può nascondersi in qualunque esperienza che generi un’aspettativa di danno. Un esempio riguarda il prezzo dei trattamenti: una crema inerte può causare molto più dolore se presentata come un farmaco costoso rispetto a uno economico, perché associamo involontariamente un prezzo importante a una maggiore potenza e, dunque, a possibili effetti avversi più gravi. Il fenomeno può assumere anche contorni ambientali, come nel caso delle turbine eoliche. In alcune popolazioni, la sola convinzione che il suono o le vibrazioni delle pale siano nocivi ha scatenato ondate di mal di testa e malessere, pur in assenza di una causa fisica concreta.

Anche la dieta non è immune al nocebo: molte persone riferiscono sintomi gastrointestinali o stanchezza dopo aver consumato alimenti che credono contenere glutine o altri allergeni.

Come contrastare l’effetto nocebo: le strategie per medici e pazienti

D’istinto, avremmo la tendenza a minimizzare l’effetto nocebo incitando chi lo vive a pensare più positivo. Questo atteggiamento, però, rischia di far sentire le persone non comprese nella loro sofferenza che, per quanto sia innescata da una suggestione, è del tutto reale. Per questo è importante trovare strategie per affrontare quello che in molti casi può rappresentare un ostacolo alle cure. Secondo l’esperta, il primo passo consiste nel riuscire a riconoscere la risposta nocebo: «Impariamo a dirci che sì, per ragioni evoluzionistiche abbiamo la tendenza ad anticipare il pericolo ancor più che il beneficio. Dopo questa prima reazione istintiva, però, possiamo razionalizzare e contestualizzare».

L’esercizio mentale successivo consiste nello spostare l’attenzione dal pericolo alla possibilità di farvi fronte. Ma il passaggio non è semplice, richiede di superare lo stato mentale di cui abbiamo parlato prima. Un aiuto può arrivare già dall’approccio del medico che prescrive la terapia: dire “al 10% delle persone che assumono questo farmaco viene una terribile emicrania” è diverso dal dire “nel 90% dei casi non provoca mal di testa”. Oppure, come dimostra uno studio pubblicato nel 2025, si può ricorrere alla modellizzazione sociale positiva. L’effetto nocebo viene infatti ridotto quando ai partecipanti di un trial clinico si mostrano esempi positivi di persone che, assumendo il farmaco, non hanno sperimentato effetti collaterali.

Camilla De Fazio

Giornalista freelance. Dopo una laurea in neuroscienze e una in giornalismo scientifico ho iniziato a scrivere di salute, medicina e scienza. Collaboro con Ok Salute e Benessere, Quotidiano Sanità, AboutPharma, il Magazine della Fondazione Veronesi, La Revue. Ho scritto anche per Micromega, Wired e Oggiscienza.
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