Francesca Rossini, 49 anni, vive a Bologna con il marito Simone e i due figli Alessandro,15 anni, e Alice, 12. Lavora in banca, dove si occupa di comunicazione ed eventi. È una delle protagoniste del docufilm La differenza tra otto e nove, diretto da Edoardo Palma e prodotto da Fondazione Irc – Italian resuscitation council Ets, organizzazione senza fini di lucro che offre assistenza e supporto alle persone sopravvissute a un arresto cardiaco e alle loro famiglie. A OK Salute ha raccontato la sua storia.
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«Non ricordo nulla di quel giorno»: l’arresto cardiaco e i tre giorni di coma
«Non ricordo nulla del 5 settembre 2022: come ogni giorno ero andata al lavoro, mi trovavo alla mia postazione, ed è lì che d’un tratto, senza alcun segnale di preavviso, mi sono accasciata sulla scrivania. Sono stati i miei colleghi a raccontarmi di essere intervenuti subito: ero cianotica e due di loro, che sanno praticare il massaggio cardiaco, sono riusciti a tenermi in vita fino all’arrivo dell’ambulanza. Sono rimasta in coma per i tre giorni successivi, i medici dissero a mio marito che c’era solo un dieci per cento di possibilità che mi risvegliassi e non
sapevano in quali condizioni».
«Quando ho riaperto gli occhi non ricordavo l’accaduto e non riconoscevo nemmeno i miei cari. Sono rimasta ricoverata per un mese, mi hanno impiantato un defibrillatore sottocutaneo, dopodiché sono stata dimessa a riposo assoluto. Ricordo la fatica, la debolezza, la sensazione strana di emozioni annebbiate. Dopo quasi tre mesi, con il permesso dei medici, sono uscita per andare a trovare i miei colleghi: era Natale e volevo ringraziarli e riabbracciarli. Entrando nel mio ufficio, ho cercato qualche ricordo, ma niente: il giorno del mio arresto cardiaco è come un buco nero nella memoria. Anche dei giorni precedenti non ricordo alcun sintomo che potesse presagire l’evento».
La paura di ricominciare: dal ritorno al lavoro ai viaggi in aereo
«Ho trascorso altri due mesi a riposo iniziando fisioterapia e sedute di logoterapia per tornare a parlare bene. Da una parte mi sentivo stanca, dall’altra avvertivo l’urgenza di riprendere in mano la mia vita. Lavoro part time, sono mamma di due figli adolescenti e volontaria di Amnesty International: le mie giornate sono sempre state molto piene. Ho ricominciato a uscire normalmente la primavera successiva: ricordo che sono andata a un concerto con mio marito dopo aver chiesto il permesso al medico per paura che vibrazioni, suoni ed emozioni potessero nuocere al mio cuore. Così come ho ricominciato a viaggiare nonostante avessi timore di prendere l’aereo con il defibrillatore».
Sopravvivere a un arresto cardiaco: Francesca si racconta in un docufilm
«Un anno e mezzo fa, tramite amici, ho conosciuto un medico della Fondazione Irc – Italian resuscitation council Ets che mi ha proposto di partecipare con la mia testimonianza a un docufilm della fondazione su persone sopravvissute all’arresto cardiaco. Ho accettato subito, contenta che la mia storia potesse essere utile. Davanti alle telecamere, però, mi sono resa conto che in fondo non avevo davvero affrontato ciò che mi era accaduto. Per la prima volta, raccontandomi, ho ripercorso tutto: mi sono rivista al risveglio dopo il coma e al ritorno alla normalità, con la gioia di essere una sopravvissuta. E ho lasciato andare, insieme alle lacrime, la paura di non riabbracciare più la mia famiglia».
«Quando ho visto per la prima volta il docufilm, La differenza tra otto e nove, trasmesso lo scorso febbraio in anteprima a Bologna e ora disponibile su Rai Play, mi sono sentita travolgere dall’emozione. Oggi mi sottopongo con costanza ai controlli medici e seguo uno stile di vita sano, ma qualcosa dentro di me è
profondamente cambiato rispetto a quattro anni fa: la consapevolezza di vivere e di potermi fermare ad ascoltare
il mio cuore che batte».




