C’è chi controlla compulsivamente la casella email e chi ha impostato un promemoria per non perdere neppure una comunicazione. Da quando gli Oasis hanno annunciato il nuovo tour in programma nell’estate del 2027, la reunion dei fratelli Gallagher è tornata a occupare social, chat e conversazioni quotidiane. L’emozione principale? L’attesa, con una buona dose di ansia (ormai ridefinita Oasis mania).
Perché questa volta la corsa al biglietto ha una caratteristica ulteriore: non esiste una vendita generale aperta a tutti. Per avere la possibilità di acquistare i biglietti bisogna sperare di essere selezionati, fino a esaurimento della disponibilità. Una differenza apparentemente tecnica, ma psicologicamente interessante. Perché quando qualcosa non è garantito, il desiderio può diventare ancora più intenso. Ecco, non come riuscire ad accaparrarsi i biglietti, ma cosa succede nella mente dei fan quando qualcosa che desiderano è incerto, limitato e potenzialmente irripetibile.
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Oasis mania: alla base c’è il marketing del desiderio
È quello che potremmo definire, in termini commerciali, il marketing del desiderio: non è soltanto il prodotto in sé a diventare desiderabile, ma anche la sua difficoltà di accesso. Nel caso degli Oasis il meccanismo è particolarmente evidente. Il biglietto non è immediatamente acquistabile: prima bisogna registrarsi, poi aspettare di sapere se si è stati selezionati, quindi eventualmente ricevere il codice e infine affrontare la vendita vera e propria.
Si crea così una sequenza di attesa, incertezza e possibile ricompensa. E proprio l’incertezza è interessante dal punto di vista psicologico. La ricerca sulle ricompense mostra che il cervello non risponde soltanto al piacere ottenuto, ma anche all’aspettativa di ciò che potrebbe accadere. La dopamina, in questo sistema, non è semplicemente la sostanza della felicità: è coinvolta nei meccanismi di motivazione, apprendimento e previsione della ricompensa.
Perché l’attesa del biglietto ci coinvolge così tanto?
Il concerto degli Oasis, ma vale anche per tanti altri artisti come Ultimo che fanno il tutto esaurito in pochi minuti, comincia molto prima di entrare allo stadio. Ha inizio quando si scoprono le date. Quando si sceglie quella preferita. Quando ci si registra. Quando si aspetta l’email. Quando si controlla la posta per vedere se è arrivato il codice. Ogni passaggio mantiene aperta una possibilità: potrebbe succedere. E questa possibilità mantiene alta l’attenzione.
Non significa che tutti i fan sviluppino un comportamento problematico. Significa piuttosto che un sistema di acquisto costruito intorno all’attesa e all’incertezza può rendere l’obiettivo mentalmente molto presente. C’è poi un altro elemento: il concerto non è soltanto un acquisto. È un’esperienza futura che viene già immaginata, raccontata e condivisa.
Il concerto come esperienza emotiva da vivere
E la ricerca più recente sul pubblico dei concerti aiuta a capire perché. Uno studio randomizzato pubblicato nel 2026, condotto su 130 persone, ha confrontato concerti dal vivo e livestream: chi assisteva dal vivo riportava maggiore coinvolgimento emotivo, apprezzamento e attivazione rispetto a chi seguiva lo stesso tipo di esperienza in streaming. Il concerto, quindi, non è semplicemente un prodotto da acquistare. È un’esperienza che il cervello può iniziare ad anticipare molto prima che accada.
Oasis mania e FOMO: la paura di perdere il concerto
Tra le varie discussioni c’è poi quella che riguarda il “merito”: io che li conosco dal 1995 ho più diritto di andare al concerto degli Oasis rispetto a chi li ha scoperti solo di recente? Facciamo una precisazione: tutti hanno diritto di andare a un concerto se riescono ad acquistare un biglietto. Ma attenzione a non confondere il desiderio autentico con la FOMO, Fear of Missing Out, cioè la paura di perdere un’esperienza gratificante a cui altri stanno partecipando.
La FOMO non è soltanto una parola molto usata sui social. È stata studiata scientificamente: una revisione sistematica e meta-analisi ha analizzato 86 dimensioni di effetto per un totale di 55.134 partecipanti, trovando un’associazione tra FOMO e uso di Internet, pur sottolineando la complessità del rapporto e l’impossibilità di ridurlo a un semplice rapporto causa-effetto.
Perché desideriamo così tanto un concerto?

Qui c’è un aspetto che spesso dimentichiamo: non stiamo comprando soltanto due ore di musica. Un concerto può rappresentare un legame con una fase della propria vita, un ricordo, un gruppo di amici, un artista con cui siamo cresciuti o la possibilità di sentirci parte di qualcosa di più grande. La ricerca sui concerti dal vivo sta dando sempre più attenzione proprio a questa dimensione collettiva.
Uno studio pubblicato su Personality and Social Psychology Bulletin ha analizzato quattro studi, per un totale di 789 partecipanti, e ha osservato il ruolo della cosiddetta collective effervescence: quella sensazione di connessione e coinvolgimento che può nascere quando molte persone condividono la stessa esperienza musicale. Lo studio ha collegato questa esperienza a maggiore significato percepito e a una maggiore felicità anche nei giorni successivi all’evento. Ecco perché la paura di non esserci può essere così forte: non temiamo necessariamente di perdere soltanto una canzone dal vivo. Temiamo di perdere un’esperienza collettiva.
Il tutto esaurito ci fa desiderare ancora di più qualcosa
C’è un altro ingrediente: la scarsità. Quando una risorsa appare limitata, può diventare più desiderabile. È un principio molto utilizzato nel marketing: “ultimi posti”, “edizione limitata”, “disponibile fino a esaurimento”. Nel caso degli Oasis, però, la scarsità non è soltanto una formula pubblicitaria: i biglietti sono effettivamente limitati e la domanda è prevista superiore alla disponibilità. È proprio per questo che il sistema di registrazione prevede una selezione casuale dei fan che riceveranno il codice. Ticketmaster spiega che il meccanismo è stato introdotto per gestire l’elevata domanda e ridurre le code; non garantisce né l’accesso alla vendita né l’acquisto del biglietto.
Dal punto di vista psicologico, però, accade qualcosa di interessante. Il biglietto può smettere di essere percepito semplicemente come un posto a un concerto. Diventa qualcosa che bisogna riuscire a conquistare. E quando l’obiettivo sembra difficile, esclusivo o incerto, può occupare ancora più spazio nei nostri pensieri.
Dal divertimento all’ossessione: capire dov’è il confine
Essere agitati prima dell’estrazione, controllare la posta elettronica o parlare continuamente del concerto non significa avere un problema. In una situazione eccezionale è normale essere coinvolti ed eccitati. Il campanello d’allarme arriva quando la ricerca del biglietto comincia a interferire con il resto della vita. Per esempio quando:
- si passa una quantità sproporzionata di tempo a controllare siti, email e social;
- l’umore dipende quasi esclusivamente dall’esito della vendita;
- si continua a cercare un biglietto nonostante non ci si possa permettere la spesa;
- si arriva a indebitarsi o a fare acquisti impulsivi pur di partecipare;
- il pensiero del concerto occupa gran parte della giornata;
- l’ansia per la possibilità di non ottenerlo diventa superiore al piacere legato all’evento.
In questi casi non è più semplicemente “Oasis mania”: il comportamento merita di essere osservato con maggiore attenzione.
Oasis mania: l’oggetto del desiderio non è solo il biglietto
C’è infine un aspetto ancora più interessante. A volte ciò che desideriamo non è soltanto il concerto. È quello che il concerto rappresenta. Per alcuni fan può essere il ritorno di una band legata all’adolescenza. Per altri la possibilità di vivere un evento storico insieme agli amici. Per altri ancora il desiderio di sentirsi parte di una comunità.
Il biglietto diventa quindi un oggetto simbolico: rappresenta appartenenza, identità, memoria e la possibilità di vivere qualcosa che viene percepito come irripetibile. E c’è una curiosa inversione di prospettiva: la scienza ci mostra che il concerto può avere un valore reale per il benessere sociale ed emotivo, ma la sua ricerca può contemporaneamente diventare fonte di stress quando il desiderio di esserci si trasforma in paura di essere esclusi.




