
Nelle terapie oncologiche moderne, il confine tra efficacia e reazione avversa è spesso sottile. Cosa succede quando un paziente scopre di essere allergico proprio al farmaco salvavita che sta combattendo il suo tumore? A spiegarlo è il dottor Jan Schroeder, Coordinatore dell’Allergologia all’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano.
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Non chiamatela solo “allergia”
«Le reazioni ai trattamenti antitumorali non sono tutte uguali. Se i chemioterapici tradizionali causano spesso rash cutanei o, nei casi gravi, anafilassi, le nuove immunoterapie agiscono diversamente. Questi farmaci attivano il sistema immunitario contro il cancro, ma possono scatenare risposte autoimmuni come polmoniti, epatiti o coliti. Riconoscere i sintomi precocemente, che si tratti di un semplice prurito, di una tosse persistente o di diarrea, è vitale per non dover interrompere bruscamente le cure».
I campanelli d’allarme da non sottovalutare sono:
- Prurito o rash cutanei improvvisi.
- Tosse o fiato corto (dispnea).
- Stanchezza estrema o febbre inspiegabile.
- Alterazioni della regolarità intestinale (diarrea).
La strategia per l’allergia ai farmaci oncologici: gestire gli effetti senza fermarsi
«La comparsa di una reazione non significa necessariamente la fine della terapia. Se il farmaco sta dando ottimi risultati clinici, cerchiamo di “spegnere” gli effetti collaterali con antistaminici o bassi dosaggi di cortisone. La priorità resta il controllo della malattia oncologica, bilanciando ogni intervento in una valutazione globale tra costi e benefici».
Il ruolo dell’allergologo: la desensibilizzazione
«In casi rari ma critici, quando il paziente è allergico ma il farmaco è insostituibile, entra in gioco una tecnica sofisticata: la desensibilizzazione. È un processo simile all’immunizzazione per i pollini. In una o due giornate, somministriamo dosi infinitesimali e poi crescenti del farmaco per via endovenosa, finché il corpo non smette di reagire negativamente e lo accetta. Al San Raffaele, questa procedura “salva-vita” viene eseguita circa cinque volte l’anno per i casi più complessi, come le reazioni ai sali di platino».
Verso un’oncologia multidisciplinare
«Il futuro è nella collaborazione costante. Sebbene oggi l’allergologo intervenga spesso su consulenza specifica, l’obiettivo è creare team multidisciplinari stabili. Lavorare fianco a fianco, oncologo e allergologo, permette di gestire meglio le complessità dei nuovi farmaci e offrire ai pazienti una sicurezza maggiore durante il percorso di cura».
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