Winona Ryder, diventata celebre con film come Edward mani di forbice e Ragazze interrotte e tornata al centro dell’attenzione internazionale grazie alla serie Stranger Things, nel 2001 fu arrestata per il furto di alcuni capi d’abbigliamento in un grande magazzino di Beverly Hills.
In un’intervista raccolta nel 2013 da Silvia Bizio per OK Salute e Benessere, Ryder ripercorse quella fase della sua vita, parlando del forte disagio personale attraversato in quel momento, delle pressioni professionali e delle cure ricevute. Raccontò anche di come il cinema e la recitazione le avessero permesso di trovare una forma di espressione e di sollievo.
Ripubblichiamo oggi questa intervista d’archivio, in occasione del compleanno dell’attrice.
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Winona Ryder e la cleptomania: «Non mi rendevo conto di quello che facevo»

«Non sono una persona incline ai rimpianti, perché tutto ciò che uno fa, anche le cose spiacevoli e strane, hanno un loro senso e significato nella lunga gittata. Sono esperienze da cui impari, attraverso le quali cresci. Anche quelle che derivano da momenti di disagio psicologico ed emotivo».
«C’è stato un momento in cui tutto nella mia vita e nella mia carriera andava troppo veloce. Sono stata sopraffatta dalla velocità, che si è trasformata in forte nevrosi. Ho sentito quindi il bisogno di rallentare i ritmi. Lavoravo tantissimo e sentivo su di me pressioni enormi. Non avevo nemmeno 30 anni, ed è stato come se il controllo della mia vita stesse sfuggendo dalle mie stesse mani. Ammetto che c’è stato un momento in cui non capivo più niente. Mi sono affidata troppo facilmente ai medicinali, ho iniziato a prendere pillole calmanti e psicofarmaci, nell’illusione di rallentare – artificialmente – la corsa impazzita del treno della mia vita».
«Quando è accaduto quell’episodio sfortunato del furto e dell’arresto non ero del tutto in grado di intendere e di volere. Non mi stavo rendendo conto di quello che facevo. L’hanno definita “cleptomania”. Io dico “stato confusionale”. E non sto qui a giustificarmi. La mia posizione privilegiata, di persona con una certa reputazione, mi ha consentito di trovare cure adeguate e relativa redenzione».
Winona Ryder: «La recitazione mi ha salvato»

«Sono cosciente del fatto che molte persone perdono per un momento la bussola e non ricevono lo stesso trattamento che ho ricevuto io come paziente. Sono stata condannata a molteplici ore di servizio comunitario ma ho avuto la fortuna di non finire in prigione e di poter tornare a casa. Casa nel senso di venire accolta e sostenuta da una famiglia solida e da un gruppo forte di amici veri. Sono tornata a vivere a San Francisco, dov’ero cresciuta, lontana da Hollywood».
«Ho avuto anche la fortuna di trovare nel cinema stesso una forma di guarigione. La recitazione, che amo tantissimo e che è l’unico lavoro che io abbia mai fatto nella vita, mi ha consentito di trovare sfoghi terapeutici. Ovvero essere in grado non solo di svolgere la mia professione, pur nella situazione precaria in cui mi sono trovata dopo il fattaccio, ma anche di proiettare sui miei personaggi i simulacri dei miei incubi. Immedesimandomi, attuavo uno sfogo catartico ai miei problemi esistenziali. Succede anche agli spettatori semplicemente guardando un buon film».
«L’arte della recitazione è stata dunque la mia vera medicina, insieme alla possibilità di essere accolta in una casa amorosa e comprensiva. Chi soffre di psicosi e scissioni mentali non sempre ha una famiglia che lo accoglie a braccia aperte, pronta a fare di tutto pur di assicurargli la guarigione. Ecco, per me non c’è psicofarmaco o neurolettico che possa sostituire il potere benefico dell’amore incondizionato di chi ti vuole bene».




