Salute

US Open 2026: come mai ci sono così tanti infortuni?

Sinner fuori per il ginocchio, Alcaraz torna dal problema al polso e Djokovic crolla tra vomito e crampi. A cosa è dovuta la crescente fragilità fisica del tennis professionistico?

Il quarto e ultimo Slam della stagione è già entrato nel vivo, ma gli US Open 2026 raccontano una storia che va oltre il risultato dei match. È la storia di un tennis sempre più veloce, intenso e fisicamente esigente, nel quale anche i campioni sono costretti a fare i conti con i limiti del proprio corpo. Il caso più evidente è quello di Jannik Sinner, numero 1 del mondo, che non è potuto scendere in campo a New York. Ma l’azzurro non è l’unico infortunato del torneo.

Us Open e infortuni: Sinner fermato dal ginocchio destro

Sinner ha annunciato il ritiro dagli US Open per un infortunio al ginocchio destro, che lo aveva già costretto a saltare i tornei di Montreal e Cincinnati. L’ultima apparizione era stata a Wimbledon, dove aveva conquistato il titolo. Per il campione in carica degli Us Open lo stop arriva in una stagione straordinaria, nella quale aveva costruito un bilancio di 44 vittorie e appena 3 sconfitte prima dell’infortunio. Il problema al ginocchio ha però imposto uno stop: «Ho bisogno ancora di un po’ di tempo per recuperare», ha spiegato annunciando la rinuncia a New York.

Un infortunio al ginocchio nel tennis non è un problema banale. Ogni scambio sottopone l’articolazione a continue frenate, accelerazioni, cambi di direzione e movimenti laterali. Il ginocchio deve assorbire carichi elevati mentre il giocatore passa rapidamente dalla posizione di corsa a quella di spinta e di arresto. La scelta di Sinner di non forzare il rientro diventa quindi anche una questione di prevenzione: tornare in campo prima che il recupero sia completo potrebbe trasformare un problema gestibile in un infortunio più lungo.

Alcaraz: il grande ritorno dopo quasi cinque mesi

alcaraz agli us open 2026
Alcaraz: il grande ritorno dopo quasi cinque mesi – www.ok-salute.it (Crediti: Instagram)

Se Sinner è assente, Carlos Alcaraz è invece tornato proprio a New York. Il campione in carica ha affrontato gli US Open dopo quasi cinque mesi senza giocare un match di singolare, a causa di un infortunio al polso destro. Il problema si era verificato ad aprile durante il torneo di Barcellona e aveva costretto lo spagnolo a saltare gran parte della stagione sulla terra, Roland Garros, Wimbledon e i successivi tornei sul cemento. Alcaraz aveva inizialmente programmato il rientro a Cincinnati, ma aveva preferito rinunciare per completare il recupero.

Il polso è particolarmente importante per un tennista perché interviene praticamente in ogni colpo: diritto, rovescio, servizio e volée. Un infortunio in questa zona non riguarda soltanto il dolore, ma anche forza, stabilità, controllo e precisione del gesto tecnico. Per Alcaraz il vero interrogativo non era quindi soltanto «è guarito?», ma anche «quanto tempo gli servirà per ritrovare ritmo e fiducia?» dopo una pausa così lunga. Al momento è tra i favoriti del torneo.

Djokovic: il corpo cede durante il match

Poi c’è Novak Djokovic. A 39 anni, l’ex numero 1 del mondo è stato eliminato al primo turno da Mariano Navone dopo una battaglia di 4 ore e 36 minuti. È stata la sua prima sconfitta al debutto in uno Slam dal 2006. Ma più del risultato ciò che ha impressionato è la sua reazione fisica e psicologica. Djokovic ha vomitato più volte, ha avuto crampi, problemi alla schiena e alla spalla e ha raccontato che il suo corpo aveva iniziato praticamente a cedere. A un certo punto ha anche preso in considerazione l’idea di ritirarsi dal match, ma ha continuato dopo essere riuscito a portarsi avanti due set a uno per poi cedere e scoppiare in un pianto.

Il serbo ha spiegato che episodi di vomito e forte malessere fisico lo accompagnano, purtroppo, in diverse partite del 2026. Già a Cincinnati aveva accusato problemi giocando in condizioni di caldo e umidità elevati. Nel quinto set, però, la situazione è diventata evidente: Navone ha chiuso 6-1 e Djokovic è apparso fisicamente esausto nonostante l’aiuto dei semi auricolari per la gestione dello stress.

Sarà davvero l’ultimo US Open di Djokovic?

La sconfitta ha inevitabilmente riacceso le voci sul possibile ritiro. Djokovic compirà 40 anni nel maggio 2027 e il tema della fine della carriera è tornato al centro del dibattito dopo il doloroso ko di New York. Ma attenzione a trasformare le ipotesi in certezze: Djokovic non ha annunciato il ritiro. Anzi, dopo il match ha lasciato aperta la questione spiegando di stare cercando di capire cosa stia succedendo al suo corpo e fino a dove possa continuare in queste condizioni.

Le lacrime al termine della partita hanno comunque mostrato tutta la difficoltà del momento. Non necessariamente un addio, dunque, ma sicuramente uno dei segnali più forti che il tempo e il fisico stanno cambiando il rapporto tra Djokovic e il tennis.

US Open: sono 23 i giocatori con infortuni fisici

Il caso di Sinner, Alcaraz e Djokovic non è isolato. L’edizione 2026 degli US Open arriva infatti con un’infermeria particolarmente affollata: sono 23 i giocatori del tabellone maschile che si presentano a New York reduci da un infortunio, da un problema fisico recente o comunque con una condizione da tenere sotto osservazione. Solo per fare qualche esempio, Luciano Darderi ha giocato con il ginocchio sinistro fasciato mentre Thanasi Kokkinakis ha rivelato problemi alla schiena, come Casper Ruud. Carlos Taberner è alle prese con un problema ai muscoli posteriori della coscia mentre Ugo Carabelli all’anca destra.

I dati restituiscono una fotografia interessante del tennis contemporaneo: arrivare a uno Slam significa spesso arrivarci dopo mesi di carichi elevatissimi, viaggi, partite e recuperi sempre più compressi. E proprio questo porta a una domanda di salute sportiva: quanto può essere sostenibile per il corpo di un tennista un calendario così intenso?

Perché il tennis mette così sotto pressione il corpo?

Il tennis professionistico è uno degli sport nei quali il corpo deve combinare contemporaneamente potenza, velocità, resistenza, coordinazione e capacità di recupero. Il problema non è soltanto la durata della partita. Un match al meglio dei cinque set può protrarsi per diverse ore, con migliaia di movimenti ripetuti: scatti laterali, frenate, rotazioni del tronco, salti, torsioni, accelerazioni e improvvisi cambi di direzione.

Ginocchia, caviglie, anche, schiena, spalle, gomiti e polsi sono quindi sottoposti a stress continui. E quando il calendario si fa particolarmente fitto, il recupero diventa parte integrante della prestazione.

Us Open e infortuni: il problema di caldo, umidità e disidratazione

A New York c’è poi un altro elemento da non sottovalutare: il caldo accompagnato dall’umidità. Djokovic lo aveva già sperimentato a Cincinnati e agli US Open ha nuovamente mostrato quanto le condizioni ambientali possano incidere sulla capacità di sostenere uno sforzo prolungato. Calore e umidità rendono più difficile disperdere il calore prodotto dai muscoli e aumentano lo stress fisiologico durante l’esercizio.

In una partita lunga possono comparire stanchezza estrema, crampi, nausea e difficoltà a mantenere lucidità e coordinazione. Per un atleta professionista, soprattutto dopo ore di gioco, anche una piccola perdita di efficienza può diventare decisiva.

Simona Cortopassi

Classe 1980, è una giornalista iscritta all’Ordine dei Giornalisti della Lombardia. Toscana d’origine, vive a Milano e collabora con testate nazionali cartacee e digitali, occupandosi principalmente di benessere.È fondatrice di The Good Nighter, un blog dedicato al mondo del sonno, nato con l’obiettivo di diffondere maggiore consapevolezza sui disturbi del sonno e sull’insonnia.
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