DiabeteFeaturedSalute

Quando si parla di pre-diabete (e perché il termine potrebbe sparire)?

Molti diabetologi sostengono che questa terminologia sia impropria e propongono una nuova classificazione del diabete di tipo 2

A sollevare il tema è stato John Yudkin, professore di medicina all’University College di Londra, che già nel 2014 aveva definito il pre-diabete «un’etichetta inutile» sulle pagine del prestigioso British Medical Journal. Il termine era stato coniato qualche anno prima dall’American Diabetes Association (ADA) per identificare una condizione a metà tra la normalità glicemica e il diabete conclamato. Lo scopo era individuare precocemente le persone a rischio e promuovere interventi sullo stila di vita (in particolare, alimentazione e attività fisica).

Tuttavia, le ultime evidenze scientifiche hanno chiaramente mostrato quanto questa condizione sia tutt’altro che innocua: il pre-diabete, infatti, è già associato a un aumento significativo del rischio di malattie cardiovascolari, insufficienza renale cronica, demenza precoce e alcuni tumori, specialmente quello al colon-retto, al seno e al pancreas. Per questo motivo, i massimi esperti al mondo di diabetologia sostengono, anche sulle pagine di prestigiose riviste, che questa terminologia rischi di banalizzarne l’importanza e ritardi interventi potenzialmente decisivi per abbassare il rischio di andare incontro a diabete vero e proprio.

Una nuova visione: il diabete come processo continuo

Ecco perché sta emergendo una nuova proposta, che descrive il diabete di tipo 2 non più come una condizione che compare improvvisamente, ma come un processo continuo. Alla base c’è il graduale declino della funzione delle cellule beta del pancreas, che producono insulina, insieme all’aumento della resistenza insulinica. In quest’ottica, parlare di “stadi” della malattia potrebbe essere più utile che distinguere rigidamente tra “prima” e “dopo” il diabete.

In questo contesto vengono definiti tre nuovi stadi del diabete tipo 2.

Stadio 1

Comprende persone con un rischio aumentato di sviluppare alterazioni glicemiche, ma con valori ancora nella norma. In questa fase si osservano già lievi segnali di declino della funzione delle cellule beta e un progressivo aumento della glicemia (i valori che lo descrivono sono: glicemia a digiuno < 101 mg/dl; glicemia alla 1a ora nella curva da carico glucidico: < 155 mg/dl e alla 2a ora: 140 mg/dl; emoglobina glicata < 5,7%, TITR, Time in tight range, >90-95%).

Stadio 2

Include soggetti con alterazioni glicemiche, oggi definite “pre-diabete” o disglicemia (i valori che lo descrivono sono: glicemia a digiuno: 101–124 mg/dl; glicemia a 1 ora dal carico glucidico: ≥ 155 mg/dl e a due ore: 140–198 mg/dl; emoglobina glicata 5,7-6,4%, TITR >80-90%). È una fase già associata a un aumento del rischio di complicanze. Viene inoltre distinta in:

  • Stadio 2a (progressione lenta)
  • Stadio 2b (progressione rapida)

Questa differenziazione è importante perché consente di adattare gli interventi in base al profilo di rischio individuale.

Stadio 3

Corrisponde al diabete conclamato, con valori glicemici stabilmente elevati e diagnosi secondo i criteri attuali (i valori che lo descrivono sono: glicemia a digiuno ≥ 126 mg/dl; glicemia a 1 ora nella curva da carico: 208.8 mg/dl e a due ore: > 200 mg/dl; emoglobina glicata ≥ 6,5%, TITR <80%).

Perché superare il termine “pre-diabete”

L’idea di abbandonare il termine “pre-diabete” non è solo una questione semantica. Esperienze simili, come quella dell’ipertensione arteriosa (dove si è smesso di usare “pre-ipertensione”), hanno dimostrato che una classificazione più chiara in stadi migliora la percezione del rischio e favorisce interventi più tempestivi.

Riconoscere che la malattia inizia prima della diagnosi tradizionale può aiutare a ridurre quella che viene definita “inerzia clinica”, cioè il ritardo nell’avviare strategie di prevenzione o trattamento.

Intervenire prima (e meglio)

«Riconoscere gli stadi iniziali come parte della malattia significa poter intervenire precocemente, innanzitutto con modifiche importanti nello stile di vita, quali incremento del movimento e dieta adeguata», dice Raffaella Buzzetti, Presidente nazionale della Società italiana di diabetologia (Sid). «Ad oggi, non vi sono indicazioni regolatorie specifiche circa l’utilizzo di terapie farmacologiche, sebbene molte (tra cui metformina, pioglitazone e agonisti del recettore GLP-1) abbiano dimostrato un’efficacia nel rallentare la progressione dal “pre-diabete” al diabete e di ridurre il rischio cardiovascolare, anche in questi stadi iniziali di malattia».

Inoltre, un elemento innovativo della nuova classificazione è proprio la possibilità di distinguere tra persone a progressione rapida (spesso più giovani, con obesità o elevata resistenza insulinica) e a progressione lenta (più frequentemente anziani). Questo permette di personalizzare le cure, evitando sia trattamenti eccessivi sia interventi insufficienti.

I possibili benefici della nuova classificazione

L’adozione di un modello basato sugli stadi potrebbe portare a diversi vantaggi:

  • diagnosi più precoci e mirate;
  • interventi personalizzati in base al rischio reale;
  • maggiore accesso alle terapie nelle fasi iniziali;
  • riduzione delle complicanze gravi, come infarto, ictus e insufficienza renale;
  • maggiore sostenibilità del sistema sanitario grazie alla prevenzione.

Naturalmente, un cambiamento di questo tipo richiede anche una comunicazione chiara ed efficace, per evitare confusione tra cittadini e operatori sanitari. Superare il concetto di “pre-diabete” significa infatti adottare una nuova prospettiva: non aspettare che la malattia si manifesti pienamente, ma intervenire quando è ancora modificabile.

Chiara Caretoni

Giornalista pubblicista, lavora come redattrice per OK Salute e Benessere dal 2015 e dal 2021 è coordinatrice editoriale della redazione digital. È laureata in Lettere Moderne e in Filologia Moderna all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e ha accumulato diverse esperienze lavorative tra carta stampata, web e tv. Nel 2018 vince il XIV Premio Giornalistico SOI – Società Oftalmologica Italiana, nel 2021 porta a casa la seconda edizione del Premio Giornalistico Umberto Rosa, istituito da Confindustria Dispositivi Medici e, infine, nel 2022 vince il Premio "Tabacco e Salute", istituito da SITAB e Fondazione Umberto Veronesi.
Pulsante per tornare all'inizio