Salute

Luce blu: cos’è, cosa causa e come difendersi

Gli schermi retroilluminati sono spesso considerati responsabili di disturbi agli occhi, ma i fattori che contribuiscono all’affaticamento visivo sono molteplici

Volenti o nolenti, il lockdown ha costretto molti italiani a passare più tempo del solito davanti allo schermo. Chi per lo studio a seguire videolezioni, chi per lavoro alle prese con nuove modalità di smartworking, chi per diletto o come mezzo per socializzare. Da un lato la tecnologia ha permesso di restare al passo e di non far sentire le persone completamente isolate. Dall’altro le ripercussioni di un’attenzione visiva prolungata e di un’esposizione prolungata alla luce blu dei dispositivi elettronici non si sono fatte attendere:

  • arrossamento e bruciore agli occhi,
  • mal di testa,
  • disturbi del sonno le conseguenze più comuni.

I colori dello spettro: non solo luce blu 

Ma vi siete mai chiesti perché guardare uno schermo per molto tempo può far male alla vista? È davvero tutta colpa della famigerata luce blu, di cui tanto si parla in questi ultimi anni? La risposta è no, e capirete il perché con l’aiuto di Paolo Vinciguerra, responsabile dell’unità di oculistica all’Istituto clinico Humanitas di Rozzano (Milano).

Gruppo San Donato

«Prima di affrontare il tema della potenziale nocività di alcune radiazioni luminose bisogna fare un passo indietro e spiegare brevemente da dove viene la luce e come è classificata. La luce è una forma di radiazione elettromagnetica, cioè un tipo di energia che si propaga attraverso lo spazio vuoto sotto forma di onde, misurate in nanometri (nm). Fa parte del cosiddetto spettro elettromagnetico. Si tratta di un insieme di lunghezze d’onda di varie misure:

  • le onde radio sono quelle a più bassa frequenza,
  • fino a quelle a più alta frequenza, ovvero le onde gamma.

Quali sono le radiazioni che stimolano la retina?

Solo una piccolissima porzione di questo spettro è costituita da radiazioni in grado di stimolare i recettori della retina umana. Ecco perché si chiama campo visibile. Tale porzione si trova tra le frequenze dei raggi infrarossi e quelle dell’ultravioletto, invisibili all’occhio umano».

La luce del campo visibile permette all’uomo di distinguere ciò che lo circonda. Può provenire da una sorgente naturale (il sole) o artificiale (candele, lampadine eccetera).

«Nonostante ai nostri occhi appaia semplicemente neutra, chiara, illuminante, la luce è in realtà composta da sette colori (rosso, arancione, giallo, verde, azzurro, indaco, violetto). A seconda delle condizioni di luce, uno di questi colori predomina sugli altri. La luce gialla calda in una stanza al lume di candela è ben diversa da quella verdastra di un faro al neon. L’uomo però lo percepisce appena. Il cervello corregge e compensa costantemente le informazioni che arrivano dall’occhio, permettendoci di avere una visione invariata del mondo intorno a noi».

La temperatura di colore 

Queste variazioni di tonalità vengono quantificate attraverso una precisa grandezza fisica, chiamata temperatura di colore ed espressa in gradi Kelvin. È associata al concetto di temperatura non certo perché abbia a che fare con il caldo e il freddo comunemente intesi. Si chiama così perché si calcola scaldando una barra di metallo che emette luce con dominanti differenti a seconda della temperatura a cui è esposto.

Luce blu: mancano prove definitive  

«Questa premessa fa capire che quando si chiama in causa la cosiddetta luce blu è bene ricordare che si sta parlando di specifiche grandezze fisiche che vanno contestualizzate, e che generalizzare può essere fuorviante».

Secondo lo specialista va dunque ridimensionato l’allarme lanciato nel 2018 dall’Università di Toledo (Stati Uniti). Uno studio sosteneva che l’esposizione prolungata agli schermi dei dispositivi elettronici retroilluminati dalle luci artificiali Led potesse causare la morte di alcuni componenti cellulari della retina. Inoltre provocava l’aumento del rischio di degenerazione maculare, una patologia che può portare anche alla perdita della vista.

«È stato scientificamente provato che una banda particolare di luce non visibile, l’ultravioletto (Uva e Uvb), è dannosa per gli occhi e per questo a tutti gli occhiali da sole di qualità vengono applicati appositi filtri. Per quanto riguarda lo spettro della luce blu le ricerche sono ancora in corso e devono ancora arrivare a conclusioni incontrovertibili».

Luce blu: più della vista ne risente il sonno

La luce di questo intervallo di lunghezza d’onda nonostante venga percepita come «nuova», artificiale, in realtà è da sempre ovunque, perché presente nella luce solare. «È sicuramente vero che una sovraesposizione a questa luce, molto più frequente rispetto al passato, può essere irritante per gli occhi. Eliminarla però completamente dai dispositivi non solo non è necessario, ma può essere controproducente ai fini di una buona visione. È grazie a essa che si ottengono colori ricchi e immagini nitide e con un ottimo contrasto».

Quel che invece è certo è che l’esposizione alla cosiddetta luce blu può provocare disturbi del sonno, poiché la dominante blu (stimolante, quasi abbagliante per i nostri occhi e per il nostro cervello), presente in modo significativo nella luce solare diurna, attiva processi che da sempre ci portano al risveglio mattutino. Ma la soluzione c’è, dato che quasi tutti gli apparecchi digitali sono ormai dotati di applicazioni che consentono a chi proprio deve accedere ai dispositivi anche a ridosso del riposo notturno, di impostare la cosiddetta luce notturna, caratterizzata da un’intonazione giallastra che non contrasta il ritmo sonno-veglia.

Attenzione a risoluzione e contrasto

Attenuato il timore verso la luce blu, è su altri fattori che si dovrebbe concentrare l’attenzione per salvaguardare la vista sovraffaticata. Uno di questi è la risoluzione dello schermo. «Poiché l’occhio umano è uno strumento molto preciso, quando la risoluzione è bassa esso cerca in continuazione il punto più limpido. Si comporta esattamente come una telecamera che non riesce a mettere a fuoco, modificando il cristallino e affaticando notevolmente la vista». L’ideale sarebbe dunque utilizzare dispositivi con una risoluzione dai 4 K in su. La sigla significa quattromila, ma viene letto «quattro kappa», e indica una risoluzione orizzontale, pari, per i device, a 3.840×2.160 pixel.

Regolare il contrasto 

Un altro elemento che incide negativamente sulla nostra vista è il contrasto con la luce esterna, che andrebbe regolato costantemente. «Per risparmiare energia molti dispositivi, soprattutto i cellulari, abbassano l’intensità dell’illuminazione. Questo causa un super lavoro della pupilla, che per compensare la poca luce si allarga. Poiché l’occhio per vedere bene da vicino fisiologicamente stringe la pupilla, si finisce per costringerlo a compiere azioni contrastanti, cosa che ovviamente lo stanca molto». Quindi, se non si dispone di un telefono che lo fa automaticamente, quando la luce esterna è molto intensa, come ad esempio in spiaggia, la luminosità dello schermo va aumentata al massimo. Se ci si trova in un ambiente buio, è meglio diminuirla o scegliere, ove possibile, l’opzione sfondo nero.

Una pausa ogni ora 

Oltre alle cause legate ai dispositivi, ve ne sono altre correlate a comportamenti fisiologici di cui non ci si rende conto e che invece andrebbero controllati e corretti. «Quando si è molto concentrati su ciò che si sta leggendo, l’ammiccamento (la funzione delle palpebre che si aprono e si chiudono) si riduce di frequenza. L’occhio rimane più tempo esposto, cioè aperto, e le lacrime sulla superficie si asciugano». «Questo genera il cosiddetto occhio secco, un disturbo di cui soffre un italiano su cinque spesso senza saperlo, che causa irritazione, arrossamento, lacrimazione». Fare una pausa ogni ora e, in accordo con il proprio medico o farmacista, umettare la superficie oculare con specifici composti e sostituti lacrimali, può aiutare molto.

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