Le immersioni subacquee, più o meno profonde e a livello più o meno amatoriale, sono molto di moda in estate, quando si raggiungono mete di mare. Nei luoghi di vacanza si trovano spesso i diving club, a cui possono accedere anche i principianti per iniziare una prima esperienza subacquea. Anche solo con poche lezioni diventa possibile immergersi per qualche metro in acqua e ammirare le bellezze marine.
Tuttavia, l’ambiente subacqueo sottopone l’organismo a modificazioni emodinamiche estreme che non hanno riscontro nelle attività fisiche svolte sulla terraferma. Per questo motivo, anche un’immersione ricreativa a bassa profondità richiede un’attenta valutazione medica preventiva.
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Immersioni e cuore
Ma chi ha disturbi cardiovascolari può immergersi tranquillamente in acqua? O ci sono attività da evitare o precauzioni da prendere? La risposta dell’esperta Maddalena Lettino, Responsabile dell’Unità Operativa di Cardiologia dello Scompenso all’Ospedale Humanitas di Rozzano, nella videointervista.
Gli effetti della pressione idrostatica sull’apparato cardiocircolatorio

Quando il corpo si immerge in profondità, subisce l’effetto della pressione idrostatica. Questo fenomeno provoca uno spostamento di sangue (noto come blood shift) dalle estremità (gambe e braccia) verso i vasi del torace e il cuore, aumentando improvvisamente il volume di sangue centrale di circa 500-800 ml. Il cuore è così costretto a un lavoro di pompaggio significativamente maggiore.
Contemporaneamente, l’esposizione all’acqua fredda stimola il sistema nervoso simpatico, causando una vasocostrizione periferica, un aumento della pressione arteriosa e una riduzione della frequenza cardiaca (bradicardia riflessa). Per un cuore sano si tratta di adattamenti fisiologici gestibili, ma per un miocardio già compromesso queste variazioni possono innescare crisi ipertensive, aritmie o episodi di scompenso cardiaco.
Immersioni e cuore: chi può immergersi e le patologie “off-limits”
La moderna cardiologia non vieta in assoluto l’attività subacquea ai cardiopatici, ma impone una rigida stratificazione del rischio. Pazienti con ipertensione arteriosa ben controllata dalla terapia, o soggetti sottoposti a angioplastica coronarica da oltre un anno che abbiano superato con successo i test da sforzo, possono essere autorizzati a immersioni amatoriali a profondità limitate.
Al contrario, esistono controindicazioni assolute per chi soffre di insufficienza cardiaca instabile, angina pectoris, aritmie ventricolari maggiori, gravi valvulopatie o per chi ha subito un infarto del miocardio recente (meno di sei mesi). Un’attenzione speciale va dedicata al PFO (Pervietà del Forame Ovale), un’anomalia cardiaca congenita molto comune che nei subacquei aumenta drasticamente il rischio di embolia gassosa arteriosa.
Immersioni e cuore: l’importanza dello screening medico prima di indossare la muta
Prima di pianificare un’immersione, soprattutto dopo i 40 anni o in presenza di fattori di rischio come fumo, colesterolo alto o familiarità per malattie cardiache, è indispensabile sottoporsi a una visita medico-sportiva mirata al rilascio dell’idoneità subacquea. Lo screening cardiologico di base prevede un elettrocardiogramma (ECG) a riposo e sotto sforzo, un ecocardiogramma color-doppler per valutare la funzionalità delle valvole e delle pareti cardiache, e nei soggetti a rischio un monitoraggio della pressione. Durante l’attività, i cardiologi raccomandano di evitare sforzi eccessivi in acqua, mantenere un’idratazione ottimale prima e dopo l’immersione per ridurre la viscosità del sangue, e risalire sempre lentamente rispettando rigorosamente le tappe di decompressione.




