Salute

Agenesia dentale: quando i denti permanenti non crescono, cosa fare?

Si tratta di una condizione congenita che può compromettere estetica e masticazione, soprattutto nei più giovani. Ecco come riconoscerla precocemente e quali sono oggi le cure più efficaci

L’agenesia dentale è una condizione che porta alla mancanza di uno o più denti permanenti, con conseguenze estetiche ma soprattutto funzionali. In questo articolo scopriamo perché è fondamentale una diagnosi precoce – già nella pre-adolescenza – e quali sono i trattamenti più efficaci.

Sorridere con naturalezza è qualcosa che diamo per scontato. Ma per molti ragazzi e ragazze, questa semplicità viene meno quando si scopre che uno o più denti permanenti non sono mai cresciuti e mai cresceranno. Si chiama agenesia dentale ed è l’assenza congenita di uno o più denti, dovuta al mancato sviluppo della gemma dentale fin dalle prime fasi della vita.

I numeri in Italia e nel mondo

Non si tratta di un fenomeno raro. Secondo le stime più recenti, l’agenesia dentale (esclusi i denti del giudizio) interessa tra il 3 e il 10% della popolazione generale, con una prevalenza che in Italia si attesta intorno al 6%, secondo una revisione della letteratura scientifica. Tra bambini e adolescenti, la condizione riguarda circa il 4-5% dei casi, con una frequenza maggiore nelle femmine rispetto ai maschi (rapporto di circa 3:2).

Quali denti mancano più spesso?

Non tutti i denti sono ugualmente a rischio di agenesia. I più colpiti sono:

  • i secondi premolari inferiori (i denti che si trovano a metà arcata nella mascella inferiore);
  • gli incisivi laterali superiori (i due denti che affiancano i due “denti da coniglio” in alto).

Proprio questi ultimi, quando mancano, creano uno degli scenari clinici più delicati, sia dal punto di vista funzionale sia estetico: si trovano in una posizione centrale del sorriso, sono immediatamente visibili e la loro assenza può alterare in modo significativo l’armonia del viso.

Come si scopre l’agenesia dentale?

La diagnosi avviene quasi sempre nell’infanzia o nella prima adolescenza, quando i denti permanenti dovrebbero sostituire quelli da latte. Lo strumento diagnostico fondamentale è l’ortopanoramica, una radiografia che fornisce una visione completa di tutte le strutture dentali e mandibolari. È in questa fase che si scopre l’assenza del germoglio del dente permanente: non c’è un dente che non è ancora spuntato, ma proprio non esiste il punto di partenza da cui avrebbe dovuto formarsi.

Le conseguenze che ne derivano possono essere diverse:

  • spazi visibili nel sorriso, soprattutto se mancano i denti anteriori;
  • malocclusioni, cioè un rapporto scorretto tra le arcate superiore e inferiore;
  • microdonzia dei denti vicini, ovvero la tendenza ad avere denti di dimensioni ridotte, spesso presente nei casi di agenesia.

L’impatto psicologico, soprattutto negli adolescenti

Scoprire di avere un dente mancante durante l’adolescenza, proprio quando l’immagine di sé è più fragile, può diventare fonte di imbarazzo o isolamento. Ma non solo. «L’agenesia dentale può avere conseguenze rilevanti sia sulla funzione masticatoria sia sull’equilibrio occlusale», spiega Renato Cocconi, socio fondatore di FACExp – Experts in Orthodontics, associazione nazionale di medici ortodontisti.

«Nei pazienti in crescita la strategia terapeutica deve essere attentamente pianificata: l’ortodonzia permette di ristabilire un assetto funzionale stabile sfruttando i denti naturali e, quando necessario, di integrare il trattamento con restauri adesivi minimamente invasivi. L’obiettivo clinico è ottenere un sorriso armonico e naturale, nel quale non sia più percepibile il problema originario».

Perché non si può mettere subito un impianto?

Una delle prime domande che si fanno i genitori (e i ragazzi stessi) è: “Non si può semplicemente mettere un impianto?”. La risposta è: non ancora. Gli impianti dentali richiedono che lo sviluppo scheletrico sia completamente terminato. Posizionare un impianto in un osso ancora in crescita comporterebbe il rischio che, con il tempo, esso si trovi in una posizione scorretta rispetto al resto dell’arcata, con conseguenze estetiche e funzionali anche gravi. Per questo motivo, nel paziente adolescente, l’ortodonzia è quasi sempre la prima fase del percorso terapeutico.

Il trattamento con l’apparecchio non serve solo a raddrizzare i denti: in questo contesto, serve a gestire gli spazi, a posizionare correttamente le radici dei denti adiacenti e a preparare il terreno per le soluzioni definitive.

Agenesia dentale: due strade terapeutiche

Una volta completata la crescita (o in parallelo con l’ortodonzia), esistono principalmente due strategie per affrontare il dente mancante. La scelta tra le due dipende da molti fattori: la posizione del dente assente, l’entità degli spazi, la morfologia dei denti vicini, l’età e le preferenze del paziente.

1. La chiusura ortodontica degli spazi

In alcuni casi, il percorso più indicato è quello di chiudere lo spazio lasciato dal dente mancante, spostando i denti vicini con l’apparecchio ortodontico. Nel caso dell’incisivo laterale superiore, per esempio, si può portare il canino al posto del laterale mancante e il primo premolare al posto del canino. Questo approccio ha il vantaggio di evitare qualsiasi protesi o impianto, sfruttando unicamente i denti naturali del paziente. Tuttavia, richiede una fase successiva di rifinitura estetica: canini e premolari non hanno la stessa forma degli incisivi, e devono essere “camuffati” per ottenere un sorriso dall’aspetto naturale.

Qui entra in gioco la riabilitazione estetica con restauri adesivi: una tecnica conservativa che consiste nell’aggiungere materiale composito, di colore e texture simili al dente naturale, sulla superficie del dente, senza intaccare la struttura originale.

2. La sostituzione protesica con ponti in zirconio

Quando invece si decide di mantenere gli spazi e sostituire il dente mancante con una protesi, la soluzione più conservativa e di lungo termine è rappresentata dai ponti mono-aletta in zirconio, conosciuti anche come ponti Maryland. Si tratta di protesi fisse che si ancorano al dente adiacente tramite un’unica aletta in ceramica, senza bisogno di limare i denti pilastro, come avviene con i ponti tradizionali. Sono esteticamente molto validi, preservano la struttura dentale sana e sono particolarmente indicati proprio per i pazienti giovani, in attesa del momento opportuno per l’impianto definitivo, oppure come soluzione permanente in chi non desidera o non può sottoporsi a chirurgia implantare.

I dati clinici sulla loro affidabilità sono solidi: studi internazionali riportano tassi di sopravvivenza superiori al 98% a 10 anni, con i ponti mono-aletta che mostrano prestazioni migliori rispetto alla versione a doppia aletta, in particolare nelle lacune singole del settore anteriore.

Quanto dura il trattamento?

Il percorso complessivo non è brevissimo, ma è ben strutturato. Il trattamento ortodontico dura in media circa due anni, a cui si aggiunge la fase riabilitativa (restauri o protesi). È un percorso che richiede collaborazione tra più specialisti: ortodontista e odontoiatra devono lavorare in modo coordinato, con una pianificazione interdisciplinare fin dall’inizio. È proprio questa pianificazione precoce, idealmente avviata già nella prima adolescenza, a fare la differenza tra un risultato mediocre e un sorriso che nessuno riconoscerà mai come “ricostruito”.

Cosa fare se si sospetta un’agenesia

Se il proprio figlio ha 8-10 anni e il dente permanente tarda ad arrivare dopo la caduta del dente da latte, il primo passo è rivolgersi a un ortodontista per una valutazione con ortopanoramica. La diagnosi precoce consente di pianificare il percorso con anticipo, di gestire correttamente gli spazi durante la crescita e di arrivare alla soluzione definitiva nella maniera più conservativa possibile, preservando la struttura dentale sana e ottenendo un risultato estetico e funzionale ottimale.

Simona Cortopassi

Classe 1980, è una giornalista iscritta all’Ordine dei Giornalisti della Lombardia. Toscana d’origine, vive a Milano e collabora con testate nazionali cartacee e digitali, occupandosi principalmente di benessere.È fondatrice di The Good Nighter, un blog dedicato al mondo del sonno, nato con l’obiettivo di diffondere maggiore consapevolezza sui disturbi del sonno e sull’insonnia.
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