
Che si tratti di organizzare un viaggio, gestire le finanze, interpretare un testo o risolvere dei quesiti complessi, la tecnologia e, in particolare, l’intelligenza artificiale hanno ridotto notevolmente gli ostacoli, rendendo ogni nostra azione un flusso praticamente privo di attriti. Tuttavia, negli ultimi tempi, si è diffusa un’idea che potrebbe sembrare controintuitiva per l’epoca in cui viviamo: reintrodurre intenzionalmente piccoli ostacoli nelle nostre routine quotidiane. Scopriamo cos’è il friction-maxxing e perché se ne parla sempre di più.
In questo articolo
Friction-maxxing: cos’è?
Questo neologismo è stato utilizzato da Kathryn Jezer-Morton in un articolo pubblicato a gennaio 2026 su The Cut, intitolato “In 2026, we are friction-maxxing”. Il termine descrive «il processo di sviluppare una tolleranza per gli “inconvenienti” e poi arrivare persino a trarne piacere». Alla base, c’è una reazione alla cultura promossa dalle tecnologie digitali e dall’AI, che tendono a eliminare ogni forma di sforzo o attesa. Secondo l’autrice, questo paradigma rischia di farci percepire la vita stessa come qualcosa da cui fuggire continuamente a favore di soluzioni automatiche e immediate, capaci di rimuovere facilmente qualsiasi attrito, persino attività come leggere, conversare o pensare.
Friction-maxxing: le difficoltà ci servono per imparare?
In un articolo pubblicato su Communications Psychology, gli autori suggeriscono che il più grande punto di forza dell’intelligenza artificiale, cioè la capacità di eliminare le difficoltà, costituisce allo stesso tempo il suo maggiore punto debole. La rimozione dello sforzo, infatti, tende a privilegiare il risultato rispetto al processo, eliminando quelle che vengono definite “desirable difficulties “, cioè difficoltà “desiderabili”, che richiedono un impegno tale da favorire l’apprendimento, la crescita personale, la memorizzazione e la costruzione di significato.
Un recente studio evidenzia come l’assistenza dell’AI per risolvere direttamente i compiti migliori le prestazioni nell’immediato, ma riduca la persistenza e peggiori i risultati quando si torna a lavorare senza supporto. Grace Liu, coautrice della ricerca, ha dichiarato a The Independent che, se l’intelligenza artificiale elimina sistematicamente la lotta produttiva che sviluppa le competenze nel tempo, le persone potrebbero ottenere la risposta giusta sul momento, ma sviluppare una capacità autonoma meno solida. «Non si tratta del fatto che l’IA ci renda “più stupidi”, la questione è più complessa. Ma per comprendere appieno la portata di questo effetto su larga scala e in contesti diversi, sono necessarie ulteriori ricerche», ha affermato.
Il valore dello sforzo nell’era dell’AI
Il friction-maxxing può essere interpretato come un tentativo di ristabilire equilibrio in un contesto in cui la comodità estrema rischia di ridurre coinvolgimento, attenzione e capacità di tollerare la complessità. Non significa solo “fare le cose nel modo più difficile”, ma anche scegliere consapevolmente quando farlo.
Oggi, strumenti come l’intelligenza artificiale sono ormai parte integrante della nostra vita quotidiana e professionale. Se da una parte comportano dei rischi, dall’altra hanno anche ampliato in modo significativo le nostre possibilità, ad esempio consentendoci di analizzare rapidamente enormi quantità di dati, automatizzare compiti ripetitivi, aumentare la produttività e supportare le attività creative. Il punto, quindi, non è evitare completamente la tecnologia, ma riconoscere che lo sforzo può avere un valore, soprattutto nel momento in cui diventa una scelta.
Alcuni esempi pratici di friction-maxxing possono includere:
- studiare un argomento prima di cercare una risposta istantanea;
- leggere un libro senza affidarsi a riassunti o spiegazioni automatiche;
- scrivere un testo senza ricorrere subito a strumenti di correzione;
- esercitarsi a fare calcoli semplici a mente invece di usare immediatamente una calcolatrice;
- provare a orientarsi in una città senza utilizzare costantemente il GPS.




