Psicologia

Gli schermi stanno davvero rovinando il cervello dei bambini? La risposta della scienza

Tra il panico dei genitori italiani e la paura dei danni cerebrali, i grandi studi internazionali smontano il mito dello "schermo che rovina il cervello"

Un urlo improvviso, i piedi che sbattono a terra e quel tentativo disperato di strappare il tablet dalle mani prima che lo schermo si spenga. È una scena che quasi ogni genitore italiano ha vissuto. La reazione viscerale dei bambini quando si impone lo “stop alla tecnologia” fa paura, e spinge molti a chiedersi: stiamo davvero rovinando il cervello dei nostri figli?

In Italia il dibattito si è acceso come mai prima d’ora. Mentre nelle chat di classe su WhatsApp si diffondono iniziative sulla scia del movimento britannico Smartphone Free Childhood – con patti tra genitori per vietare lo smartphone individuale fino ai 14 anni e i social fino ai 16 – anche le istituzioni riflettono su stop drastici nelle scuole.

La sensazione diffusa è che la tecnologia sia la causa primaria dell’aumento di ansia, depressione e disturbi del sonno tra gli adolescenti, tanto da far dire ai ragazzi stessi che ogni tanto bisognerebbe “andare a toccare l’erba” (touch grass), ovvero staccare tutto e uscire all’aria aperta.

Eppure, dietro i titoli allarmistici, la comunità scientifica internazionale è spaccata. Le prove concrete che gli schermi causino danni neurologici o psicologici permanenti semplicemente non ci sono.

La scienza della “schermofobia” è davvero attendibile?

un ragazzino con gli occhi fissi sul telefono
La scienza della “schermofobia” è davvero attendibile? – www.ok-salute.it

Pete Etchells, professore di psicologia alla Bath Spa University ed esperto di scienze comportamentali, nel suo saggio Unlocked: The Real Science of Screen Time, analizza centinaia di ricerche sul tema dimostrando come gran parte della letteratura scientifica sia debole o mal interpretata.

«Le prove scientifiche concrete a supporto delle storie sui terribili effetti del tempo trascorso davanti allo schermo non ci sono», spiega Etchells. Uno dei problemi principali risiede nella metodologia: la maggior parte degli studi si basa sull’autovalutazione (self-reporting). Ai ragazzi viene chiesto a posteriori di stimare quante ore abbiano passato al telefono e come si sentissero, un metodo soggetto a enormi imprecisioni ed errori di memoria.

Inoltre, la correlazione statistica non implica una causalità diretta. Un esempio pratico? Durante la bella stagione aumentano sia le vendite di gelato che le diagnosi di scottature solari, ma non sono i gelati a causare i tumori della pelle: il fattore comune è il caldo. Allo stesso modo, una ricerca condotta su giovani che usavano molto lo smartphone nei consultori medici per ansia e depressione ha rivelato che la variabile reale non era lo schermo in sé, ma la solitudine: i ragazzi ansiosi trascorrevano più tempo da soli e, di conseguenza, usavano di più il telefono.

Conseguenze uso dei video negli adolescenti: cosa dicono davvero le risonanze magnetiche al cervello?

Un’importante conferma arriva da uno studio che ha visto la collaborazione tra ricercatori statunitensi e britannici, che ha analizzato oltre 11.500 scansioni cerebrali di bambini tra i 9 e i 12 anni. Supervisionata dal professor Andrew Przybylski dell’Università di Oxford, l’indagine ha mostrato che, sebbene l’uso prolungato degli schermi sia associato a lievi variazioni nelle connessioni neuronali (come avviene per qualsiasi altra attività di apprendimento), non esiste alcuna prova che il tempo d’uso porti a un peggioramento del benessere mentale o a deficit cognitivi.

La contro-narrativa: perché la prudenza resta alta

Non tutti gli scienziati invitano alla calma. Jean Twenge, docente di psicologia alla San Diego State University, sostiene da anni che la diffusione capillare degli smartphone a partire dallo scorso decennio sia il comune denominatore del calo della salute mentale giovanile. La studiosa cita, tra gli altri, un esperimento condotto in Danimarca su 181 bambini di 89 famiglie: limitare per due settimane lo schermo a sole tre ore settimanali ha portato a un miglioramento dei sintomi psicologici e del comportamento prosociale dei piccoli.

Secondo la Twenge, la combinazione tra isolamento, privazione del sonno e riduzione dei contatti umani diretti rappresenta una formula pericolosa per la psiche di un pre-adolescente, il cui cervello non ha ancora completato lo sviluppo della corteccia prefrontale.

Prospettiva Argomentazione Principale Soluzione Proposta
Iper-prudente (es. Jean Twenge) Gli schermi sottraggono tempo al sonno e alla socialità reale, aumentando l’isolamento. Rinvio dello smartphone a 14-16 anni.
Contestualista (es. Pete Etchells, Andrew Przybylski) Non conta la “quantità” di tempo, ma la “qualità” dell’uso (passivo/doomscrolling vs. attivo/sociale). Educazione digitale e guida genitoriale senza demonizzazione.

Il vero nodo per i genitori italiani: senso di colpa e linee guida incerte

una madre riflette sul divano
Il vero nodo per i genitori italiani: senso di colpa e linee guida incerte – www.ok-salute.it

Mentre in Italia le famiglie si muovono tra la paura dei rischi online reali e il desiderio di non isolare i figli dai propri coetanei, la pediatria globale fatica a dare risposte univoche.

Né l’American Academy of Pediatrics né il Royal College of Paediatrics britannico indicano più tetti orari rigidi ed espressi in minuti. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) raccomanda di evitare del tutto i video sotto l’anno di età e di non superare l’ora al giorno tra i 1 e i 4 anni, ma focalizzando la direttiva principalmente sulla promozione dell’attività fisica contro la sedentarietà.

Come evidenziato da Jenny Radesky, pediatra della University of Michigan, il dibattito attuale rischia spesso di alimentare il senso di colpa dei genitori anziché fornire strumenti utili. Un capriccio per l’iPad spento può non essere diverso dalla rabbia manifestata quando è ora di interrompere un gioco al parco per tornare a casa: fa parte della crescita e dell’imparare a gestire la frustrazione.

In un mondo in cui la tecnologia si sta evolvendo verso visori di realtà aumentata e assistenti di Intelligenza Artificiale usati dai ragazzi anche per i compiti, isolare i giovani dal digitale potrebbe rivelarsi controproducente, lasciandoli privi delle competenze critiche necessarie per navigare il futuro in modo sicuro e consapevole.

Conseguenze uso dei video negli adolescenti: cosa dicono le fonti e gli studi ufficiali

La discussione sull’impatto dei media digitali sul benessere di bambini e adolescenti si basa su una vasta letteratura scientifica in costante evoluzione. Per chi desidera consultare direttamente i dati e le ricerche citate:

  • I dati sul cervello degli adolescenti: l’imponente studio sulle scansioni cerebrali condotto su oltre 11.500 ragazzi è consultabile attraverso la pubblicazione ufficiale del progetto Adolescent Brain Cognitive Development (ABCD).
  • Le ricerche dell’Università di Oxford: per consultare gli studi del professor Andrew Przybylski sull’impatto positivo e neutrale del gaming e dei social network sul benessere giovanile, è possibile accedere alla rivista Royal Society Open Science.
  • Smartphone Free Childhood (SFC): un movimento dal basso nato nel Regno Unito ad inizio 2024, fondato da due madri e diventato in pochissimo tempo una realtà globale che coinvolge centinaia di migliaia di genitori in tutto il mondo (compresa l’Italia). L’obiettivo principale del movimento è ritardare l’età in cui viene dato uno smartphone personale ai bambini (idealmente almeno fino ai 14 anni) e posticipare l’accesso ai social media (almeno fino ai 16 anni).

Francesco Bianco

Giornalista professionista dal 1997, ha lavorato per il sito del Corriere della Sera e di Oggi, ha fatto interviste per Mtv e attualmente conduce un programma di attualità tutte le mattine su Radio LatteMiele, dopo aver trascorso quattro anni nella redazione di Radio 24, la radio del Sole 24 Ore. Nel 2012 ha vinto il premio Cronista dell'Anno dell'Unione Cronisti Italiani per un servizio sulle difficoltà dell'immigrazione. Nel 2017 ha ricevuto il premio Redattore del Gusto per i suoi articoli sull'alimentazione.
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