Si è da poco concluso il periodo di quarantena per i passeggeri della nave da crociera olandese MV Hondius, sulla quale ad aprile è scoppiato un focolaio da hantavirus che ha tenuto il mondo con il fiato sospeso. Per settimane sono stati monitorati insieme ai loro contatti stretti, nel timore generale – più volte giudicato infondato dalle autorità sanitarie – che potesse profilarsi una nuova pandemia simile a quella di Covid-19. La vicenda ha generato ansie che in molti pensavano di essersi lasciati alle spalle, e che invece rischiano di guastare le vacanze.
In estate, con i viaggi (spesso internazionali) e le numerose occasioni di socialità, inevitabilmente riaffiora qualche preoccupazione e si preparano le valigie con un pizzico di apprensione. Ma ora si può davvero partire tranquilli? Lo abbiamo chiesto a Cristina Mussini, presidente della Società italiana malattie infettive e tropicali (Simit), direttrice della Clinica di Malattie infettive del Policlinico di Modena e ordinaria di Malattie infettive dell’Università di Modena e Reggio Emilia.
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È sicuro viaggiare in Cile e Argentina?
Professoressa Mussini, dopo il focolaio scoppiato sulla nave da crociera, legato a un ceppo di hantavirus Andes endemico in Cile e Argentina, è ancora sicuro viaggiare in quei Paesi?
«Certo: la vicenda della nave da crociera non ha modificato sostanzialmente la situazione. Quel focolaio è stato verosimilmente legato alla presenza di roditori infetti in una discarica visitata da una coppia di passeggeri durante un’escursione. Si tratta di una dinamica di contagio nota per questo tipo di virus: episodi simili sono rari e, quando si verificano, in genere danno origine a focolai limitati. Nel 2025, in Sud America, sono stati notificati 229 casi di cui 59 decessi. Questo dato indica una letalità relativamente elevata, intorno al 25%, ma è importante sottolineare che la capacità di diffusione del virus tra le persone rimane molto limitata».
Come si trasmette l’hantavirus Andes

In che modo proteggersi da potenziali contagi?
«Il virus Andes, unico ceppo di hantavirus in grado di passare da persona a persona, è veicolato da un piccolo roditore endemico del Sud America, il topo pigmeo a coda lunga. La trasmissione avviene principalmente attraverso l’inalazione di aerosol contaminati, cioè particelle microscopiche che si formano quando gli escrementi, le urine o la saliva degli animali infetti si seccano e vengono poi risollevati nell’aria. La prima raccomandazione è ovviamente quella di non frequentare zone a rischio per la presenza di questi animali. Per proteggersi invece dalla trasmissione da parte di altre persone, valgono le consuete regole di igiene, come lavarsi accuratamente le mani e mantenere il distanziamento da coloro che presentano sintomi sospetti».
Come proteggersi durante viaggi in aereo, treno e nave
In viaggio non è sempre facile seguire queste indicazioni: cosa fare se ci si trova su un treno, un aereo o una nave da crociera?
«Gli ambienti ristretti e affollati, dove si mangia e si trascorrono molte ore a contatto con altre persone, aumentano il rischio di diffusione dei virus. Non parliamo solo di hantavirus, ma di tutti quei microrganismi infettivi che si trasmettono per inalazione o per ingestione di alimenti contaminati: basti pensare ai focolai di norovirus e salmonella che si registrano periodicamente sulle navi da crociera. In questi contesti conta molto la corretta igiene delle mani, mentre per le persone fragili e immunodepresse è consigliato anche l’uso della mascherina. Le stesse precauzioni valgono per i viaggi in aereo e nelle aree di attesa di stazioni e aeroporti, dove si entra in contatto con persone provenienti da diverse parti del mondo».
A proposito di contatti stretti e convivenza in ambienti condivisi, un caso particolare è quello del posto di lavoro: in caso di contagio vanno adottate misure particolari?
«In primo luogo, il lavoratore sintomatico deve essere allontanato dall’ambiente lavorativo e indirizzato a una valutazione medica. Per i colleghi non sono previste misure drastiche come quarantene generalizzate, ma si procede a una valutazione dei contatti stretti. Per quanto riguarda gli ambienti, è raccomandabile una sanificazione accurata degli spazi condivisi e la corretta aerazione dei locali».
Quali sono i sintomi dell’hantavirus Andes
Come agisce l’hantavirus una volta entrato nell’organismo umano?
«Il virus colpisce principalmente l’endotelio che riveste i piccoli vasi sanguigni determinando un’endotelite, cioè un’infiammazione diffusa della parete vascolare, con alterazione della permeabilità dei capillari. Nelle fasi precoci, il quadro clinico può essere ingannevole: l’esordio è spesso subdolo e aspecifico, con febbre, dolori muscolari, malessere generale e talvolta una tosse secca, tutti sintomi che possono facilmente essere scambiati per una comune sindrome simil-influenzale. È nella seconda fase che la malattia può evolvere in modo improvviso e rapido, causando edema polmonare, insufficienza renale ed encefalite. Il quadro clinico più grave è la sindrome cardiopolmonare da hantavirus, che può avere esito fatale».
A chi bisogna rivolgersi se si sospetta di essere stati contagiati?
«Il primo riferimento è il medico di medicina generale o del pronto soccorso, che valuta il quadro clinico e l’eventuale esposizione al rischio. Se il sospetto è concreto, il paziente viene indirizzato al centro di riferimento ospedaliero più vicino per gli accertamenti necessari: in genere si esegue il test della Pcr (reazione a catena della polimerasi) su campioni biologici per ricercare tracce del genoma virale, mentre i test sierologici consentono di individuare la presenza di anticorpi specifici. Se l’infezione viene confermata, allora si procede con il ricovero in isolamento presso strutture sanitarie provviste di idonee misure di contenimento, come l’ospedale Sacco di
Milano e lo Spallanzani di Roma».
Quanto dura l’incubazione e quando si è contagiosi
Quanto dura l’incubazione del virus? E per quanto tempo si è contagiosi?
«L’incubazione può durare da una a sei settimane: per questo la quarantena dei contatti ad alto rischio (esposti a un caso probabile o confermato di infezione) dura dai 42 ai 55 giorni. Riguardo alla contagiosità delle persone infette, si sa ancora molto poco. È noto che i sintomatici possono trasmettere il virus per contatto stretto, ma non è chiaro se lo stesso vale anche per coloro che non presentano sintomi. Purtroppo, non abbiamo solidi dati epidemiologici perché questo virus, solitamente responsabile di un numero limitato di casi in aree geograficamente circoscritte, è stato poco studiato finora».
Esistono vaccini o cure contro l’hantavirus Andes?
Quali terapie sono disponibili contro l’hantavirus Andes?
«Attualmente non esistono vaccini né specifiche terapie antivirali efficaci. Il trattamento è quindi principalmente di supporto ai danni d’organo. Nei casi più gravi può essere necessario il ricovero in terapia intensiva con l’Ecmo (ossigenazione extracorporea a membrana), un trattamento che preleva il sangue dal corpo, lo ossigena tramite un polmone artificiale e lo rimette in circolo, sostituendo temporaneamente le funzioni di cuore e polmoni. Nelle forme con interessamento renale, invece, può rendersi necessaria la dialisi».
A che punto è lo sviluppo del vaccino?
«Negli Stati Uniti la ricerca su possibili vaccini contro hantavirus simili ad Andes (come il Sin Nombre virus) è abbastanza avanzata. Parte di questi studi è stata portata avanti da laboratori collegati all’esercito americano, perché gli hantavirus sono considerati potenziali agenti di rischio biologico. Finora i progressi sono stati lenti, soprattutto per il numero limitato di casi, però spesso eventi molto mediatici, come il focolaio legato alla crociera, possono accelerare investimenti e ricerca. Oggi, inoltre, le piattaforme a mRNA permettono di sviluppare nuovi vaccini in tempi molto più rapidi, anche nell’arco di pochi mesi, come è accaduto per Covid-19. Un vantaggio è che l’hantavirus sembra mutare relativamente poco, almeno stando a quanto sappiamo oggi: questo significa che un eventuale vaccino potrebbe mantenere la sua efficacia più a lungo, senza dover
essere continuamente aggiornato».
Quali virus preoccupano davvero gli esperti oggi
Le autorità sanitarie hanno più volte chiarito che l’hantavirus non possiede le caratteristiche necessarie per provocare una pandemia globale. Quali sono allora i virus che oggi preoccupano davvero e che vengono monitorati con maggiore attenzione?
«Sono soprattutto quelli a trasmissione respiratoria, in particolare i virus influenzali, che possono facilmente cambiare le molecole sulla loro superficie rendendosi “nuovi” agli occhi del sistema immunitario. Eventi di questo tipo si verificano mediamente ogni 30-40 anni. Anche i virus influenzali di origine aviaria sono strettamente monitorati, soprattutto dopo l’ampia diffusione del virus H5N1 negli allevamenti di bovini negli Stati Uniti, che ha aumentato l’attenzione sulla possibilità di salti di specie».
Perché il rischio di nuove pandemie è destinato ad aumentare

Molti esperti ritengono che il rischio di pandemie sia destinato ad aumentare: quali sono i fattori che oggi rendono più probabile la comparsa e la diffusione di nuovi virus?
«Il fattore principale è la mobilità globale: oggi un’infezione può spostarsi da un continente all’altro in poche ore attraverso i viaggi aerei. Un secondo elemento rilevante è l’aumento dei contatti tra esseri umani e animali selvatici o allevati in contesti non controllati. In alcune aree del mondo, per condizioni ambientali degradate o per pratiche culturali, molte persone vivono a stretto contatto con specie che sono il serbatoio di virus potenzialmente pericolosi, facilitando così il salto di specie».
Il nuovo piano pandemico recentemente adottato dall’Italia migliora davvero la nostra capacità di rispondere a un’eventuale pandemia oppure, come sottolineano alcuni critici, presenta ancora delle lacune, ad esempio in merito all’approvvigionamento di farmaci e vaccini?
«È inevitabile che alcuni aspetti del piano pandemico restino un po’ vaghi, perché non possiamo sapere in anticipo quale agente patogeno scatenerà la prossima pandemia. Questo rende difficile pianificare nel dettaglio, ad esempio, l’approvvigionamento di farmaci o vaccini senza il rischio di sprechi. La cosa più importante è che il piano pandemico finalmente ci sia, per non arrivare impreparati alla prossima emergenza sanitaria, anche se da solo non basta: bisogna applicarlo e lavorare concretamente sul campo. Anche noi della Simit, insieme alla Società italiana di anestesia, analgesia, rianimazione e terapia intensiva (Siaarti) e alla Società italiana di medicina
d’emergenza-urgenza (Simeu), stiamo creando una rete per essere pronti a fronteggiare eventuali nuove pandemie».
Hantavirus Dobrava-Belgrado: il ceppo presente anche in Europa
Oltre al virus Andes, esiste anche un altro ceppo di hantavirus più vicino a casa nostra, diffuso soprattutto nei Balcani e in alcune zone dell’Europa orientale: è il virus Dobrava-Belgrado, anch’esso trasmesso da un roditore (il topo selvatico dal collo giallo) ma incapace di passare da persona a persona. È responsabile della cosiddetta febbre emorragica con sindrome renale (Hfrs), che si manifesta con febbre alta, dolori addominali, pressione bassa e, nei casi più seri, sanguinamento e insufficienza renale.
Non esiste un antivirale specifico risolutivo: la terapia è di supporto e, nei casi più complessi, può essere necessaria la dialisi. La prognosi è molto variabile, ma in generale la letalità è più bassa rispetto all’infezione da Andes e si attesta intorno all’1-5%. Il virus è presente anche in Italia: tra il 2021 e il 2022 è stato identificato per la prima volta in alcuni roditori selvatici del Friuli-Venezia Giulia. Finora, tuttavia, la sua diffusione sembra limitata ad aree boschive particolarmente remote e non sono stati segnalati casi di trasmissione all’uomo. Sono stati documentati soltanto rarissimi casi di infezione importati dall’estero.




