L’allerta legata all’Hantavirus, seppur ancora sotto osservazione da parte della comunità scientifica, ha riacceso in molte persone paure profonde che sembravano sopite. Basta una notizia su un possibile caso di isolamento perché ansia, inquietudine e senso di vulnerabilità tornino a galla. Ma perché accade? E soprattutto: la paura può diffondersi più rapidamente della malattia stessa?
Secondo la dottoressa Stefania Sacchezin, psicoterapeuta EMDR specializzata in psicologia dell’emergenza e consulente senior del CRSP (Centro Ricerche Studi in Psicotraumatologia), la risposta è sì: «Il trauma della pandemia non è stato davvero archiviato dal nostro cervello».
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Paura dei virus e ansia sanitaria: perché le nuove allerte riattivano l’allarme
«In termini neurobiologici, assistiamo a un vero e proprio sequestro emozionale da parte dell’amigdala», spiega l’esperta. «In un cervello che ha subito lo shock del 2020, la notizia non viene elaborata dalla corteccia prefrontale, cioè dalla parte razionale, ma colpisce direttamente le memorie traumatiche. Non stiamo valutando il rischio reale dell’Hantavirus oggi: stiamo rivivendo il terrore dell’impreparazione vissuta durante il Covid».
Secondo Sacchezin, il cervello tende a creare una connessione automatica tra le parole “virus”, “allerta” o “contagio” e le emozioni vissute negli anni della pandemia. «Le immagini di Bergamo, Crema o Lodi non sono state registrate come un semplice ricordo storico, ma come una memoria emotiva ancora attiva. Per questo basta un trigger sanitario per riaccendere il senso di impotenza collettiva».
Pandemia Covid: un trauma collettivo ancora attivo

Per la psicoterapeuta non ci sono dubbi: «Parliamo di un trauma di massa con la “T” maiuscola. Il Covid ha spezzato il nostro senso di sicurezza verso la realtà. L’isolamento, la paura del contagio e i lutti vissuti in solitudine sono entrati in un archivio neurale condiviso». E aggiunge: «Se questi ricordi non vengono elaborati, restano vivi. È sufficiente una nuova notizia sanitaria perché la comunità torni a vibrare sulla stessa frequenza di allarme».
I segnali dell’ansia sociale
Negli ultimi mesi molte persone riferiscono un ritorno dell’ansia legata alla salute. Ma quali sono i campanelli d’allarme? «Il primo segnale è l’iper-vigilanza: controllare compulsivamente notizie, bollettini medici e social network», osserva Sacchezin. «Poi arrivano irritabilità, diffidenza verso le istituzioni e sintomi fisici come insonnia, tachicardia o attacchi di panico quando si sentono parole come “virus” o “emergenza”».
Secondo l’esperta, oggi siamo emotivamente più fragili rispetto al periodo pre-pandemico: «Lo stress cronico ha ridotto le nostre riserve di resilienza. Molte persone vivono in uno stato di allerta permanente e reagiscono a stimoli che un tempo avrebbero gestito con maggiore lucidità».
Chi è più vulnerabile alla paura dei virus oggi
Le persone che durante il Covid hanno vissuto lutti, isolamento o forte paura possono essere particolarmente sensibili alle nuove notizie sanitarie. «Per chi ha perso una persona cara senza poterla salutare, la parola “virus” non è un concetto astratto: è il ricordo di un dolore reale», sottolinea la psicoterapeuta. «In questi casi, la notizia dell’Hantavirus può diventare un dito che preme su una ferita ancora aperta».
Social media e ansia sanitaria: come amplificano la paura dei virus
Un ruolo importante è giocato anche dalla continua esposizione alle informazioni. «I social media funzionano come moltiplicatori traumatici», afferma Sacchezin. «Le notifiche push interrompono continuamente la quotidianità e simulano una situazione di pericolo imminente. Il cervello riceve scariche continue di stress senza avere il tempo di elaborare davvero le informazioni». Il risultato è una sensazione di allarme costante che alimenta ansia e paura anticipatoria.
Come difendersi dal panico mediatico

La soluzione non è ignorare le notizie, ma imparare a gestirle in modo sano. «La paura ci rende passivi, mentre la responsabilità ci rende attivi», chiarisce Sacchezin. «Seguire le indicazioni sanitarie deve essere un gesto di cura consapevole, non una reazione dettata dal terrore».
L’esperta suggerisce alcune strategie pratiche:
- limitare il tempo trascorso a leggere notizie sanitarie;
- scegliere solo fonti ufficiali e affidabili;
- disattivare le notifiche continue;
- praticare tecniche di respirazione per calmare il sistema nervoso;
- distinguere il presente dal passato traumatico.
«È importante ricordarsi: quello era il 2020, questo è oggi», sottolinea. «Abbiamo più strumenti, più conoscenze scientifiche e una maggiore capacità di affrontare eventuali emergenze».
Superare il trauma della pandemia e ricalibrare la “bussola interna”
La dottoressa Sacchezin usa una metafora efficace per descrivere ciò che sta accadendo a livello psicologico: «Il trauma del Covid ha reso la nostra bussola interna estremamente sensibile: l’ago impazzisce segnando “pericolo” anche davanti a una nuvola passeggera». E conclude: «Il lavoro terapeutico non serve a fermare il vento della storia ma a ricalibrare quella bussola. Dobbiamo riparare i circuiti emotivi messi sotto stress nel 2020, così da poter affrontare il presente con prudenza e lucidità, senza continuare a vivere nel fragore della tempesta passata».




