L’Hantavirus delle Ande sta spaventando il mondo. I giornali sono tornati a riempire pagine con testimonianze, reportage e pareri di esperti. La realtà al momento è che non si può parlare neanche di epidemia e che il contagio da uomo a uomo è possibile, ma occorre un contatto stretto e prolungato.
L’Hantavirus delle Ande è il nuovo Covid? La dottoressa Maria Van Kerkhove dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) è stata categorica: «Questa non è un’influenza, non è il Covid. Si diffonde in modo molto, molto diverso». A differenza dei virus respiratori altamente contagiosi, l’Hantavirus non si trasmette attraverso contatti sociali casuali in spazi pubblici o negozi. Inoltre non è un virus sconosciuto come invece accadeva con il Covid.
Il ceppo identificato è l’Andes, noto per essere uno dei pochi tipi di Hantavirus capace di trasmettersi da persona a persona, ma solo attraverso un contatto fisico prolungato e molto stretto. Le condizioni ristrette di una nave da crociera, dove si condividono cabine e aree per i pasti, hanno purtroppo creato l’ambiente ideale per il contagio.
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Perché fa paura?
Il ceppo Andes preoccupa le autorità sanitarie perché, pur avendo una trasmissione difficile (richiede contatto stretto e prolungato), quando colpisce ha una probabilità su tre di essere fatale.
Sebbene la mortalità sia alta, la trasmissibilità è bassa. Non siamo di fronte a un virus che si diffonde nell’aria come l’influenza, il che rende i focolai generalmente più facili da contenere attraverso la quarantena dei contatti stretti.
L’origine del focolaio: dai roditori all’uomo
L’Hantavirus viene normalmente trasmesso dai roditori. Gli esseri umani si infettano respirando aria contaminata da particelle virali presenti in urina, feci o saliva dei topi. In realtà è più semplice di quanto si pensi: è sufficiente pulire una cantina che frequentiamo poco o una legnaia. Passiamo su uno scaffale con le deiezioni ormai secche dei roditori e respiriamo l’aria.
Poiché la MV Hondius ha visitato aree naturalistiche remote, si ipotizza che un passeggero possa essere entrato in contatto con il virus durante un’escursione a terra prima della diffusione a bordo.
Sintomi e protocolli di sicurezza: l’incubazione può durare a lungo

I sintomi dell’Hantavirus possono manifestarsi tra le due e le quattro settimane dopo l’esposizione e includono:
- febbre alta e stanchezza estrema;
- dolori muscolari e addominali;
- nausea, vomito o diarrea;
- nei casi gravi, gravi difficoltà respiratorie.
Non esiste un trattamento specifico o un vaccino; la terapia si basa sul supporto medico precoce in ospedale per gestire i sintomi, fattore che aumenta drasticamente le probabilità di sopravvivenza.
Misure drastiche: quarantena di sei settimane
L’Italia ha adottato una linea di massima prudenza: tutti i cittadini di rientro dalla crociera dovranno osservare una quarantena volontaria di 45 giorni. Nella circolare del ministero della Salute stilata ad hoc in risposta all’emergenza, si ribadiscono i protocolli già sperimentati durante la pandemia di Covid, tra cui il rigoroso lavaggio delle mani e l’uso delle mascherine.
Quali sono le terapie contro Hantavirus?
Attualmente non esiste una terapia antivirale specifica approvata e risolutiva per l’Hantavirus delle Ande. Il trattamento è quasi esclusivamente di supporto critico.
- Terapia di supporto precoce: è il fattore che determina la sopravvivenza. I pazienti vengono ricoverati in terapia intensiva per gestire la Sindrome Cardio-Polmonare da Hantavirus (HPS).
- Gestione dei fluidi: fondamentale ma delicatissima; un eccesso di liquidi può peggiorare l’edema polmonare (l’allagamento dei polmoni causato dal virus).
- ECMO (Ossigenazione Extracorporea a Membrana): nei casi gravi, si utilizza una macchina che sostituisce temporaneamente la funzione di cuore e polmoni. Studi recenti confermano che l’uso tempestivo dell’ECMO riduce drasticamente la mortalità.
- Plasma iperimmune: è una terapia sperimentale che utilizza gli anticorpi di pazienti guariti. Se somministrato nella fase iniziale, ha mostrato risultati promettenti nel ridurre la carica virale.
- Antivirali (Ribavirina): sebbene efficace in vitro, i risultati clinici sugli esseri umani per il ceppo Andes sono stati finora deludenti o inconcludenti.
A che punto è il vaccino?
La ricerca ha accelerato dopo i focolai del 2018-2019 in Patagonia e la recente crisi sulla nave da crociera. Non esiste ancora un vaccino distribuito su larga scala. Siamo in fase II di sperimentazione. Le difficoltà sono legate alla natura sporadica dei focolai, che rende complesso testare l’efficacia sul campo.
- Vaccini a DNA: sono i più avanzati. Un candidato vaccino (basato su plasmidi di DNA che codificano le proteine dell’involucro del virus) è in fase di sperimentazione clinica. Ha dimostrato di essere sicuro e capace di generare anticorpi neutralizzanti.
- Vaccini a RNA messaggero (mRNA): sulla scia del successo contro il COVID-19, sono iniziati studi preclinici per un vaccino a mRNA specifico per il ceppo Andes, che promette una produzione più rapida in caso di emergenza.
Tassi di mortalità
L’Hantavirus delle Ande è estremamente letale se non trattato immediatamente.
- Tasso medio: La mortalità storica oscilla tra il 25% e il 40%.
- Variabili: Se il paziente riceve assistenza in centri specializzati con disponibilità di ECMO, la mortalità può scendere sotto il 15-20%.
- Confronto: Per avere un’idea, è molto più letale del COVID-19 (che ha una letalità inferiore all’1% nella popolazione generale vaccinata), avvicinandosi in alcuni contesti ai tassi di letalità di alcune varianti di Ebola.




