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Una crisi epilettica può essere fatale?

La neuropsichiatra ed epilettola Clementina Boniver spiega in quali casi il "cortocircuito" cerebrale tipico dell'epilessia può arrecare seri danni all'individuo, portandolo anche al decesso

L’epilessia, che in Italia riguarda circa 500.000 persone, è la patologia neurologica più frequente. È caratterizzata dalla ricorrenza di crisi epilettiche, una sorta di cortocircuito di un’area cerebrale della durata di qualche minuto. Ci sono molti tipi di crisi e molti tipi di epilessie che si possono presentare in qualsiasi fascia di età. L’incidenza massima è nei primi 18 anni, con un picco nel primo anno di vita.

Epilessia: quali sono i sintomi

Le crisi epilettiche si distinguono in focali e generalizzate. Le prime, a seconda della zona della corteccia cerebrale coinvolta, sono caratterizzate da sintomi soggettivi inaugurali (un disturbo visivo o uditivo o sensitivo o una sintomatologia gastrica ascendente), seguiti da manifestazioni motorie tipo automatismi o scosse. Le crisi generalizzate si presentano per lo più con un’improvvisa perdita di conoscenza, caduta a terra, rigidità, scosse e, a seconda delle circostanze in cui avvengono, possono mettere a rischio il paziente.

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Epilessia: cos’è e come riconoscerla senza crisi convulsive

Una crisi epilettica può essere fatale?

Secondo l’Istituto Superiore di Sanità è bene conoscere le possibili complicanze dell’epilessia che, tuttavia, sono rarissime. La prima è il cosiddetto “stato epilettico”, che si verifica quando le crisi si susseguono in continuazione per più di 20 minuti e la persona non riprende conoscenza tra un episodio e l’altro. Questa condizione, se non adeguatamente trattata, può apportare danni permanenti al cervello e comportare un rischio di morte. La seconda, invece, è la morte improvvisa inspiegabile nell’epilessia (SUDEP): anche se la causa è tuttora sconosciuta, i ricercatori ipotizzano che il decesso fulmineo, che spesso segue una crisi, sia provocato da malattie cardiache o respiratorie concomitanti. A portare al decesso, quindi, non è la crisi epilettica in sé ma altri fattori simultanei.

Quali sono le cause?

Nel bambino le cosiddette epilessie idiopatiche età-dipendenti sono legate a una predisposizione genetica e guariscono nella maggioranza dei casi, talvolta senza trattamento farmacologico. Altre epilessie hanno cause genetiche note e altre ancora, definite sintomatiche, sono provocate da lesioni acquisite in epoca pre, peri o postnatale, come le malformazioni cerebrali, gli esiti di gravi infezioni del sistema nervoso centrale, i traumi cranici o i disturbi vascolari. Infine, esistono epilessie associate a malattie neurologiche genetiche, metaboliche, degenerative e autoimmuni.

Cosa può scatenare una crisi epilettica?

Come si cura?

L’epilessia guarisce in circa il 70% dei casi. Numerosi sono i farmaci antiepilettici in commercio, di vecchia e nuova generazione. I primi rimangono la prima linea del trattamento, i secondi, pur non avendo ridotto in modo significativo la percentuale di pazienti farmacoresistenti, hanno una tollerabilità e maneggevolezza migliori. Negli ultimi anni la ricerca si sta concentrando sulle basi molecolari dell’epilessia e sull’utilizzo di principi attivi non convenzionali nel trattamento di alcune sindromi epilettiche severe del bambino. Circa il 10% dei pazienti con epilessia farmacoresistente presenta un’epilessia focale candidabile alla chirurgia. Prerequisiti per intraprendere un iter prechirurgico sono la presenza di crisi monomorfe, non controllate da un’appropriata terapia farmacologica, riconducibili a un’area della corteccia cerebrale aggredibile chirurgicamente senza rischio di deficit neurologici maggiori. L’indicazione chirurgica va posta precocemente per evitare la compromissione di quei network cognitivo-comportamentali che garantiscono uno sviluppo normale e per garantire una migliore qualità di vita.

Focus a cura di Clementina Boniver, Specialista in Pediatra e Neuropsichiatra infantile ed epilettologa presso l’Università degli Studi di Padova

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