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Avevo il cuore bucato: mi sono operato per giocare a calcio

L'unica cosa che mi interessava era correre dietro a quel pallone e non pensare a niente. Il calcio era la mia vita, e il giorno in cui i medici mi hanno comunicato che forse avrei dovuto abbandonarlo per sempre mi sono sentito mancare. Non ci potevo e non ci volevo credere.

Era il 3 settembre 2009 e stavo facendo la solita visita di idoneità sportiva al Delta Medica di Rozzano, necessaria per svolgere l’attività agonistica. Tutto regolare fino all’elettrocardiogramma: c’era qualcosa di strano, i valori non erano perfetti. La dottoressa aveva rilevato un soffio sistolico lieve, nulla di grave, ma ha voluto che mi sottoponessi a esami più approfonditi.

Siamo riusciti a prenotare in brevissimo tempo un primo ecocardiocolordoppler: i parametri risultavano ancora imperfetti. Quindi ho ripetuto l’esame, poi mi sono sottoposto a una visita cardiologica e infine ho fatto l’ecografia transesofagea, più un’ecografia al torace. Ed ecco il verdetto: entrambi gli atri del cuore, cioè le cavità che stanno sopra, si riempivano di sangue nello stesso momento. E questo non è normale.

Gruppo San Donato

Perché accadeva? Nel mio muscolo cardiaco, mi hanno spiegato i medici, mancava una parte della membrana che divide i due atri. Per non farmi mancare niente, anche due grosse vene che sfociano nelle cavità erano un po’ fuse fra loro: così il mio sangue ossigenato all’uscita dai polmoni arrivava in parte all’atrio destro e determinava una specie di corto circuito.

Le conseguenze? Una fatica enorme per il cuore, costretto a pompare quattro volte più del normale, per far arrivare comunque il poco sangue ossigenato in ogni angolo del corpo. «Se vuoi proseguire a fare sport a livello agonistico conviene che ti operi», hanno detto i medici. «Se continui a fare sforzi, il tuo cuore potrebbe non reggere».

Mi sentivo strano e sconvolto, ma pur di continuare a giocare a calcio avrei fatto qualunque cosa. Dopo essermi consultato con i miei genitori, ho deciso di sottopormi all’intervento. Il giorno in cui mi hanno ricoverato all’Humanitas di Rozzano mi veniva da piangere.

Le infermiere cercavano di rassicurarmi, ma io continuavo a chiedere ai miei: «Riaprirò gli occhi dopo l’operazione?». E mamma: «Sì, Gioele, non ti accadrà nulla di male». Ma io la vedevo fare yoga e bere tisane rilassanti e capivo che era in ansia. Papà sdrammatizzava ma, anche se non lo faceva vedere, sapevo che era preoccupato.

I miei amici con gli sms cercavano, come potevano, di starmi vicino, ma io non rispondevo. Ero agitato, sapevo che avrebbero dovuto fermare il mio cuore per inserire una membrana fra i due atri. Dopo l’operazione, che è durata un’oretta, mi sono svegliato in terapia intensiva. È stato durissimo, perché ero completamente immobile con tubi nel naso e nella gola, flebo alle braccia e mi sentivo tutto indolenzito.

Mi sono commosso per un messaggio di Martina, la mia ragazza: le sue parole di amore e speranza mi hanno immediatamente risollevato il morale. E poi c’erano i miei genitori, che mi davano sicurezza. Ripensavo ai compagni di squadra del Real Rozzano e alla vittoria che qualche giorno prima mi avevano dedicato. Soprattutto pensavo a nonno Stefano, cui tengo moltissimo, e mi ripetevo che avrei voluto diventare qualcuno nel calcio per renderlo fiero di me.

L’idea che sarei tornato a giocare mi ha aiutato a sopportare la sete, la scomodità del lettino, le notti insonni e la fatica della riabilitazione. Ora sto ricominciando ad allenarmi con la squadra. Poter tornare a toccare quel pallone è una sensazione indescrivibile.

Gioele Riggio, 16 anni, Milano (testimonianza raccolta da Gaia Passerini)
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