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Svezzamento: anche i bebè possono mangiare i cibi di Natale (a queste condizioni)

Attorno alla tavola delle feste si possono sedere tutti, grandi e piccini, anche quelli ancora sul seggiolone. Perché con i consigli del pediatra e della dietista lo svezzamento è più semplice e non «divide» la famiglia

Tra piatti tradizionali e nuove proposte gastronomiche non c’è che l’imbarazzo della scelta per imbandire con gusto e fantasia la tavola delle feste. Ma se in famiglia c’è un bimbo in fase di svezzamento la questione si fa più complessa. «O meglio, così si tende ancora oggi a pensare», spiega la pediatra Ilaria Porro. «In realtà non lo è se si parte dal presupposto che lo svezzamento, o meglio l’alimentazione complementare come si preferisce oggi indicare la fase di passaggio dal latte al cibo semi-solido e poi solido, può essere considerato semplicemente come un momento di condivisione del pasto tra il piccolo e i genitori».

In sostanza, niente brodini e pappette, omogeneizzati e liofilizzati sul seggiolone, ma quello che mangiano mamma e papà. «A patto naturalmente che si tratti di un cibo sano, in preparazioni non elaborate, adatto per forma e consistenza ai piccoli», continua la pediatra. «I bambini sono più inclini ad assaggiare un alimento nuovo se vedono che anche le persone di riferimento, in primis i genitori che sono il loro modello, lo stanno mangiando. La famiglia indirizza le scelte dei bambini anche in tema di cibo: se i genitori mangiano bene, anche per i figli diventerà automatico fare quelle giuste scelte a tavola che si imparano entro i primi due anni di vita e che diventano poi un’assicurazione di salute per tutta l’età adulta».

Gruppo San Donato

Quando il bimbo è pronto per lo svezzamento? Ecco tre segnali per capirlo

Se la famiglia ha un’alimentazione varia e sana non c’è dunque motivo di pensare che debba esserci una netta distinzione tra cibo per grandi e cibo per piccoli. Ma, pur partendo da questo rassicurante presupposto, è inevitabile che una fase delicata come lo svezzamento faccia sorgere nei genitori qualche dubbio, se non persino qualche preoccupazione. La prima riguarda le tempistiche: quando iniziare a proporre qualcosa di diverso dal latte? «È una domanda che in teoria non ci si dovrebbe neanche porre perché non si può stabilire a priori un’età in cui il piccolo debba cominciare a mangiare cibi solidi», commenta Ilaria Porro. «Più che di tempi si dovrebbe parlare infatti di segnali, quelli che consentono ai genitori di capire che il bimbo è pronto per l’alimentazione complementare. Sono principalmente tre e compaiono in genere tra i cinque e i sette mesi nei nati a termine, un po’ dopo nei prematuri:

  1. il bambino sa mantenere la posizione seduta, da solo o con un minimo di sostegno, così da poter deglutire il cibo;
  2. ha una sufficiente coordinazione occhi-mano-bocca così da localizzare gli alimenti, afferrarli e portarli alla bocca;
  3. sa aprire la bocca, accogliere il cucchiaio e trattenere il cibo avendo perso il cosiddetto riflesso di estrusione della lingua, necessario ai neonati per poppare.

Alimentazione complementare a richiesta, cioè assecondare tempi e modi

Ma il segnale più importante che può far capire ai genitori che il piccolo è pronto per affiancare al latte altri cibi è l’interesse che mostra nei confronti dei loro gesti. «Si parla infatti di alimentazione complementare a richiesta, come suggerito dal pediatra Lucio Piermarini che per primo l’ha sostenuta e diffusa in Italia a partire dal 2001, per indicare che è proprio il piccolo a guidare il progressivo avvicinamento al cibo che si configura come un processo graduale, ma soprattutto individuale: in alcuni bimbi l’interesse verso il cibo solido può scattare già attorno ai cinque mesi, in altri più tardi», spiega la specialista.

Ma scatta sempre e ai genitori non resta quindi che aspettare: se il bambino è interessato solo al latte, anche adottando metodi più rigidi non si ottiene che mangi e per di più si finisce per instaurare un meccanismo psicologico che rischia di risultare stressante e controproducente per l’intera famiglia. «Non serve né forzare né cercare di accelerare i tempi», prosegue Ilaria Porro. «È sempre il bambino a dire cosa vuole mangiare, inizialmente non tanto per fame quanto per voglia di scoprire e sperimentare; allo stesso modo dimostra di non aver più fame girando la testa o mettendosi a giocare oppure di non apprezzare proprio quello che ha assaggiato con una smorfia di disgusto. Non a caso l’alimentazione complementare a richiesta si definisce anche responsiva perché si modula, nei tempi e nei modi, sulle risposte del bambino. Che per altro – altra rassicurazione per gli adulti – è dotato dell’innata capacità di sapersi regolare da solo sulle quantità: i genitori spesso tendono a sovrastimare le necessità nutrizionali del piccolo offrendogli porzioni eccessive che finiscono per confonderlo spingendolo a mangiare in eccesso con i rischi ben noti che ne conseguono nella fase di crescita».

Come dare da mangiare al piccolo?

La pazienza in ogni caso è la miglior arma di cui i genitori dovrebbero dotarsi in questa fase: ci sono bambini che accettano il cucchiaio e vogliono essere imboccati, altri che prediligono mangiare con le mani e va da sé quindi che anche con l’alimentazione complementare a richiesta, come con qualsiasi altro approccio allo svezzamento, si debbano mettere in conto inconvenienti classici che vanno dal cibo buttato per terra ai piatti rovesciati. Non sono comunque solo i tempi dello svezzamento, ma anche i modi a generare dubbi nei genitori. «Il vecchio schema dei crono-inserimenti, che prevedeva di somministrare un alimento ogni tot giorni per poi passare a un altro, è ormai del tutto superato nell’alimentazione complementare a richiesta dove è possibile offrire sin da subito quello che il bambino desidera mangiare», spiega la pediatra. Ovviamente con le dovute precauzioni che riguardano innanzitutto le consistenze.

«Pur non avendo ancora i denti, i piccoli sanno masticare con le gengive», aggiunge la specialista. «Dopo un primissimo periodo di cibi cremosi è bene quindi cominciare a proporre loro piccoli bocconi: se si continua infatti a frullare tutto, il bimbo faticherà a conoscere e apprezzare consistenze diverse». Sminuzzare molto bene quello che si offre è comunque fondamentale per arginare i rischi di soffocamento. In questa direzione la prova lingua-palato può rappresentare un utile riferimento: un boccone è adatto alle gengive di un bimbo se il genitore è in grado di schiacciarlo con la lingua sul palato. Considerato comunque che il pericolo soffocamento persiste ben oltre la fase dello svezzamento, resta basilare che i genitori sorveglino anche i più grandicelli mentre mangiano perché, soprattutto se sono distratti di tablet e tv, possono ingurgitare i bocconi interi senza masticarli.

Meglio evitare alimenti potenzialmente allergizzanti? No, falso!

Non ci sono quindi alimenti da evitare in fase di svezzamento? La domanda tocca qui il discusso e delicato tema delle allergie. «Le vecchie indicazioni che suggerivano di ritardare l’introduzione nell’alimentazione complementare di alimenti potenzialmente allergizzanti (uovo, pesce e crostacei, noci e arachidi, pomodoro) proponendoli uno alla volta secondo un calendario predefinito in funzione di prevenire le allergie alimentari, sono ormai ritenute scientificamente superate», commenta Ilaria Porro. «Non è stata infatti dimostrata alcuna efficacia preventiva di tale pratica, sia nei bambini non a rischio allergico che in quelli con familiarità allergica; al contrario è stata prospettata persino la possibilità che l’introduzione non ritardata degli alimenti allergizzanti possa paradossalmente diminuire il rischio di diventare allergici e pertanto non ci sono motivi per ritardare l’introduzione nella dieta di qualsiasi alimento, neppure di quelli contenenti glutine, definitivamente sdoganati anche a inizio svezzamento senza che ciò comporti un aumentato rischio di sviluppare la malattia celiaca».

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