Benessere

Paolo Bonolis: «Da bambino la balbuzie era un calvario, ma i miei genitori non mi hanno mai fatto sentire diverso»

Dalle difficoltà a scuola alla scoperta del teatro, il conduttore racconta come ha affrontato il disturbo del linguaggio e perché oggi cerca di trasmettere ai figli lo stesso sguardo libero dai pregiudizi ricevuto da bambino

«Da bambino la mia balbuzie era un calvario. Ma sono cresciuto sereno. E lo devo ai miei genitori, che non mi hanno mai fatto sentire diverso», confessa Paolo Bonolis, in un’intervista rilasciata a Maria Grazia Filippi per OK Salute nel 2006. «Oggi li imito con mia figlia: mi comporto come se i gravi problemi, che lei ha fin dalla nascita, non esistessero…».

«Qual è il senso della mia di vita? Provate a leggere, vi racconto quello che in televisione non si vede. Quello che non è andato sempre liscio, quello che è duro. Quando avevo cinque o sei anni balbettavo così tanto che starmi a sentire era un calvario. E quel naso… Lunghissimo, con dietro un abbozzo di faccia. Poi la pipì a letto, fino a 10, 11 anni. Insicurezza? Non lo so. Probabilmente sarà stato quello. Perché cause oggettive non ce n’erano, infatti tutto si è sistemato. Certo, se non fosse andata com’è andata non avrei mai potuto fare la tv».

Balbuzie, Paolo Bonolis: «La maestra m’interrogava per iscritto»

un bambino in primo piano in classe mentre scrive
Paolo Bonolis balbuzie: la maestra m’interrogava per iscritto – www.ok-salute.it

«Ma quando ero bambino, fin dalle elementari, la balbuzie era molto forte. Tanto che a volte balbettavo al punto da non poter essere interrogato. Sennò gli altri ragazzini dovevano passare tutta l’ora a sentire me. All’inizio ridevano e qualcuno mi prendeva in giro. Ma alla fine non ne potevano più e sbadigliavano. La maestra optò per l’interrogazione scritta. In quel modo le coltellate di Giulio Cesare rimanevano 33 e non diventavano 66».

«I miei genitori sono stati fondamentali per la mia autostima. Mi fecero comprendere che il mio difetto mai mi avrebbe impedito di essere come gli altri. Papà mi diceva: “Ricordati, questo problema non è il tuo problema, ma è di quelli che lo vedono tale. Tu non fai altro che dire le cose che pensi, come tutti. Ci metti solo più tempo”».

Paolo Bonolis: «Capii che dovevo pensare a una frase per volta»

«I miei erano due persone semplici, papà scaricava ai mercati e mamma faceva la segretaria, ma grazie a loro, malgrado le forche caudine a cui ero costretto a sottomettermi ogni volta che dovevo parlare, sono stato un bambino sereno. E il giorno in cui ho trovato la strada per risolvere la cosa ho provato una gioia che non dimenticherò mai».

«Quel giorno arrivò grazie a una recita a scuola. Quando iniziai a frequentare la prima media al San Giovanni Battista del Vignola feci la straordinaria scoperta che, quando potevo concentrarmi su un’unica frase, riuscivo a dirla tutta d’un fiato. Stavamo provando Assassinio nella cattedrale di Thomas Eliot, un’occasione imperdibile per conoscere le ragazzine in una scuola di soli maschi. Io avevo un’unica battuta. Ma fin dalle prove mi accorsi che, se la mia attenzione si polarizzava solo su quella, procedevo senza intoppi. Fu una rivelazione. E il regista Renato Tarchino, che insieme a Lello Magrelli aveva organizzato a scuola il gruppo teatrale Il palcoscenico, mi prese da parte e mi disse: “Vedi, Paolo, com’è facile ? Mettici tutto te stesso in quelle parole e vedrai che non tartaglierai”».

«Gli chiesi come mai e lui mi espose un’ipotesi che poi si rivelò vera: “Tu hai tante cose nella testa. Nel momento in cui ti concentri soltanto su una, perché è l’unica a cui pensare, tutto diventa più semplice e le parole scorrono fluide. Probabilmente il tuo guaio accade perché hai tante idee che vogliono uscire insieme: così si forma un ingorgo tipo raccordo anulare. Se riesci a evitare questo intasamento, ti sblocchi. Dammi retta”. Per alcuni mesi feci quest’esercizio. E funzionò. Smisi di farfugliare».

Balbuzie, Paolo Bonolis: «Per salvarsi bisogna sdrammatizzare»

«Oggi, se sono nervoso o molto stanco, continuo a impuntarmi sulle parole ma certo non al livello di quando ero ragazzino. Mi è capitato spesso in appuntamenti televisivi piuttosto importanti. Per esempio, quando ho presentato il Festival di Sanremo oppure le volte che ho affrontato interviste con personaggi molto impegnativi.
Ma non mi sono mai più impappinato al punto di non permettere al mio interlocutore di capire quello che stavo dicendo».

«Ho notato che parlo senza titubanza di argomenti leggeri: vado velocissimo e non mi inceppo mai. È quando devo dire cose importanti, quando le parole hanno un peso, oppure quando sono pressato dal tempo, che la mia balbuzie torna a manifestarsi. Però, pur essendo da sempre interessato alla logica psicoanalitica, non ho mai voluto applicarla su di me. «Anzi, penso di avere risolto il problema proprio nel momento in cui l’ho vissuto con disincanto. Come un non problema. Per questo credo di dover moltissimo ai miei genitori e al loro modo di sdrammatizzare. E lo stesso cerco di fare con i miei figli».


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