Benessere

Libri che curano: conosci la biblioterapia e i suoi benefici?

La psicologa e psicoterapeuta Rosa Mininno spiega che si tratta di una lettura scelta e guidata, finalizzata al raggiungimento di obiettivi terapeutici, educativi e formativi

Madame Bovary non è stata molto brava ad aiutare sé stessa, però nei secoli ha, inconsapevolmente, curato tanti suoi lettori. Letteralmente, perché i libri guariscono. E non solo l’anima. A capirlo è stato fin dagli anni Trenta del secolo scorso lo psichiatra statunitense William Menninger. Fu lui il primo a rendersi conto che se prescriveva la lettura di libri selezionati a pazienti affetti da depressione, questi ottenevano significativi miglioramenti. La lettura era da considerarsi quindi uno strumento di guarigione e lo specialista ne spiegò applicazioni e risultati in un articolo scientifico, codificandone il metodo e dando così ufficialmente il via alla biblioterapia.

Biblioterapia: letture finalizzate al raggiungimento di obiettivi terapeutici, educativi e formativi

Non si tratta, sia chiaro, solo di un banale «leggi che ti passa». Sedersi in poltrona o sdraiarsi sotto un pergolato con l’ultimo best seller scovato in libreria fa sicuramente meglio che passare le ore sui social o davanti alla tv, ma questa attività, pur piacevole, non va confusa con la biblioterapia. «La biblioterapia è una tecnica integrata in psicoterapia», spiega la psicologa e psicoterapeuta Rosa Mininno, presidente della Scuola italiana di biblioterapia e fondatrice di biblioterapia.it, il primo e per anni unico sito italiano dedicato alla biblioterapia.

Gruppo San Donato

«Si tratta di lettura scelta e guidata finalizzata al raggiungimento di obiettivi terapeutici, educativi e formativi. Non si tratta di promozione della lettura, ma di un percorso di lettura che si modella sulla persona e sul disturbo, ed elaborato in base al paziente che abbiamo di fronte e dell’obiettivo che abbiamo prefissato. Per questo va condotto da persone adeguatamente preparate, che sappiano individuare i volumi adatti al paziente. Non tutti i testi infatti sono giusti per tutti, e non tutti i lettori hanno le stesse reazioni».

Biblioterapia: si può praticare  solo sotto la guida di un terapeuta preparato

La biblioterapia clinica (che si distingue da quella dello sviluppo o educativa, applicata per lo più nelle scuole e finalizzata alla prevenzione) è utilizzata in ambito sanitario principalmente per coadiuvare nella cura di disturbi psichici – stati d’ansia, depressione, comportamenti disfunzionali – ma vi si fa ricorso anche in caso di disturbi del comportamento alimentare o sessuale e perfino in ambito neurologico e oncologico.

«La lettura stimola l’attenzione, la riflessione, gli aspetti cognitivi ed emotivi», continua l’esperta. «E, come dimostra lo studio di Jamison e Scogin, The outcome of cognitive bibliotherapy with depressed adults, pubblicato nel 1995 sul Journal of Consulting and Clinical Psychology, la biblioterapia ha un’efficacia significativa, sia a livello statistico sia a livello clinico, nell’alleviare i sintomi depressivi ed ansiosi e nel ridurre i pensieri e gli atteggiamenti disfunzionali. L’importante però, ribadisco, è non affidarsi a persone inesperte perché la biblioterapia si pratica solo sotto la guida di un terapeuta preparato».

Tutti possono sottoporsi alla biblioterapia, anche chi non ha mai letto un libro

Chi non dev’essere preparato, invece, è il paziente: non a tutti, in effetti, piace leggere e non tutti sono fan delle pagine da sfogliare, ma tutti possono sottoporsi alla biblioterapia, perché, assicura la psicologa, non è una terapia d’élite: «Non si utilizza solo con chi è già abituato alla lettura. È vero, ci sono persone che non hanno mai preso un saggio in mano in vita loro, e a loro, è chiaro, si chiede sempre se sono disponibili, ma ho riscontrato che anche chi afferma di non amare la lettura poi vi si appassiona e spesso diventa un forte lettore».

Di solito con questi non-lettori, spiega Mininno, «si inizia leggendo solo dei brevi brani in seduta e poi se ne discute insieme». Con chi invece ha già familiarità con saggi e romanzi generalmente il terapeuta, nell’ambito del percorso, individua i testi e li «prescrive» al paziente, il quale legge dove e quando vuole («non è un compito a casa da finire entro l’incontro successivo», precisa l’esperta) e poi discute in seduta i passaggi che più lo hanno colpito e fatto pensare.

I benefici della biblioterapia

«Il libro è uno strumento che può suscitare indirettamente diverse reazioni», continua Mininno. «Attraverso una storia una persona si può identificare con il personaggio, così come vivere il momento della catarsi, elaborare un sentimento come il lutto o la rabbia, dare voce a delle parti di sé. E anche capire che non è solo: uno dei problemi di chi viene in terapia, infatti, è un vissuto di solitudine che porta all’isolamento, con tutti i rischi del caso fino a quello estremo del suicidio. L’immedesimazione nelle storie lette è di grande aiuto, grazie alla solidarietà e all’universalizzazione, che ridimensionano il dolore del singolo».

I libri più gettonati

I testi consigliati sono per lo più i classici «che rivelano un’attualità insospettabile e una complessità narrativa che costringe la mente ad attivarsi», spiega l’esperta. Tacito, Cicerone, Seneca, e ancora Shakespeare, Molière, Manzoni, Flaubert, Goethe, Tolstoj, Deledda, Pirandello. Ma anche letteratura moderna e contemporanea: Sartre, Camus, De Beauvoir fino a J.K. Rowling e la sua saga di Harry Potter. «Buona letteratura, insomma, che non è mai banale e soprattutto contiene figure che sono archetipi: pensiamo a quella dell’eroe, tanto per fare un esempio».

Tutto questo non è però un processo automatico, perché non tutti hanno gli strumenti per «leggere tra le righe». Compito dello psicoterapeuta è elaborare in seduta «le considerazioni e le riflessioni scatenate dall’identificazione – sia per analogia sia per contrasto – con i personaggi e soprattutto aiutare il paziente a far emergere contenuti che potrebbero rimanere sotterranei e lavorare in modo distruttivo», conclude la specialista. «Ecco perché un altro aspetto che io propongo a conclusione del percorso è l’elaborazione di un testo, che sia una poesia o un racconto o addirittura un libro-testimonianza, per lavorare sulle emozioni e trasformarle insieme al paziente stesso».

I pediatri: bene leggere ai bambini da 0 a 6 anni

La principessa del Galles è una ferma sostenitrice e promotrice della lettura nella prima infanzia, tanto da aver prestato il volto e la voce a una trasmissione per bambini della Bbc durante la quale personaggi noti leggono fiabe della buonanotte ai piccoli telespettatori. Ma quello di Kate Middleton non è solo un vezzo da aristocratici. Anche i medici sono concordi nel dire che la lettura è indispensabile per un adeguato sviluppo della mente dei più piccoli, perché attraverso l’ascolto di storie e filastrocche i bambini immagazzinano parole nuove, acquisiscono conoscenze, migliorano l’attenzione e la memoria.

Il progetto La cura della lettura

«Quando i grandi leggono ai bambini si crea una condizione di ascolto reciproco che diventa parte integrante del percorso di promozione dello sviluppo e di cura», spiega Stefania Manetti, presidente dell’Associazione Culturale Pediatri (ACP). Non solo: i pediatri «prescrivono» la lettura di libri a bambini con determinate patologie perché si è dimostrato che questa pratica migliora le loro condizioni di salute. Evidenti sono i vantaggi della lettura nella cura di bimbi nati pre-termine (particolarmente a rischio per i disturbi del linguaggio), malati oncologici (nei quali la lettura facilita l’accettazione delle cure e contrasta il senso di solitudine) e con problemi del neurosviluppo.

È per questo che è nato il progetto La cura della lettura, proposto da ACP, sostenuto dal Centro per la Salute del Bambino (CSB) e finanziato dal Centro per il Libro e la Lettura. L’iniziativa, indirizzata alla fascia d’età da 0 a 6 anni, rende disponibili materiali formativi per gli operatori sanitari, propone strumenti di comunicazione per genitori e operatori di nidi e scuole per l’infanzia, prevede la predisposizione di angoli lettura dedicati e attrezzati in ambulatori e in ospedali. E offre anche una bibliografia di riferimento, reperibile sui siti dell’ACP e del CSB.

Tra i titoli indicati, Che rabbia! di Mireille d’Allancé, letto soprattutto nei reparti di oncoematologia pediatrica, e I tre piccoli gufi di Martin Waddell, tra i preferiti dei tre piccoli Cambridge. Tutti «libri particolarmente adatti a favorire la lettura condivisa in tutte le famiglie», spiega Elisabetta Lippolis, curatrice della bibliografia, «e che nelle situazioni di particolare fragilità possono diventare parte integrante di un percorso di cura».

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