Psicologia

Quando il gossip coinvolge famiglie con figli: cosa rischiano i bambini?

Separazioni, accuse e conflitti raccontati sui social possono avere conseguenze sui più piccoli: la psicoterapeuta Elisa Stefanati spiega quali sono i rischi e come proteggerli

Basta aprire i social per assistere ogni giorno a un nuovo capitolo della vita privata delle celebrity: separazioni raccontate a puntate, accuse e tanti, troppi retroscena. Il tema è tornato al centro dell’attenzione anche dopo una recente puntata di Falsissimo di Fabrizio Corona, che ha riportato il gossip sulle relazioni di alcuni personaggi famosi, coinvolgendo anche famiglie con figli minorenni.

Ma al di là del caso specifico, la domanda è un’altra: che effetto può avere su un bambino vedere il conflitto tra i propri genitori diventare pubblico? Secondo Elisa Stefanati, psicoterapeuta della famiglia e della coppia a indirizzo sistemico-relazionale e psicoterapeuta EMDR presso il Poliambulatorio Aesthe Medica di Ferrara, il primo punto da chiarire è che la fine della coppia non coincide con la fine della famiglia.

Quando il conflitto dei genitori diventa pubblico

«Quando una coppia si separa, la relazione coniugale può finire, ma la relazione genitoriale continua», spiega Stefanati. «Il compito degli adulti dovrebbe quindi essere quello di separare il conflitto di coppia dalla funzione genitoriale, proteggendo il figlio dal peso delle questioni degli adulti». Una distinzione fondamentale. La separazione, infatti, non è automaticamente un evento traumatico per un bambino. A incidere sul suo benessere psicologico sono anche il livello di conflitto tra i genitori e soprattutto il modo in cui il figlio viene coinvolto. Il problema diventa ancora più delicato quando le discussioni private finiscono online.

«Quando dettagli, accuse, recriminazioni e versioni contrapposte della separazione vengono portati sui social, nei podcast, nei video o nelle interviste, il rischio è che il conflitto non rimanga più confinato nello spazio familiare, ma diventi pubblico, permanente e potenzialmente inesauribile nello spazio digitale a portata di click».

Gossip e figli: il rischio è il conflitto di lealtà

Per un bambino, assistere alle accuse reciproche dei genitori può creare una situazione psicologicamente molto difficile. «Può trovarsi nella condizione di pensare: “Se credo a mamma, non sono leale con papà; se credo a papà, tradisco mamma”», spiega la psicoterapeuta. È quello che in psicologia familiare viene definito triangolazione: il figlio viene coinvolto nella relazione conflittuale tra due adulti e finisce per assumere un ruolo che non gli appartiene.

Non significa necessariamente che qualcuno gli chieda apertamente di scegliere. Può bastare essere esposto continuamente a accuse, recriminazioni o versioni contrapposte della separazione. «Può comparire un forte conflitto di lealtà: il bambino sente di dover prendere posizione, difendere un genitore, giudicare l’altro o addirittura diventare il confidente», sottolinea Stefanati. «E questo può alimentare senso di colpa, ansia, rabbia, tristezza e confusione identitaria». La ricerca psicologica ha osservato proprio il rapporto tra conflitto interparentale, triangolazione e difficoltà di adattamento nei bambini e negli adolescenti. Il punto non è quindi proteggere i figli da qualsiasi discussione, cosa praticamente impossibile, ma evitare che vengano trasformati in giudici, alleati o confidenti.

Perché il conflitto online può lasciare il segno

immagine concettuale di gossip
Perché il conflitto online può lasciare il segno – www.ok-salute.it

C’è poi una differenza importante rispetto al passato: ciò che viene detto sul web può rimanere online per anni. «Il conflitto digitale non scompare quando termina la discussione familiare», spiega Stefanati. «Un contenuto può essere visto, condiviso, commentato, riproposto mesi o anni dopo. Il figlio può quindi ritrovare in rete una parte della propria storia familiare anche quando, psicologicamente, avrebbe bisogno di poterla elaborare e ricollocare».

È uno dei problemi legati anche allo sharenting, cioè alla condivisione online da parte dei genitori di immagini, video e informazioni sui figli. La questione non riguarda soltanto la privacy: un bambino può ritrovarsi a crescere con una propria storia digitale costruita dagli adulti prima ancora di poter decidere che cosa desidera rendere pubblico. E il rischio aumenta quando la narrazione riguarda non una semplice fotografia, ma dettagli intimi, conflitti, accuse o vicende familiari.

«La sovraesposizione non riguarda soltanto ciò che il bambino vede dei propri genitori, ma anche ciò che gli altri possono vedere di lui e della sua famiglia», osserva Stefanati. «Compagni di scuola, amici, insegnanti, parenti o altri adulti possono venire a conoscenza di dettagli intimi. Il bambino può così perdere il diritto a una dimensione privata della propria storia familiare».

Quali sono i rischi psicologici?

Non è detto che ogni bambino esposto a un conflitto genitoriale svilupperà necessariamente un problema psicologico. Molto dipende dall’età, dalle caratteristiche individuali e, soprattutto, dalla presenza di adulti capaci di garantire sicurezza e stabilità. Tra i principali rischi psicologici possiamo trovare:

  • ansia e ipervigilanza;
  • senso di colpa e responsabilizzazione eccessiva;
  • conflitto di lealtà;
  • difficoltà a costruire un’immagine integrata di entrambi i genitori;
  • vergogna e paura del giudizio sociale;
  • difficoltà nelle relazioni con i coetanei;
  • rabbia e risentimento;
  • difficoltà a sentirsi liberi di amare entrambi i genitori;
  • possibile riattivazione di vissuti dolorosi anche a distanza di tempo.

Gossip e figli: qual è il limite da non superare?

Ma quando si parla di gossip in famiglie con minori, qual è il limite da non superare? La risposta della psicoterapeuta è netta: il figlio non deve diventare parte del conflitto degli adulti. «Il primo fattore protettivo è molto semplice, ma fondamentale: non coinvolgere il figlio nel conflitto. Significa non chiedergli di scegliere, non utilizzarlo come messaggero, non confidargli dettagli della relazione di coppia e soprattutto non utilizzarlo come pubblico delle proprie accuse».

E anche sui social vale la stessa regola. Prima di pubblicare qualcosa che riguarda la propria separazione, soprattutto se si è un personaggio pubblico, potrebbe essere utile fermarsi e chiedersi: mio figlio, tra dieci anni, potrebbe sentirsi esposto, ferito o imbarazzato da questa pubblicazione?

Per Stefanati è importante anche garantire al bambino una spiegazione della separazione adeguata alla sua età, la possibilità di mantenere una relazione con entrambi i genitori, continuità nelle routine, nella scuola e nelle relazioni e, quando necessario, uno spazio psicologico neutrale.

Come proteggere i bambini dalla sovraesposizione

Il vero problema, dunque, non è stabilire se un genitore abbia il diritto di raccontare la propria storia. È capire quando quella storia coinvolge anche quella del figlio. «Da una prospettiva sistemica, direi che il problema non è soltanto “che cosa viene raccontato”, ma chi viene coinvolto, in quale posizione viene messo il figlio e quali confini vengono violati».

E la riflessione finale della psicoterapeuta è forse la più importante: «La domanda che ognuno dovrebbe porsi ogni volta che sta per pubblicare qualcosa sulla propria separazione non dovrebbe essere soltanto: “Ho il diritto di raccontare la mia storia?”. Dovrebbe chiedersi anche: “Che cosa sto facendo alla storia di mio figlio?”».

Se il giornale pubblica un gossip, come parlarne con il bambino?

gruppo di persone che lgge un gossip su un giornale con facce stupite
Se il giornale pubblica un gossip, come parlarne con il bambino? – www.ok-salute.it

Ma cosa fare quando il gossip è già diventato pubblico e il bambino può leggerlo su un giornale, trovarlo sui social o sentirne parlare a scuola? Anche in questo caso, la priorità è non alimentare l’ansia e non trasformare il bambino in un interlocutore del conflitto. «È importante innanzitutto capire che cosa il bambino sa già e che significato ha dato a ciò che ha letto o sentito», spiega Stefanati. «Non è necessario raccontargli tutti i dettagli o smentire punto per punto quello che è stato pubblicato. Bisogna piuttosto rassicurarlo e ricordargli che le questioni tra adulti non sono una sua responsabilità». La risposta dovrebbe quindi essere semplice, adeguata all’età e priva di accuse verso l’altro genitore. «L’obiettivo è aiutarlo a sentirsi al sicuro».

E se il bambino è molto piccolo? In quel caso non è necessario introdurre spontaneamente contenuti che non conosce. Se invece ha già visto o sentito qualcosa, ignorare completamente la sua preoccupazione potrebbe lasciarlo solo con le proprie interpretazioni. «È sempre preferibile rispondere a ciò che il bambino chiede, senza aggiungere informazioni che non è in grado di elaborare o che non ha richiesto», suggerisce Stefanati.

Simona Cortopassi

Classe 1980, è una giornalista iscritta all’Ordine dei Giornalisti della Lombardia. Toscana d’origine, vive a Milano e collabora con testate nazionali cartacee e digitali, occupandosi principalmente di benessere.È fondatrice di The Good Nighter, un blog dedicato al mondo del sonno, nato con l’obiettivo di diffondere maggiore consapevolezza sui disturbi del sonno e sull’insonnia.
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