Salute

«Con il diabete di tipo 1 si può giocare ai massimi livelli»: le storie di 5 calciatori professionisti

«Per anni si è pensato che lo sport agonistico fosse un rischio. Oggi la realtà è completamente diversa», spiega il diabetologo Riccardo Candido. Ecco cosa è cambiato davvero

Novanta minuti di corsa, scatti, cambi di ritmo e, talvolta, anche contrasti. Per un calciatore con diabete di tipo 1, però, la partita comincia ben prima del fischio di inizio. Prima di scendere in campo è necessario controllare la glicemia, gestire correttamente la terapia insulinica e pianificare accuratamente l’alimentazione. Una routine che richiede impegno e consapevolezza ma che, oggi, non rappresenta più un ostacolo insormontabile per chi vuole praticare sport a livello agonistico.

Lo dimostrano sempre più atleti che, nonostante la malattia, riescono a competere ai massimi livelli. Tra questi ci sono cinque calciatori, Nacho Fernández, Jesper Karlström, Kasper Dolberg, Jake O’Brien e Jordan Morris, che giocano nelle migliori squadre del mondo e nelle rispettive Nazionali. «Un ragazzo che oggi riceve una diagnosi di diabete di tipo 1 può, realisticamente, sognare una carriera da atleta professionista. E questi cinque giocatori, così come tanti altri sportivi, ne sono la chiara testimonianza», conferma Riccardo Candido, Presidente Fondazione AMD (Associazione Medici Diabetologi).

Dal diabete al calcio professionistico: le storie che hanno cambiato la percezione della malattia

Nacho Fernández

Il calciatore Nacho Fernández mentre applaude nello spogliatoio
Nacho Fernández – www.ok-salute.it (Crediti: @nachofdez90)

Nacho Fernández, ex Real Madrid, che oggi è difensore dell’Al-Qadisiya, di cui è capitano, e che è stato campione d’Europa nel 2024 con la Nazionale spagnola, ha ricevuto la diagnosi di diabete di tipo 1 all’età di 12 anni. In diverse occasioni ha raccontato di essere stato inizialmente scoraggiato nel proseguire il suo percorso da calciatore professionista. Col supporto degli specialisti e della famiglia, è riuscito invece a gestire la malattia senza rinunciare alla propria passione e negli anni è diventato uno dei difensori più forti della sua generazione.

Jesper Karlström

Jesper Karlström
Jesper Karlström – www.ok-salute.it (Crediti: @jesperkarlstrom)

Jesper Karlström, centrocampista dell’Udinese, attualmente impegnato ai Mondiali 2026 con la Nazionale svedese, ha il diabete di tipo 1 da quando aveva 16 anni. In un’intervista rilasciata a Sky Sport, ha dichiarato: «Ai bambini e ragazzi che hanno ricevuto una diagnosi e che temono che questa possa porre un freno ai loro sogni voglio dimostrare che non è così».

Kasper Dolberg

Il calciatore Kasper Dolberg durante un'azione di gioco
Kasper Dolberg – www.ok-salute.it (Crediti: @kasperdolberg)

Diversa è la storia di Kasper Dolberg, attaccante dell’Ajax e della Nazionale danese, che ha ricevuto la diagnosi di diabete di tipo 1 nel 2021 all’età di 21 anni. All’epoca il calciatore era già un professionista affermato. Dolberg ha deciso di condividere immediatamente la notizia con compagni e tifosi, spiegando di aver fatto degli accertamenti in seguito al manifestarsi di alcuni sintomi, tra i quali spossatezza e stanchezza inspiegabili. Dopo aver saltato alcuni impegni di gioco per la gestione della nuova terapia insulinica, oggi il calciatore gioca nel campionato olandese ai massimi livelli.

Jake O’Brien

Il calciatore Jake O'Brien mentre esulta dopo un gol
Jake O’Brien – www.ok-salute.it (Crediti: @obrienjake_)

Anche l’irlandese Jake O’Brien ha raccontato pubblicamente la propria esperienza con il diabete di tipo 1, diagnosticato all’età di 16 anni. In diverse interviste il difensore dell’Everton ha raccontato i sintomi iniziali – sete eccessiva, spossatezza, perdita di peso importante – e di come sia riuscito, grazie all’innovazione tecnologica, a gestire bene la malattia, portando avanti la sua carriera. Il giovane collabora con ospedali e associazioni per incoraggiare i ragazzi con diabete a perseguire i propri sogni sportivi.

Jordan Morris

Il calciatore Jordan Morris
Jordan Morris – www.ok-salute.it (Crediti: @j.morris13)

Jordan Morris è un attaccante dei Seattle Sounders FC e della Nazionale statunitense, che convive con il diabete di tipo 1 dall’età di 9 anni. Ha fondato la Jordan Morris Foundation per educare, ispirare e supportare bambini e ragazzi che, come lui, hanno ricevuto la diagnosi. È inoltre molto attivo nel programma di sensibilizzazione T1D Playmakers, dedicato a incontrare i giovani fan con la sua stessa condizione.

Quando lo sport era sconsigliato nei pazienti con diabete

Oggi queste storie appaiono sempre più comuni, ma fino a pochi decenni fa l’approccio era molto diverso: si tendeva, infatti, a scoraggiare lo sport agonistico nei pazienti con diabete di tipo 1. Cosa è cambiato? «Fino a qualche anno fa a essere sconsigliata era l’attività fisica in generale, non solo quella agonistica», conferma Candido. «Questo perché, dovendo utilizzare un farmaco come l’insulina, che può indurre ipoglicemia, il rischio di variazioni della glicemia difficili da prevedere e gestire portava a sconsigliare lo sport in generale, e a maggior ragione la possibilità di praticare sport ad alto livello».

Le tre rivoluzioni che hanno cambiato la gestione del diabete nello sport

Secondo il diabetologo, quello che è cambiato si riassume fondamentalmente in tre fattori:

  • Insuline più sicure: sono nate insuline molto più stabili, che proteggono maggiormente dal rischio di ipoglicemia rispetto a quelle utilizzate diversi anni fa.
  • Monitoraggio continuo: è cambiata radicalmente la tecnologia per il monitoraggio continuo della glicemia. Oggi un atleta, a qualsiasi livello (e a maggior ragione a livello agonistico), ha gli strumenti per controllare in tempo reale l’andamento della sua glicemia. In questo modo può mettere in atto precise strategie durante l’attività fisica: ad esempio, integrare con degli zuccheri se vede che la glicemia sta scendendo troppo, oppure fare una correzione se la stessa è troppo alta.
  • Microinfusori intelligenti: la terza rivoluzione è rappresentata dalle pompe di infusione di insulina “intelligenti”. Questi dispositivi comunicano direttamente con i sistemi di monitoraggio e, grazie ad algoritmi avanzati, sono in grado di adattare automaticamente l’infusione di insulina in funzione delle esigenze dell’organismo, senza che sia necessario l’intervento diretto della persona.

Il calcio è tra gli sport più complessi da gestire

Esistono sport più difficili da gestire per chi ha il diabete di tipo 1 e il calcio rientra tra questi. «L’attività fisica si distingue generalmente in aerobica, anaerobica o mista. Sport come il calcio o il basket rientrano nelle attività miste e intermittenti, perché alternano continuamente fasi aerobiche e anaerobiche. Questo può rendere la gestione del diabete di tipo 1 un po’ più complessa, poiché la glicemia tende a variare in base al tipo e all’intensità dello sforzo effettuato», spiega il professor Candido.

«Nelle attività prevalentemente anaerobiche si può osservare anche un aumento della glicemia legato alla liberazione degli ormoni dello stress, mentre nelle attività aerobiche è più frequente una sua riduzione per il maggior utilizzo di glucosio da parte dei muscoli. Negli sport misti, come il calcio appunto,  l’andamento glicemico dipende molto da quale componente, aerobica o anaerobica, prevale in un determinato momento della partita. Per questo motivo la gestione può risultare più complessa rispetto a quella richiesta da uno sport caratterizzato da uno sforzo da un’intensità più costante».

Cosa succede alla glicemia durante una partita di calcio?

Durante una partita o un allenamento, la risposta glicemica non è sempre prevedibile. «Se si effettua uno scatto improvviso o uno sforzo particolarmente intenso, la glicemia può aumentare temporaneamente; se invece si svolge un’attività costante e prolungata, può verificarsi una riduzione anche significativa dei livelli glicemici. È proprio questa variabilità a rendere la gestione più complessa», asserisce lo specialista.

«In generale, durante l’attività aerobica la glicemia tende a scendere, soprattutto se l’esercizio viene svolto in prossimità di una somministrazione di insulina. Al contrario, durante l’attività anaerobica ad alta intensità la glicemia tende a salire. Va però sottolineato che nelle persone ben allenate il metabolismo energetico diventa più efficiente e il muscolo tende a utilizzare in misura maggiore gli acidi grassi come combustibile. Questo può contribuire a una gestione più stabile della glicemia durante l’attività fisica e, in alcune circostanze, a ridurre il rischio di ipoglicemia durante l’esercizio fisico, pur senza eliminarlo».

Il rischio più grosso cui si va incontro? L’ipoglicemia

calciatore spossato durante una partita mentre si piega in avanti appoggiando le mani sulle ginocchia
Il rischio più grosso cui si va incontro? L’ipoglicemia – www.ok-salute.it

Il rischio più temuto durante una gara è l’ipoglicemia. Secondo il prof. Candido, i segnali da riconoscere tempestivamente per evitare complicanze sono:

  • improvvisa sensazione di debolezza o perdita di energie;
  • sentirsi “svuotati”;
  • stanchezza insolita rispetto all’intensità dello sforzo;
  • aumento della frequenza cardiaca;
  • offuscamento della vista;
  • tremori;
  • sudorazione eccessiva (è un sintomo tipico, sebbene durante l’attività fisica sia più difficile da interpretare).

Alimentazione prima di una gara

È importante mantenere un’alimentazione equilibrata anche nei momenti che precedono la gara, perché questo contribuisce a migliorare la performance sportiva e la gestione della glicemia. «L’atleta deve conoscere il tipo e l’intensità dello sforzo che andrà ad affrontare e valutare se sia necessario assumere zuccheri già prima dell’inizio dell’attività, in base al valore della glicemia. Se questo è adeguato, può iniziare l’attività fisica e integrare successivamente, durante lo sforzo», spiega il diabetologo.

È inoltre fondamentale sapere quanta insulina è presente in circolo nel proprio organismo, così da valutare il rischio di ipoglicemia. «Per questo è indispensabile essere adeguatamente formati e conoscere tutte le strategie più appropriate da adottare. L’atleta deve sempre avere con sé il necessario per gestire eventuali abbassamenti della glicemia, come carboidrati a rapido assorbimento o integratori, ma anche l’insulina per eventuali correzioni quando necessario».

La terapia insulinica va adattata all’attività fisica

L’attività sportiva può richiedere modifiche della terapia insulinica per ridurre il rischio di ipoglicemia o di eccessive variazioni glicemiche. «Gli aggiustamenti dipendono da numerosi fattori, tra cui l’intensità e la durata dell’attività fisica, il livello di allenamento della persona e la quantità di insulina attiva presente nell’organismo. Le variabili in gioco sono molte, per questo motivo la gestione dell’insulina deve essere sempre personalizzata».

Sensori e sport di contatto: sono compatibili?

Come anticipava poco fa il professore, i dispositivi per il monitoraggio continuo della glicemia hanno davvero cambiato la vita non solo degli sportivi, ma di tutte le persone con diabete, in particolare di quelle con diabete di tipo 1. «Questi sensori sono assolutamente compatibili anche con gli sport di contatto; oltre ai dispositivi applicati esternamente, esistono infatti sensori impiantabili che vengono posizionati sottocute», conferma il diabetologo. «Qualora si ritenga che, praticando determinati sport, vi sia il rischio elevato di urti o di distacco accidentale di un sensore esterno, è possibile ricorrere a queste soluzioni impiantabili».

Il nostro specialista

Riccardo Candido

Diabetologo

Presidente Fondazione AMD (Associazione Medici Diabetologi), professore associato presso il Dipartimento Universitario Clinico di Scienze mediche, chirurgiche e della salute dell'Università degli studi di Trieste e Direttore presso SC Patologie Diabetiche dell'Azienda sanitaria universitaria Giuliano Isontina (ASU GI).

Riccardo Candido
Il Riccardo Candido visita ed opera presso Azienda sanitaria universitaria Giuliano Isontina

Chiara Caretoni

Giornalista pubblicista, lavora come redattrice per OK Salute e Benessere dal 2015 e dal 2021 è coordinatrice editoriale della redazione digital. È laureata in Lettere Moderne e in Filologia Moderna all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e ha accumulato diverse esperienze lavorative tra carta stampata, web e tv. Nel 2018 vince il XIV Premio Giornalistico SOI – Società Oftalmologica Italiana, nel 2021 porta a casa la seconda edizione del Premio Giornalistico Umberto Rosa, istituito da Confindustria Dispositivi Medici e, infine, nel 2022 vince il Premio "Tabacco e Salute", istituito da SITAB e Fondazione Umberto Veronesi.
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