Per anni si è detto che, tra l’aria che respiriamo e i cibi che portiamo in tavola, nel nostro organismo finiva ogni settimana un’enorme quantità di plastica.
In questo articolo
Cosa sono le microplastiche e le nanoplastiche?
Più che di plastica, di microplastica, termine usato per la prima volta nel 2004 dal biologo inglese Richard C. Thompson per indicare particelle di forma differente, come frammenti, filamenti, fibre, sfere, granuli, pellet, di dimensioni variabili da 0,1 micrometri (il micrometro è la millesima parte del millimetro) a 5 millimetri.
Accanto a queste, ci sono le nanoplastiche, ancora più minuscole, che misurano da 0,001 a 0,1 micrometri, tanto quanto un virus o un filamento di Dna.
Ora, nuovi studi mettono un freno a questo allarme, sostenendo che potrebbe essere esagerato e meno fondato del previsto.
Dove sono state trovate le microplastiche?

Per comprendere la questione, occorre tornare alle origini del problema, che ha fatto capolino già negli anni Settanta del secolo scorso, quando le prime analisi hanno segnalato la presenza di microplastiche negli oceani e nei mari. In seguito sono state rintracciate anche nell’atmosfera, soprattutto nelle grandi città.
Nel frattempo, sospinte dai venti, sono arrivate in alta quota, raggiungendo perfino l’Everest. Non ne sono immuni neppure le zone più remote del pianeta, ovvero l’Artico e l’Antartide. Si calcola che a oggi oltre 1.500 specie, tra cui pesci, crostacei, uccelli, orsi polari, foche, pinguini, abbiano ingerito frammenti, riportando danni anche gravi.
Le microplastiche sono davvero presenti nel corpo umano?
A partire da queste evidenze, ormai consolidate, alcuni scienziati sono andati oltre, sostenendo che anche noi
esseri umani introiettiamo microplastiche, che raggiungono intestino, reni, fegato, polmoni, cervello. Nel 2023 uno studio pubblicato su una rivista dell’American Chemical Society ne avrebbe trovato traccia nel cuore e nel sangue, mentre un lavoro uscito nel 2024 su The New England Journal of Medicine le ha rilevate nelle arterie. Queste particelle sarebbero state intercettate perfino nell’apparato riproduttivo.
Perché alcuni scienziati contestano questi studi?
Ebbene, alcuni esperti hanno adesso ridimensionato la portata del fenomeno, sollevando varie obiezioni. Una di queste riguarda il fatto che la maggior parte dei frammenti assimilati verrebbe espulsa dall’organismo in tempi brevi.
Il problema delle contaminazioni dei campioni
Un’altra è relativa alla possibile contaminazione durante la raccolta e l’analisi dei campioni. Sangue e tessuti vengono prelevati, tramite biopsia, durante gli interventi chirurgici o le autopsie. Ma le particelle plastiche sono ovunque: nelle sale operatorie, sugli indumenti degli addetti e sulle attrezzature. La criticità più rilevante, secondo gli scettici, è che sarebbero presenti anche sui materiali monouso del laboratorio, come siringhe, pipette, provette da centrifuga, alterando i materiali biologici.
Ci sarebbe, in realtà, un metodo per evidenziare il livello di interferenza di fondo: la prassi prevede di analizzare, insieme a campioni reali, anche contenitori vuoti oppure campioni di tessuto con scarsa probabilità di contenere plastica, come embrioni di pollo all’interno dell’uovo. I critici obiettano, tuttavia, che questa procedura di confronto non sarebbe stata, in molti casi, messa in pratica.
La mancanza di metodi standardizzati
Un’altra osservazione concerne la mancanza di strumenti analitici adeguati: sarebbero carenti metodi di misurazione standardizzati e procedure operative condivise.
Il ruolo delle nanoplastiche
Infine, la focalizzazione sul tipo sbagliato di particelle. In pratica, si è puntato soprattutto sulle microplastiche, abbastanza facili da rilevare, trascurando le nanoplastiche, più difficili da identificare. Ma sono proprio queste ultime ad arrecare i maggiori effetti nocivi alla nostra salute, potendo attraversare le barriere biologiche e penetrare così nelle cellule. «Non vi è alcuna negligenza», ci tengono a specificare gli scienziati dubbiosi, «ma ci sono semmai conclusioni premature, date dalla fretta di pubblicare».
Gli studi sulle microplastiche nel cervello sono affidabili?
E proprio su alcuni articoli pubblicati si sono concentrate le contestazioni. Uno degli esempi più significativi riguarda un’analisi del 2025 su Nature che, in base a numerose autopsie effettuate tra il 1997 e il 2024, aveva rilevato un incremento di frammenti di plastica nel tessuto cerebrale: pochi mesi dopo, questa conclusione è stata messa in dubbio da un gruppo di scienziati che, in una lettera uscita sulla stessa rivista, segnalava l’assenza di convalida.
«Il cervello contiene circa il 60% di grasso», ha affermato Dusan Materic, ricercatore del Centro Helmholtz di Lipsia, in Germania, e uno dei firmatari della replica. «E i lipidi possono produrre segnali chimici simili a quelli del polietilene. L’aumento dell’obesità potrebbe, quindi, essere una spiegazione alternativa alla tendenza riportata nella ricerca».
Questo lavoro non è l’unico a essere finito nel mirino. Sono stati criticati anche uno studio pubblicato nel 2024 su The New England Journal of Medicine riguardante le placche carotidee, un altro uscito nello stesso anno su Toxicological Sciences a proposito dei testicoli e un altro ancora comparso su Environment International nel 2022 che ha preso in esame il flusso sanguigno. L’accusa, per tutti, è quella di non fornire prove concrete.
Le microplastiche fanno davvero male alla salute?
Attenzione, però. Queste obiezioni invitano a scongiurare l’allarmismo in favore di una maggiore cautela, ma non significano che le microplastiche siano innocue. Una revisione pubblicata su Lancet nel 2025 ha definito la plastica «un pericolo grave, crescente, sottovalutato».
È d’accordo Alessandro Miani, presidente della Società italiana di medicina ambientale (Sima), che asserisce: «La comunità scientifica concorda sul fatto che le microplastiche e, in misura maggiore, le nanoplastiche possono entrare nel corpo umano, dove vengono riconosciute come estranee dal sistema immunitario, causando infiammazione. Chiarito questo, la loro capacità di accumularsi stabilmente nei tessuti e di produrre effetti rilevanti resta una questione aperta. L’importante, però, è non creare l’errata impressione che l’intero settore sia in discussione, il che non è vero».
Cosa sappiamo oggi sui rischi delle microplastiche?
Le eventuali conseguenze nocive potrebbero dipendere, oltre che dalla quantità di particelle assorbite, anche da ciò che veicolano: le microplastiche possono, infatti, agire come piccole spugne, che incorporano sostanze chimiche tossiche, tra cui metalli pesanti, ftalati, bisfenoli, trasportandole nell’organismo. Su tutti questi temi il dibattito è in corso. Come sottolinea Miani, «accordi e disaccordi fanno parte del funzionamento della scienza e le controversie sono prevedibili, soprattutto nel caso di un argomento che interessa tutti, come questo».
Cosa sta facendo l’Unione europea contro le microplastiche?

Per limitare la diffusione di microplastiche le istituzioni hanno promosso vari interventi normativi. Già nel 2019 l’Unione europea ha approvato una direttiva mirata a ridurre la plastica monouso, proibendo la vendita di posate, piatti, bastoncini cotonati, aste dei palloncini in questo materiale. Nel 2022 tale norma è entrata ufficialmente in vigore in Italia, anche se con qualche deroga.
Nel 2020 l’Unione ha poi dato il via libera al provvedimento, recepito nel nostro Paese nel 2023, che stabilisce l’importanza del monitoraggio dei frammenti nell’acqua potabile. A queste leggi si è aggiunto il regolamento del 2023, che sancisce una restrizione progressiva sulle particelle aggiunte ai prodotti: vietati da subito i glitter sfusi, mentre per cosmetici e detergenti è previsto un periodo transitorio che porterà al divieto entro il 2035.
Dal 2025 sono entrati in vigore nuovi obblighi di rendicontazione sulla sostenibilità per molte imprese, introdotti dalla Corporate Sustainability Reporting Directive, che includono anche gli impatti ambientali lungo la filiera, tra cui la dispersione di microplastiche. Parallelamente, la Commissione europea ha proposto una normativa specifica sui pellet di plastica.
Alessandro Miani
Professore presso il Dipartimento di Scienze e Politiche Ambientali all'Università Statale di Milano e Presidente della Società Italiana di Medicina Ambientale (SIMA). Inoltre è membro del Governance Council dell'International WELL Building Institute (IWBI), coordinatore scientifico del Tavolo Tecnico "Cultura, Ambiente e Salute" del Ministero della Cultura e membro del Tavolo Tecnico "Salute e Ambiente" del Ministero della Salute.
Il prof. Miani è anche membro del Comitato Scientifico Nazionale LILT, membro del Comitato Tecnico-Scientifico dell'Intergruppo Parlamentare 'One Health', vicepresidente dell'Accademia Italiana di Biofilia (AIB), vicepresidente dell'Environmental Health Research Organization (EHRO) e co-fondatore e Tesoriere Sociedad Científica Española de Medicina Ambiental y Cambios Climáticos (SESMA).



