Ti è mai capitato di sentirti inadeguato rispetto al tuo ruolo, di mettere in dubbio le tue competenze o di non riuscire a riconoscere il valore dei risultati raggiunti? Se sul lavoro ti sei sentito così, potresti aver sperimentato la sindrome dell’impostore.
Si tratta di una sensazione che molti professionisti provano nel corso della propria carriera: lo conferma una rilevazione di Hays realizzata in collaborazione con Serenis, secondo cui 7 italiani su 10 dichiarano di averla provata almeno una volta, mentre oltre il 30% afferma di soffrirne con frequenza.
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Sindrome dell’impostore sul lavoro: cosa la innesca e come possono intervenire le aziende
Tra le situazioni che possono far emergere maggiormente la sindrome dell’impostore sul lavoro, al primo posto c’è l’inizio di un nuovo ruolo, come segnalano quasi 4 italiani su 10. Anche il confronto con i colleghi può alimentare dubbi e insicurezze, indicato da circa 3 su 10. Segue il processo di selezione per una nuova posizione, segnalato dal 18% dei rispondenti, mentre solo l’11% afferma di non conoscere il fenomeno.
«La sindrome dell’impostore non dipende necessariamente da una reale mancanza di competenze, ma spesso da una percezione distorta del proprio valore professionale. Proprio per questo le aziende hanno un ruolo fondamentale nel riconoscerne i segnali e nel creare contesti in cui le persone possano sentirsi ascoltate e supportate. Un dialogo continuo tra manager e risorse, insieme a feedback costanti e costruttivi, può aiutare a intercettare questi momenti di difficoltà e a ricondurli alla loro reale dimensione, evitando che insicurezza e autocritica diventino un limite alla crescita professionale», afferma Alessio Campi, People & Culture Director di Hays Italia.
Il meccanismo psicologico della sindrome dell’impostore sul lavoro
«Dal punto di vista clinico, la sindrome dell’impostore non è una patologia, ma un’esperienza psicologica caratterizzata dall’incapacità di internalizzare i propri successi. Si manifesta attraverso un ciclo cognitivo disfunzionale in cui il soggetto, nonostante prove oggettive di competenza, attribuisce i risultati a fattori esterni», spiega la dottoressa Martina Migliore, Psicoterapeuta cognitivo comportamentale e Head of Business Learning & Culture di Serenis.
È un classico esempio di locus of control “esterno”: tutto ciò che faccio di successo è merito della fortuna o del lavoro altrui, tutto ciò in cui fallisco è colpa mia. «Questo genera un sovraccarico emotivo dettato dalla paura dello smascheramento, che spesso conduce a strategie di coping disadattive come l’over-working (iper-preparazione) o il procrastinare per evitare il giudizio, alimentando elevati livelli di stress e ansia da prestazione che, di fatto, impattano negativamente sulla produttività e sullo sviluppo professionale».
Quali sono i lavoratori più colpiti?
Sebbene la sindrome dell’impostore sul lavoro sia un fenomeno trasversale, i dati Hays (39%) confermano che è prevalente tra i profili “high-achiever” e in chi affronta transizioni di carriera. Inoltre, è comune tra le donne e le minoranze, a causa di bias sistemici che rendono più faticoso il riconoscimento della propria autorevolezza.
Anche i giovani talenti e coloro che operano in ambienti ad alta competitività sono vulnerabili, poiché tendono a misurare il proprio valore esclusivamente attraverso standard di perfezionismo irrealistici. In questi contesti il confronto con i colleghi può farsi spietato, perdendo di vista l’equità e le differenze individuali e di vita.
Sindrome dell’impostore sul lavoro: 5 consigli per affrontarla
Pur considerando le innumerevoli condizioni personali e professionali esistenti, la dottoressa Martina Migliore suggerisce 5 strategie utili per superare la sindrome dell’impostore sul lavoro:
- Validazione oggettiva: archiviare feedback e risultati per contrastare il bias di svalutazione interna.
- Riformulazione cognitiva: trasformare il “non sono capace” in “sto imparando una nuova competenza”.
- Decostruzione del perfezionismo: accettare l’errore come parte fisiologica del processo lavorativo, anziché interpretarlo come un fallimento identitario.
- Condivisione protetta: aprirsi con mentor o colleghi fidati aiuta a universalizzare il vissuto, riducendone il peso.
- Lavoro terapeutico: esplorare le radici del senso di inadeguatezza per integrare stabilmente i successi nell’immagine di sé.




