Sessualità

Perché c’è ancora chi crede nel malocchio

La scienza è categorica: la iettatura non esiste. Eppure in tanti si affidano a maghi e guru per fasi liberare dall'ossessione della sfortuna

Totò ne ha fatto addirittura una professione. Occhiali scuri, mise da becchino, bastone con pomolo a forma di gufo. E soprattutto la patente di iettatore, ottenuta dal giudice. Così armato, nel ruolo di Rosario Chiarchiaro, colpito da fama di menagramo e perciò licenziato ed emarginato, si rivale esigendo una tassa per non gettare il malocchio.
Solo un film tratto da una tragicomica novella (La patente) di Pirandello? Mica vero. L’associazione Telefono antiplagio stima che un italiano su cinque sia imbevuto di suggestioni paranormali: un esercito di 12 milioni di persone che corre a vario titolo da maghi e taumaturghi, in grado di proteggerli (dietro cospicui pagamenti) anche dai malefici.

La scienza mette in guardia: nessuna prova
Nonostante non ci sia prova scientifica che alcuni abbiano la capacità di procurare danni a cose o persone in maniera volontaria o involontaria, un’enormità di persone nel mondo crede nell’energia negativa gettata (da cui iettatura e iettatore, dal napoletano jettare) attraverso lo sguardo (malocchio) e non solo.
I mullah di Mombasa, in Kenya, nel 2008 hanno lanciato l’halbadiri, il malocchio islamico sui ladri: «Riportate tutto ciò che avete rubato, altrimenti la maledizione vi colpirà con una morte orribile e spietata», hanno tuonato dall’alto dei minareti. «Avrete intestino e vie urinarie bloccati».

Gruppo San Donato

Terrorizzati, coloro che approfittando degli scontri fra polizia e manifestanti avevano razziato il magazzino di un commerciante hanno restituito il maltolto nel giro di una notte.
Ma la credenza nelle energie negative permane anche nelle società occidentali. Come mai? Secondo la teoria di Danilo Mainardi, docente di ecologia comportamentale all’Università Ca’ Foscari di Venezia, risponde a un bisogno della mente umana: «Lo spazio che dedichiamo all’irrazionale, in generale, è una difesa per affrontare la caducità delle cose, contro le quali la logica spesso si dimostra poco efficace».

Una schiera di adulti che coltiva paure infantili
E ai motivi ancestrali se ne aggiungono di individuali. «Chiedete a un bambino perché ha paura del buio», riflette Massimo Polidoro, docente di psicologia dell’insolito all’Università di Milano Bicocca e segretario nazionale del Cicap, il Comitato italiano per il controllo delle affermazioni sul paranormale. «Spesso risponderà “perché ci sono l’uomo nero o il lupo cattivo che mi spiano e mi vogliono aggredire”. In realtà, i piccoli materializzano così i loro fantasmi interiori: il timore di essere abbandonati dai genitori o di perdere l’amore degli amici. E, una volta adulti, non sono da meno».

 

Vale per gli inglesi con il loro evil eye, per i francesi (mauvais oeil) e per i tedeschi (boese Blick). «Per uno che muoia per causa naturale, 99 moriranno di malocchio», recita il sacro libro ebraico Talmud.
«Siamo talmente ossessionati dal timore dell’eyn hara (occhio maligno) che, se a Gerusalemme auguriamo buon compleanno, dobbiamo aggiungere subito la frase “beli eyn hara” (senza malocchio), pena il passare da menagrami», spiega Genya Nahmani, docente di cultura ebraica all’Università Statale di Milano.

Interi popoli condizionati da false suggestioni
Aggiunge Anna Vanzan, docente di Islam allo Iulm di Milano: «Proprio come la paura dell’ayin harsha (occhio maligno) tra i musulmani. Tanto che in Pakistan le madri aspettano fino a una settimana prima di dare un nome al neonato, dunque un’identità vitale, per paura che fra parenti e amici si nasconda uno sguardo invidioso e quindi nocivo».
E guai agli uomini che dal Benin al Ghana, dal Togo a Tahiti incrociano le occhiate di una donna in cui si è incarnata la dea Mamy Wata, bellissima e dagli occhi lucenti, le cui fattezze sono spesso riplasmate nelle bamboline dei riti vudù, più o meno trafitte da spilloni, fornite dai santoni cui ci si rivolge per gettare una malattia o una disgrazia su qualcuno. Un’usanza rimbalzata, attraverso gli schiavi africani, alla macumba brasiliana.
«Ma anche diffusa, per imitazione, in Italia», assicura la comasca Enrica Sassi, professione sensitiva. «Non avete idea di quante bamboline vudù circolino. Per purificare il malcapitato, ricorro a rimedi semplicissimi: un sacchetto pieno di sale e incenso, una calamita per respingere la negatività, acqua benedetta e una pietra dura».
E succede che i malefici si avverino…
Già. Anche se esperimenti ripetuti, come quelli del Cicap, continuano a mostrare che non c’è niente di vero nel malocchio, questa paura attraversa lo spazio e il tempo. Ma perché proprio l’occhio? «È un timore ancestrale che affonda nella notte dei tempi», spiega Mainardi. «Gli uomini lo provano fin da quando uscivano di notte nei boschi e vedevano brillare, fra gli alberi, gli occhi rilucenti dei gatti selvatici o quelli dei rapaci notturni, come civette o gufi (da qui il sinonimo gufo uguale iettatore). Ma anche fra gli animali, guardarsi dritti nelle pupille è prova di coraggio: nei duelli fra capobranchi, chi è più debole abbassa lo sguardo». Perché gli occhi sono un veicolo di emozioni, di potere, uno specchio dell’ anima.
«Chi è ossessionato dal terrore dei malefici e degli iettatori è una personalità insicura, che va in tilt di fronte alle difficoltà della vita», interviene Polidoro. «Invece di cercare una soluzione puntando sulle proprie capacità, trova un colpevole esterno: “Mi hanno fatto il malocchio”. Allora guarderà tutto in funzione di quell’evento: dalla stringa che si rompe mentre si allaccia la scarpa alla varicella del figlio. Fino a provocarsi le “profezie che si autoavverano”: piccoli o grandi incidenti, che servono quasi a mettere la parola fine alla iettatura. Si tratta di un’autosuggestione che scatta più facilmente nei momenti di fragilità: un lutto, una separazione, la perdita del lavoro. Quando la ricerca di sicurezza e di una conferma porta queste persone a essere facili prede dell’irrazionale».
A volte si finisce in psicoterapia
Fino ad arrivare a essere talmente dipendenti dal guaritore di turno da incappare in vere truffe, com’è successo a un signore di Frosinone che ha speso la cifra record di 500mila euro per contrastare un maleficio di cui riteneva essere vittima, prima di segnalare il raggiro al Telefono antiplagio. Una vera patologia.
Cure? «Per queste nevrosi, che rientrano nei disturbi ossessivo compulsivi, o Doc, è adatta la psicoterapia cognitivo comportamentale», suggerisce Riccardo Luccio, docente di psicometria all’Università di Trieste. «Più gravi i casi che comportano idee fisse con tratti paranoidi, quando un paziente pensa di essere perseguitato da qualcuno che vuole ucciderlo».

E lo iettatore? Ha caratteristiche particolari o comportamenti che gli tirano addosso la nomea del gufo? No, può capitare a chiunque, soprattutto a chi è oggetto d’invidia e ha una personalità mite, poco reattiva. Pensiamo alla cantante Mia Martini, la cui fama di iettatrice la portò all’isolamento e infine al suicidio.
«Una volta indicato come portaiella», continua Luccio, «chi è minimamente predisposto a tratti paranoidi (“tutti ce l’hanno con me”) può cadere in depressione e considerarsi al centro di una congiura. Allora tende a evitare gli altri, a guardarsi in giro con uno sguardo torvo. E alimenta un circolo vizioso».
Gilda Lyghounis – OK La salute prima di tutto

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