Sono diverse le malattie che colpiscono i polmoni che possono portare a un trapianto. Storicamente la più comune era la fibrosi cistica, patologia genetica presente quindi fin dalla nascita. Generalmente si eredita un gene difettoso da entrambi i genitori che sono portatori sani, senza saperlo del gene CFTR mutato. Nel nostro Paese ogni 25 persone c’è un portatore sano.
Tuttavia, oggi lo scenario è radicalmente cambiato: l’avvento dei farmaci modulatori della proteina CFTR (terapie con piccoli legandi) ha rallentato in modo drastico la progressione della malattia, riducendo di oltre il 50-70% la necessità di ricorrere al trapianto di polmone per questi pazienti.
Queste patologie influenzano pesantemente la qualità della vita dei pazienti, che non possono spesso fare neanche le più semplici attività quotidiane, come vestirsi, salire una rampa di scala o farsi una doccia.
In questo articolo
Malattie che possono portare a un trapianto di polmoni

Essenzialmente sono suddivise in tre gruppi:
- Malattie polmonari restrittive. In questi casi il tessuto polmonare necessario alla respirazione è modificato, come avviene ad esempio con una fibrosi polmonare, idiopatica (che oggi rappresenta una delle prime cause di trapianto nell’adulto).
- Malattie polmonari ostruttive. In questi casi le vie respiratorie si restringono, come avviene per un enfisema polmonare, della fibrosi cistica e di altre malattie polmonari con broncoectasia, che comporta la dilatazione patologica delle vie respiratorie.
- Malattie polmonari vascolari, come per esempio l’ipertonia arterio-polmonare.
Quando non si può fare un trapianto polmonare
Non si può fare in caso di tumori maligni attivi non controllati o nel caso di pazienti affetti da arterosclerosi grave e diffusa con disfunzioni d’organo irreversibili. Generalmente, queste malattie hanno già intaccato tutto il corpo e il trapianto non può fermare il decorso della malattia. Nel 2026, tuttavia, i criteri di esclusione sono più flessibili: pazienti con neoplasie stabili o guarite da un determinato numero di anni (grazie alle nuove immunoterapie) possono essere valutati caso per caso.
Non si può fare in caso di cancro ai polmoni o altre forme di cancro o nel caso di pazienti affetti da aterosclerosi. Generalmente, queste malattie hanno già intaccato tutto il corpo e il trapianto non può fermare il decorso della malattia.
Il trapianto
Le tecniche di trapianto del polmone sono molto migliorate negli ultimi anni. Ormai si può scegliere se fare il trapianto di un solo polmone o di entrambi, mentre prima venivano trapiantati sempre tutti e due i polmoni insieme anche al cuore. La disponibilità e la qualità degli organi è notevolmente aumentata grazie alle tecniche di perfusione polmonare ex vivo (EVLP), che permettono di “ricondizionare” e rigenerare in laboratorio polmoni che un tempo sarebbero stati scartati.
Ora è possibile anche la donazione da donatori viventi, come avviene già da parecchio tempo per altri organi. In questo caso due persone sane donano una piccola parte del loro polmone. Il lobo inferiore destro di un donatore e il lobo inferiore sinistro dell’altro vengono trapiantati nel torace del paziente. La donazione da vivente avviene generalmente per bambini o per giovani adulti in casi di estrema urgenza, sebbene l’ottimizzazione della rete dei donatori deceduti la renda oggi una procedura meno frequente rispetto al passato.
Complicazioni
I pericoli principali arrivano dalla possibilità di rigetto e dalle infezioni. Il nemico principale è il rigetto cronico, che viene chiamato anche CLAD, acronimo dell’inglese Chronic Lung Allograft Dysfunction. Negli ultimi anni la diagnostica molecolare e la biopsia liquida permettono di intercettare i segni precoci della CLAD molto prima che si manifesti il danno funzionale.
Sopravvivenza
I tassi di sopravvivenza a un anno dal trapianto sono del 85-90 per cento. A cinque anni, circa il 65-70% dei pazienti è ancora in vita, con un costante miglioramento della qualità degli anni guadagnati grazie ai nuovi protocolli immunosoppressori.
Cosa succede dopo il trapianto

Chi si è sottoposto al trapianto di polmoni dovrà seguire una terapia farmacologica immunosoppressiva per tutta la vita, in modo da abbassare il rischio di rigetto e di infezioni.
Ovviamente dovrà essere sottoposto a screening regolari nei centri di trapianto.
Cosa succede dopo il trapianto in caso di fibrosi cistica
La fibrosi cistica altera le secrezioni di molti organi che, risultando più dense, disidratate e poco fluide, contribuiscono al loro danneggiamento. A subire la maggiore compromissione sono i bronchi e i polmoni: al loro interno il muco tende a ristagnare, generando infezione e infiammazione. Queste, nel tempo, tendono a portare all’insufficienza respiratoria.
I polmoni trapiantati hanno la mucosa sana, ma questo non avviene in tutte le vie respiratorie superiori (come i seni paranasali). Due settimane dopo il trapianto, si procede all’asportazione delle mucosi nelle fossa nasali. Il collegamento diretto tra fosse nasali e polmoni permette ai batteri di insediarsi nella mucosa e raggiungere i bronchi, provocando un’infezione polmonare da pseudonomas. L’infezione viene favorita dalla debolezza del sistema immunitario, dovuta ai farmaci antirigetto. Per evitare complicazioni di questo tipo dopo il trapianto, i pazienti devono seguire una terapia di inalazioni con antibiotici, e devono eseguire risciacqui del naso con soluzioni di cloruro di sodio.
È importante ricordare che, sebbene il trapianto guarisca la manifestazione polmonare, il paziente deve continuare a curare gli altri organi interessati dalla fibrosi cistica (come il pancreas e il fegato) attraverso terapie enzimatiche e, laddove indicato, con i farmaci modulatori del gene CFTR.




