Salute

Coronavirus: i farmaci contro l’ipertensione peggiorano il decorso dell’infezione?

Secondo l'AIFA non ci sono evidenze che dimostrino il presunto effetto dannoso di alcuni farmaci antipertensivi sulla malattia da Coronavirus

I farmaci contro l’ipertensione non espongono a un maggior rischio di contrarre il coronavirus né aggravano il quadro clinico in caso di infezione. A confermarlo è uno studio condotto dall’Università di Milano-Bicocca in collaborazione con l’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano (INT) e l’Agenzia Regionale per l’Innovazione e gli Acquisti (ARIA). Questa nuova ricerca smentisce le voci che, a inizio pandemia, si erano rincorse sulla potenziale pericolosità di ACE inibitori e sartani (qui sotto trovate il nostro vecchio articolo). Qualcuno, infatti, riteneva che proprio questi farmaci contro l’ipertensione avrebbero favorito o aggravato la malattia Covid-19.

Coronavirus e farmaci contro l’ipertensione: lo studio italiano

Lo studio è stato realizzato confrontando 6272 pazienti affetti da grave infezione respiratoria da Covid-19, accertati nel periodo tra il 21 febbraio e l’11 marzo 2020, con 30.759 persone sane, tutti iscritti nel registro sanitario della Regione Lombardia. Ogni individuo con coronavirus è stato associato casualmente con 5 persone sane di età, sesso e comune di residenza uguali.

Gruppo San Donato

I farmaci contro l’ipertensione non favoriscono né aggravano l’infezione da coronavirus

Come fa sapere Giuseppe Mancia, Professore Emerito all’Università degli Studi Milano-Bicocca, dallo studio è emerso che, rispetto agli individui sani, i pazienti con coronavirus fanno un uso maggiore del 10-13% di ACE-inibitori e sartani. Questi, però, utilizzano anche altri antipertensivi o altri farmaci ancora, come gli antidiabetici. Ciò ha confermato che coloro che hanno contratto l’infezione hanno anche uno stato di salute già piuttosto compromesso, di cui il maggior consumo di farmaci è solo un riflesso. Questo, continua Giovanni Corrao del Dipartimento di Statistica e Metodi Quantitativi dell’Università di Milano-Bicocca, suggerisce che le manifestazioni cliniche del contagio si presentano prevalentemente in individui clinicamente fragili, e tra questi, in pazienti affetti da malattie cardiovascolari e metaboliche. Tuttavia, farmaci come ACE-inibitori e sartani non sembrano avere alcun ruolo diretto nel favorire un maggior rischio di sviluppo o aggravamento dell’infezione.

Qui di seguito trovate l’articolo scritto in data 19 marzo 2020

Antipertensivi e Coronavirus: cosa dice l’AIFA

L’AIFA precisa che attualmente non esistono evidenze scientifiche, basate su studi clinici o epidemiologici, sul presunto effetto di terapie a base di medicinali antipertensivi appartenenti alla classe degli inibitori dell’enzima di conversione dell’angiotensina (ACE inibitori) o degli antagonisti del recettore per l’angiotensina II (sartani) sulla trasmissione e sull’evoluzione della malattia da Coronavirus. Al momento si tratta solo di ipotesi verificate con studi in vitro (ossia su cellule).

Chi è iperteso non deve sospendere le terapie

Sulla base delle conoscenze attuali, l’AIFA raccomanda quindi agli ipertesi di non modificare né sospendere la terapia in atto. Qualunque sia la classe terapeutica (ACE inibitori, sartani o altri) in uso. Esporre infatti pazienti fragili, come gli ipertesi, a potenziali nuovi effetti collaterali o a un aumento di gravi complicanze cardiovascolari, come l’infarto miocardico, lo scompenso cardiaco, l’ictus cerebrale e l’insufficienza renale, non appare in alcun modo giustificato.

L’aderenza terapeutica può fare la differenza anche in caso di contagio

I dati finora ottenuti dimostrano che i decessi attribuibili all’infezione Covid-19 riguardino, nella maggior parte dei casi, persone anziane con una o più patologie croniche. «L’aderenza e la continuità terapeutica, dunque, possono spostare in senso favorevole la prognosi della malattia da Coronavirus e ridurre il rischio di mortalità» interviene Claudio Cricelli, Presidente della Società Italiana di Medicina Generale (SIMG). «Il buon controllo clinico dell’ipertensione, come di altre patologie, può rappresentare un fattore protettivo in più nei riguardi della mortalità da Covid-19. La rimozione dei farmaci antipertensivi, quindi, rappresenterebbe un pericolo sia in termini di aumento del rischio cardiovascolare che nell’ottica di un’infezione intercorrente da SARS-Cov-2» conclude il professore.

Scopri l’approfondimento di OK Salute sull’ipertensione     

Coronavirus: l’ipertensione è un fattore di rischio?

In questi giorni relativamente all’ipertensione è emersa anche un’altra questione. Qualcuno infatti sostiene che avere la pressione alta esponga l’individuo a un rischio maggiore di contrarre il Coronavirus rispetto a chi non è iperteso. A tal proposito è intervenuta la Società Italiana dell’Ipertensione Arteriosa. La SIIA conferma che non esistono evidenze che associno l’ipertensione alla malattia Covid-19. «Se l’ipertensione fosse un fattore predisponente, dovrebbero esserci più pazienti ipertesi tra i malati rispetto a quanto osservato nella popolazione generale. A oggi non ci sono prove che le persone con ipertensione siano sovrarappresentate tra quelle gravemente infette da Covid-19».

Chiara Caretoni

Leggi anche…

None found

Mostra di più
Pulsante per tornare all'inizio