Nel 1986 il Prozac arriva nelle farmacie europee. Due anni dopo raggiunge anche quelle americane e in pochi mesi ottiene un risultato mai raggiunto prima da un medicinale: la pillola antidepressiva verde e bianca non solo trova posto nei comodini di milioni di persone, ma diventa anche protagonista delle copertine di famosi settimanali, Newsweek in testa, e viene citata nelle commedie al cinema. «Tu non hai niente che non si possa curare con due Prozac e una mazza da polo», diceva il personaggio di Woody Allen alla moglie che voleva andare dallo psicoanalista in Misterioso omicidio a Manhattan (1993). Era scoppiata una moda.
Quarant’anni dopo, la “pillola della felicità”, come fu soprannominata da marketing e giornali, è ancora negli scaffali di ogni farmacia, acquistabile con una semplice prescrizione del medico di base. Eppure, l’entusiasmo iniziale si è trasformato in una consapevolezza: quella dell’eredità che la fluoxetina, il principio attivo alla base del medicinale, ha lasciato nella farmacologia, nella psichiatria e nella società in generale.
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Prozac: il farmaco che ha cambiato il modo di parlare della depressione
«Il Prozac non rende realmente felici, altrimenti lo prenderemmo tutti», chiarisce Paolo Brambilla, direttore del dipartimento di Neuroscienze e Salute mentale del Policlinico di Milano e docente all’Università degli Studi di Milano. «Piuttosto, dona lucidità e permette di essere meno coinvolti emotivamente nelle proprie fragilità. Dà una sorta di “spinta” psicomotoria». L’etichetta di “pillola della felicità”, però, ha contribuito a rendere il farmaco pop e, dunque, a sdoganare la depressione, a farla riconoscere come una malattia e non come un difetto del carattere.
«Un farmaco che in quattro-sei settimane ti tira fuori da un episodio depressivo ha dimostrato che nel disturbo esiste una componente neurotrasmettitoriale molto rilevante», continua l’esperto. «Questo ha aiutato non solo a legittimare la depressione come una sindrome medica e non come un deficit della volontà o della personalità, ma anche a stigmatizzare meno la psichiatria in generale». L’aspetto negativo di quell’etichetta, è che ha rischiato di banalizzare la cura: «Il farmaco non cambia il mondo attorno a te», sottolinea Brambilla. «Se una persona ha dei traumi, prova solitudine, difficoltà psicosociali o economiche, il farmaco non è in grado di risolverli».
Come nasce il Prozac: dalla scoperta della fluoxetina al successo mondiale
I primi farmaci antidepressivi risalgono alla fine degli anni Cinquanta, con due famiglie di medicinali:
- gli inibitori delle monoamminossidasi, presto caduti in disuso,
- i triciclici, che divennero il trattamento standard per decenni.
Queste molecole aumentavano il livello di tre neurotrasmettitori: la serotonina, la noradrenalina e la dopamina, messaggeri chimici utilizzati dal sistema nervoso per regolare il passaggio dei segnali tra i neuroni verso altre cellule responsabili dell’umore e delle emozioni.
L’idea era che la depressione potesse essere contrastata agevolando le connessioni nervose legate al benessere, alle emozioni, alla reattività. I triciclici funzionavano bene, se non fosse per i pesanti effetti collaterali: sonnolenza, aumento di peso, rischi cardiovascolari, tossicità in caso di sovradosaggio. Così, all’inizio degli anni Settanta, Ray Fuller, David Wong e Bryan Molloy, ricercatori della farmaceutica Eli Lilly, individuarono una molecola in grado di regolare la serotonina senza intaccare gli altri neurotrasmettitori. Avevano scoperto un nuovo antidepressivo che funzionava esattamente come i triciclici, ma senza i loro effetti avversi.
Prescritto a più di 40 milioni di persone
La molecola fu chiamata fluoxetina, mentre il nome commerciale Prozac fu scelto da un’agenzia di branding per la positività che ispirava: una novità per il settore farmaceutico, più abituato a denominazioni che rispecchiassero la composizione chimica dei medicinali. Eli Lilly presentò la domanda per la commercializzazione del farmaco, ma le aspettative erano modeste: il mercato degli antidepressivi valeva allora meno di 200 milioni di dollari, e un portavoce dell’azienda nel 1983 dichiarò al Wall Street Journal che la fluoxetina non avrebbe dovuto diventare un grande successo. I numeri gli diedero torto: dieci anni dopo il lancio, nel 1998, le vendite annuali di Prozac toccarono i 2,8 miliardi di dollari. Nel 2002, un anno dopo la scadenza del brevetto, era stato prescritto a più di 40 milioni di persone nel mondo.
Perché il Prozac ha rivoluzionato gli antidepressivi
«Il Prozac ha aperto la strada degli “inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina” (Ssri), farmaci che hanno permesso alle persone di uscire da episodi depressivi senza gli effetti collaterali dei medicinali precedenti, in tempi più brevi e con un impegno emotivo ed economico inferiore a quello richiesto da una psicoterapia», riprende l’esperto del Policlinico. «Inoltre, ha permesso di allargare il trattamento farmacologico ad altri campi: i disturbi d’ansia, il disturbo ossessivo compulsivo e i disturbi dell’alimentazione per i quali prima non avevamo praticamente nulla».
Come funziona il Prozac? La serotonina non basta a spiegare tutto

La serotonina è un neurotrasmettitore che regola sonno, appetito, umore, energia. In condizioni normali, i neuroni la rilasciano per trasmettere segnali e poi la riassorbono. La fluoxetina blocca questo riassorbimento: l’idea è che più serotonina resta disponibile tra un neurone e l’altro, migliore è l’umore. Un meccanismo semplice da spiegare, che ha contribuito al successo del Prozac, ma che oggi non convince gli specialisti. «Non ho mai creduto alle teorie singole», dice Brambilla. «La serotonina non è il neurotrasmettitore esclusivo dell’umore. E già il fatto che anche i triciclici, che agiscono su serotonina, noradrenalina e sistema colinergico insieme, funzionino
altrettanto bene, ci dice che la storia non è così semplice. La depressione è una sindrome complessa, che origina da concause diverse. Il farmaco probabilmente agisce anche a livello intracellulare, e con fenomeni di neuroplasticità mette in moto meccanismi che in parte ancora ci sfuggono».
Il dibattito sul ruolo della serotonina
Nel 2022 la psichiatra britannica Joanna Moncrieff pubblicò su Molecular Psychiatry un articolo che fece molto scalpore per la sua conclusione netta: non esiste evidenza robusta del legame diretto tra serotonina e depressione. La comunità scientifica precisò che “non sapere esattamente come funzionano gli Ssri” non vuol dire che “gli Ssri non funzionano”. È una condizione con cui i medici sono abituati a fare i conti: «Il litio, per esempio, funziona nel disturbo bipolare da decenni, ma non abbiamo ancora capito con precisione come. La medicina è una scienza imperfetta, non solo in ambito psichiatrico», conferma l’esperto.
Prozac oggi: quanti italiani assumono antidepressivi
In Italia quasi 2,6 milioni di persone assumono antidepressivi. Secondo l’Agenzia italiana del farmaco, le persone trattate sono aumentate da 124 ogni mille abitanti nel 2015 a 134 nel 2024. E negli ultimi vent’anni sono raddoppiate le dosi di antidepressivi consumate ogni giorno. «Io dico per fortuna», commenta Brambilla. «Curiamo problematiche che una volta non venivano nemmeno considerate, viste come un deficit della personalità o come malattie dei ricchi. Questi farmaci impauriscono, ma sono molto meno impattanti di tanti altri che prescriviamo senza battere ciglio. Non cambiano la personalità e non sono neurotossici».
Farmaci e psicoterapia: perché insieme funzionano meglio
Per affrontare una depressione, però, i farmaci possono essere insufficienti: affiancarli a un percorso di psicoterapia può aumentarne l’efficacia. Prima dell’arrivo del Prozac, la psicoterapia, in particolare la psicoanalisi, era il trattamento più comune. Oggi, farmaci e psicoterapia andrebbero usati in sequenza: «Prima l’antidepressivo, poi la psicoterapia, studiata su misura: individuale, mindfulness, di gruppo, familiare… L’antidepressivo conferisce lucidità. Il lavoro sulle esperienze personali, sulla sofferenza più profonda va fatto con la psicoterapia».
Oltre il Prozac: psichedelici ed elettroshock, le nuove frontiere contro la depressione
«La frontiera più promettente per la cura della depressione sono gli psichedelici. Si tratta di molecole studiate fino alla metà degli anni Settanta e poi abbandonate, ma recentemente abbiamo fondato una sezione della Società italiana di psichiatria proprio dedicata a questo campo», fa sapere l’esperto.
Tra queste sostanze troviamo la psilocibina, estratta dai funghi allucinogeni, che si somministra in sedute strutturate che comprendono anche interventi psicologici (una caratteristica che, secondo Brambilla, potrebbe colmare il divario tra approccio farmacologico e psicologico che ha caratterizzato la storia del Prozac), e l’esketamina, che invece è sintetica e derivata dalla ketamina, approvata per la depressione resistente. Infine, la terapia elettroconvulsivante, il cosiddetto elettroshock, inventata dall’italiano Ugo Cerletti. «È usata in tutto il mondo con grandissima efficacia e solide evidenze scientifiche», conclude Brambilla, «ma in Italia non possiamo applicarla per ragioni pregiudiziali del tutto infondate».




