Psicologia

Egoisti si nasce o si diventa? Uno studio svela che si può cambiare

Una scoperta tutta italiana pubblicata su Nature Neuroscience rivela come l'ippocampo elabori l'altruismo: la generosità non è solo innata, si impara guardando gli altri

Cosa spinge una persona a dividere l’ultimo pezzo di torta, a fare volontariato o a correre in aiuto di uno sconosciuto, mentre qualcun altro tira dritto senza voltarsi? La risposta alla domanda sul perché alcuni individui siano intrinsecamente più generosi di altri potrebbe non risiedere (solo) nell’educazione o nel carattere, ma in un preciso “interruttore” biologico nascosto nei meandri del nostro cervello.

Un innovativo studio coordinato dai ricercatori dell’Università Statale di Milano, in stretta sinergia con l’Istituto di neuroscienze del Cnr, l’Irccs Humanitas e l’Université Côte d’Azur, ha svelato che l’altruismo e la cooperazione si basano su un sofisticato meccanismo di apprendimento sociale. La vera rivoluzione? Questo processo può essere appreso, modificato e persino direzionato.

Perché siamo egoisti: il cervello “calcola” il bene altrui

Fino ad oggi si pensava che l’apprendimento per osservazione servisse principalmente a replicare compiti motori o a tenersi alla larga dai pericoli. La nuova ricerca, pubblicata sulla prestigiosa rivista scientifica Nature Neuroscience, dimostra invece che la mente fa qualcosa di molto più complesso: elabora scenari positivi e impara a condividere.

Quando guardiamo un’altra persona compiere un’azione benefica, il nostro cervello non si limita a “fare copia e incolla” del movimento:

  • Analizza il contesto: comprende la relazione causa-effetto tra il gesto e la conseguenza.
  • Calcola il beneficio: associa l’azione al vantaggio ottenuto dall’altra persona.
  • Crea flessibilità: assimila l’esperienza in modo così profondo da saperla applicare anche in situazioni completamente nuove.

La centralina della generosità: il ruolo dell’ippocampo

Entrando nei laboratori del Dipartimento di Scienze farmacologiche e biomolecolari dell’Ateneo milanese, gli scienziati hanno mappato l’esatta area cerebrale responsabile di questa “scuola di empatia”: si tratta della regione dorsale dell’ippocampo (denominata dCA1).

I test clinici hanno dimostrato che quando l’attività di questa specifica area viene temporaneamente alterata mentre si osserva un comportamento cooperativo, la capacità di assimilare quella competenza sociale crolla drasticamente. Le funzioni motorie e la memoria generale restano intatte, ma la persona smette di “imparare a essere prosociale”.

La cosa straordinaria è che le differenze tra individui egoisti e altruisti prendono forma proprio in questo istante: davanti alla medesima scena, l’ippocampo di soggetti diversi si attiva con modalità e intensità differenti, tracciando fin dal principio la predisposizione verso la condivisione o verso l’individualismo.

L’altruismo è plastico: si può stimolare

La scoperta più affascinante apre la strada a scenari futuri incredibili. Il processo neuronale legato alla generosità è plastico. Modulando l’attività della regione dCA1, i ricercatori sono stati in grado di orientare le decisioni future dei modelli biologici, rendendo i soggetti più inclini a cooperare o, al contrario, decisamente più orientati a scelte egoistiche.

«Questi risultati – spiega Diego Scheggia, docente di Farmacologia alla Statale di Milano e autore principale dello studio – mostrano che il cervello non si limita a registrare ciò che osserva, ma interpreta attivamente le esperienze sociali, costruendo rappresentazioni flessibili che guidano il comportamento futuro».

Dalle neuroscienze alla cura delle malattie sociali

Le implicazioni di questa scoperta italiana vanno ben oltre la semplice curiosità antropologica. Comprendere i binari biochimici su cui viaggiano l’empatia e la cooperazione offre preziosi strumenti per la medicina del futuro.

Identificare questi circuiti permetterà infatti di indagare e sviluppare terapie per tutte quelle condizioni in cui l’apprendimento e l’interazione sociale risultano gravemente compromessi, come i disturbi dello spettro autistico o la schizofrenia, oltre a comprendere meglio i processi di decadimento cognitivo legati all’invecchiamento e alle patologie neurodegenerative.

Link e Fonti Scientifiche Citate sul perché siamo egoisti:

Francesco Bianco

Giornalista professionista dal 1997, ha lavorato per il sito del Corriere della Sera e di Oggi, ha fatto interviste per Mtv e attualmente conduce un programma di attualità tutte le mattine su Radio LatteMiele, dopo aver trascorso quattro anni nella redazione di Radio 24, la radio del Sole 24 Ore. Nel 2012 ha vinto il premio Cronista dell'Anno dell'Unione Cronisti Italiani per un servizio sulle difficoltà dell'immigrazione. Nel 2017 ha ricevuto il premio Redattore del Gusto per i suoi articoli sull'alimentazione.
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