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Fabrizio Frizzi: le ragadi, che dolore…

«Stare seduto era uno strazio, ho passato sei mesi di tormenti. Sono stato operato d'urgenza, ma ho risolto il problema»

«Parlarne mi risulta ancora mortificante», racconta Fabrizio Frizzi. «All’inizio pensavo fossero emorroidi, ho provato ogni unguento, perfino la crioterapia. Sei mesi di tormenti e alla fine il verdetto: ragadi».
Ecco la confessione del conduttore tv a OK.

«È l’estate del 1992. Me la ricordo benissimo, è una stagione molto particolare per me e Rita, Rita Dalla Chiesa. Bella, perché ci siamo sposati da poco, triste perché in quei mesi vengono uccisi Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Quell’estate decidiamo di passarla in una casa che avevamo da poco ristrutturato sul mare, vicinissimo a Roma.
Una minuscola ferita di pochi millimetri riesce a rovinare tutto. Vacanze, relax, romanticismo. Scusate il mistero, ma non è facile, anzi è persino mortificante parlare di queste cose. Mi ci sono voluti anni per decidermi a farlo. Ma OK è il giornale giusto. E così confesso.
Vi giuro, quel dolore, bruciante, insistente non me lo sono più scordato. Sei mesi di torture, senza esagerare. Tanto ho resistito fino a quando non mi sono operato. Di ragadi anali. Ma andiamo per gradi. All’inizio, alle prime fitte, penso alle emorroidi. Dovete sapere che mangio peperoncino come se fosse pane, e quindi do la colpa a un’alimentazione troppo saporita. Via, eliminato il piccante… Non il dolore.

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Un dito di azoto congelato proprio lì dietro
Ricorro, allora, a pomate e unguenti su prescrizione del mio medico generico. Ma le settimane passano, il dolore aumenta e così le ore in piedi.
Sì, perché di stare seduto su una poltrona o su una sedia proprio non se ne parla.
Ripensandoci adesso, ha del comico la trattativa che concludo per un importante contratto pubblicitario. Il mio avvocato e il mio interlocutore seduti e io impettito, di fronte a loro per un paio di ore, cercando di ignorare i loro sguardi costernati. Chissà che cos’avranno pensato…
Provo qualsiasi cosa, non so quante scatole di antidolorifici devo avere consumato. Con l’unico effetto di rimanere inebetito per alcune ore della giornata.

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Ricorro perfino alla crioterapia. Detta così sembra quasi una cosa raffinata, in verità mi vergogno solo al pensiero. Si tratta, in pratica, di una bruciatura a freddo che si ottiene infilando per alcuni minuti nella zona dolente una specie di dito contenente azoto liquido congelato. Niente da fare, il dolore persiste.
Una sera, finalmente, a cena con amici, vinco l’imbarazzo e mi confido con un amico gastroenterologo. “Vieni a trovarmi in studio”, mi dice. E così faccio. Il verdetto è immediato: ho le ragadi, ulcerazioni comparse proprio lì, vicino al coccige. “Conosco un bravissimo specialista appena tornato dagli Stati Uniti che le opera”, mi suggerisce. E così mi affido a Luigi Masoni.
Credetemi, se dovessi incrociarlo per strada lo bacerei. “Mi dia tre giorni del suo tempo e la rimetto in sesto”, mi propone il chirurgo. Impossibile, è la mia risposta, il lavoro non me lo permette. Era un anno, quello, di lavoro intensissimo. Tutti i giorni avevo le prove di Scommettiamo che…? e di Miss Italia, ero indaffaratissimo, ma sempre più scorbutico. Il dolore, si sa, ti rende più aspro, meno spiritoso e brillante. Ma io resistevo. O così credevo. Fino a quel fatidico sabato 5 dicembre.

In clinica piegato in due, subito in sala operatoria
Tra gli ospiti in gara di quella puntata di Scommettiamo che… ? si presenta un bambino di dieci anni, convinto di riuscire a indovinare una favola solo con l’aiuto di cinque parole tirate a sorte.
Il gioco prevede che io sia seduto su una sedia a dondolo di legno, sapete, quella dei nostri nonni… E così, mentre il bambino risponde con successo alle domande, una fitta mi colpisce a tradimento. Dissimulo il dolore perché, come si dice, the show must go on, lo spettacolo deve continuare. O, perlomeno, credo di dissimularlo.
“Che cosa ti ha fatto quel bambino per incenerirlo con lo sguardo?”, mi chiedono in tanti il giorno dopo. D’ accordo, mi arrendo. Non solo non sopporto più il dolore, ma non riesco più a dominarlo, a camuffarlo. Il giorno dopo, entro piegato in due dalla sofferenza in una clinica per essere operato d’urgenza da Masoni. Non mi vergogno a dirlo, piangevo, ma ridevo anche perché pensavo: è finita, non mi fregherà più questo dolore bastardo.
E così è stato. Il sabato successivo ero di nuovo in studio a condurre Scommettiamo che…?. Anzi, in pista, a eseguire una semplice coreografia con passi di tip tap. Lo ricordo benissimo, perché quella puntata registrò quasi 11 milioni di spettatori».
Fabrizio Frizzi (testo raccolto da Rosanna Lo Santo nel dicembre 2007 per OK La salute prima di tutto)

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