Polmonite e influenza: esiste un legame?

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Febbre, tosse, malessere generale: sintomi che fanno pensare a un'influenza ma che posso anche essere il segnale di una polmonite in corso. I consigli dell'esperto di OK Dario Olivieri

Si può contrarre una polmonite senza accorgersene? E le polmoniti sono tutte “uguali”? Facciamo il punto con Dario Olivieri, docente di Malattie dell’Apparato Respiratorio nell’Università di Parma (puoi chiedergli un consulto qui).

 È vero che la polmonite può essere una complicanza dell’influenza?

Sì. Spesso durante un’influenza si avvertono più i sintomi generali come febbre, spossatezza e dolori articolari e non ci si accorge dello stato infiammatorio che ha colpito i polmoni. L’influenza è una malattia sistemica, il virus si diffonde in tutto l’organismo e può localizzarsi anche nel polmone, colpendo uno o entrambi gli organi. In questi casi la diagnosi non è facile, perché va inserita nel quadro generale dell’episodio influenzale.
Spesso la polmonite si risolve naturalmente nell’arco di pochi giorni, questo è uno dei motivi per cui a volte non si fa in tempo a diagnosticarla. Ci si accorge di averla contratta quando, durante un esame radiografico di routine si evidenziano delle cicatrici sul polmone, ma nella maggior parte dei casi questa patologia non lascia segni evidenti.

Qual è la differenza tra polmonite acquisita in comunità o in ambito ospedaliero?

La polmonite è un processo batterico, causato nella maggior parte dei casi dal batterio pneumococco, che ha tropismo per il tessuto polmonare. La differenza fondamentale è se la polmonite è acquisita in comunità o in ambito ospedaliero. Questa suddivisione è importante perché nel primo caso, al momento del contagio, il paziente è “sano”, mentre quando si parla di ambito ospedaliero significa che il paziente è ricoverato per motivi di salute che possono compromettere le difese dell’organismo.
La polmonite contratta in ospedale può essere molto più grave perché il paziente, oltre ad essere debilitato e in un periodo di stress, può contrarre l’infezione da germi provenienti da pazienti già trattati e che sono diventati resistenti agli antibiotici.
Molto importante è anche la differenza tra soggetto “sano” e immunocompromesso. In quest’ultimo caso si è più predisposti a contrarre una polmonite perché l’organismo ha ridotte capacità di difesa immunitaria. Questo non significa soltanto che il paziente ha geneticamente un’immunodeficienza, ma nel caso sia sottoposto a terapia con corticosteroidi ad alte dosi, le sue difese immunitarie si abbasserebbero rendendolo più a rischio. Anche un soggetto che ha sviluppato l’Aids è immunodepresso, così come le persone denutrite, o chi soffre di malattie debilitanti, come il diabete, che facilitano l’impianto e lo sviluppo di germi. 

Come si diagnostica? È consigliabile eseguire delle vaccinazioni?

La diagnosi è molto semplice quando la sintomatologia è tipica: febbre, tosse, catarro, debilitazione generale, affanno e rantoli all’ascoltazione del torace. Per valutare la gravità della patologia (localizzazione ed estensione), e confermare la presenza o meno della polmonite, è comunque indispensabile eseguire una radiografia del torace. Questo esame consente di capire se la polmonite interessa uno o entrambi i polmoni (polmonite mono o bilaterale) e se si è estesa anche alla pleura. Inoltre, permette di scoprire se la polmonite è basale, cioè alla base del polmone, più frequente nel paziente a letto per altra malattia al momento dell’infezione.
I vaccini consigliati sono due: il primo è quello antinfluenzale, che si fa all’inizio dell’inverno e dura alcuni mesi, ed è consigliato nei pazienti a rischio come gli anziani, o in chi soffre di BPCO, broncopneumopatia cronica istruttiva.
Il secondo vaccino è quello antipneumococcico, che serve a prevenire le polmoniti da pneumococco: è consigliato sempre nei soggetti a rischio come gli anziani e per chi ha sofferto in passato o ha frequenti episodi di patologia broncopolmonare.

Come si cura?

In caso di polmonite acquisita in comunità la terapia che si applica è antibiotica ed detta “empirica”, cioè si utilizzano uno o più antibiotici in rapporto a quella che è l’incidenza e la gravità delle polmoniti in quel periodo e in quella comunità. Quindi, la terapia può essere completamente diversa da città a città sia in Italia, che rispetto al resto del mondo.
In caso di polmonite contratta in ospedale, occorre fare una diagnosi molto precisa, con prelievi batteriologici che consentano d’indentificarne il germe. La terapia farmacologica è quindi guidata dal referto batteriologico.
Se la polmonite è molto periferica, l’infiammazione al polmone può interessare anche la pleura, determinando una pleurite che si manifesta con versamento liquido che si riassorbe spontaneamente. Anche in questo caso può però restare una cicatrice, segno che si è contratta una pleurite.
La polmonite può lasciare cicatrici sui polmoni, che possono trasformarsi in bronchiectasie, piccole dilatazioni dei bronchi, che fanno accumulare il catarro e possono diventare sede d’infezioni causando bronchiti croniche.

 Qual è la differenza tra polmonite e broncopolmonite?

Si parla di broncopolmonite quando il soggetto è un broncopatico cronico (soffre quindi di attacchi di bronchite che si caratterizzano con tosse ed espettorato muco-purulento) che ogni tanto soffre di un episodio più importante, che interessa tanto i bronchi quanto i polmoni. Invece la polmonite classica è limitata a una precisa zona del polmone e non si accompagna necessariamente a una sintomatologia bronchitica.

Eliana Canova

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Pubblicato il: 12 dicembre 2016 Aggiornato il: 12 dicembre 2016
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