Melanoma: l’immunoterapia mette il “turbo”

Melanoma: l'immunoterapia mette il “turbo”

Grazie a nuove combinazioni di farmaci che puntano ad aumentare la sopravvivenza al tumore

Rendere il melanoma una malattia cronica, con cui sia possibile convivere sempre più a lungo: è l’obiettivo a cui punta la ricerca su questo tumore, tra i più studiati e i più difficili da combattere, soprattutto se scoperto in fase avanzata. A fare il punto della situazione è Paola Queirolo, Direttore dell’Unità Melanoma e Tumori Cutanei dell’Ospedale Policlinico San Martino di Genova.

Dottoressa Queirolo, quanto ci si ammala e quanto si muore di melanoma in Italia?

L’incidenza del melanoma è in continuo aumento, tanto che da tumore raro si è ormai trasformato in un tumore frequente: questo è dovuto a una serie di fattori, come le abitudini di vita e le scottature solari subite soprattutto nell’infanzia e nell’adolescenza. In Italia siamo arrivati ad avere circa 13.000 nuovi casi di melanoma all’anno: l’incidenza della malattia è raddoppiata negli ultimi dieci anni e continua ad aumentare, soprattutto nei giovani adulti, tanto che il melanoma è diventato il secondo tumore per incidenza nelle persone con meno di 40 anni. Grazie ai nuovi farmaci sviluppati dalla ricerca, la mortalità è diminuita: il numero dei decessi è rimasto stabile, nonostante l’incidenza della malattia sia raddoppiata. I progressi si vedono anche in Italia, dove i pazienti che convivono con il melanoma sono più di 100.000.

Quali sono gli strumenti terapeutici più efficaci per combattere questo tumore della pelle?

Il melanoma in fase avanzata può essere affrontato con due strategie terapeutiche molto differenti. La prima è quella dei farmaci a bersaglio molecolare, che permettono di colpire in maniera selettiva le cellule malate risparmiando quelle sane. Il target che viene mirato è una mutazione del gene BRAF (presente nel 50% dei pazienti) verso cui vengono indirizzate delle “armi di precisione”, ovvero i farmaci BRAF inibitori.
La seconda strategia terapeutica è quella basata sui farmaci immunoterapici, ovvero degli anticorpi che potenziano le difese immunitarie contro il tumore. Sviluppati inizialmente contro il melanoma, stanno ormai diventando la strategia terapeutica di prima scelta contro tutti i tipi di tumore in cui sono stati sperimentati: dal polmone alla vescica, fino ai tumori del distretto testa-collo.

Quali novità ci possiamo aspettare per il prossimo futuro?

La ricerca punta molto sulle nuove combinazioni di farmaci che permettono di potenziare l’azione degli immunoterapici, come abbiamo visto anche a Madrid in occasione del recente congresso della Società europea di oncologia medica (ESMO). Molte combinazioni si basano sull’anticorpo Pembrolizumab, che ha già dimostrato di aumentare la sopravvivenza dei pazienti con melanoma in fase avanzata: se fino a cinque anni fa era mediamente pari a sei mesi, oggi supera i due anni. A distanza di tre anni, però, il 50% dei pazienti non ce la fa.
Per migliorare questo risultato, Pembrolizumab è stato combinato con un’altra molecola, Epacadostat, inibitore di un enzima che frena le difese immunitarie nel microambiente tumorale: grazie a questa azione di “sblocco”, l’anticorpo Pembrolizumab riesce a funzionare meglio. Gli studi di fase 1 e 2 (condotti per verificare tossicità e attività della terapia sull’uomo) dimostrano un controllo della malattia pari al 75%, con una riduzione del tumore nel 58% dei casi. I dati sono molto preliminari, ma dimostrano che, per la prima volta nell’immunoterapia, abbiamo una combinazione di farmaci che non dà un aumento della tossicità rispetto al solo Pembrolizumab, mentre altre combinazioni testate in passato davano così tanti effetti collaterali da indurre perfino l’interruzione del trattamento.

Elisa Buson

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