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Carlo Verdone: «Un calcione di mamma mi ha salvato»

«Troppo timido, mi sentivo inadeguato come attore e non uscivo più di casa. Oltre a mia madre, ringrazio il grande psicanalista Piero Bellanova, che mi ha insegnato “l’atto di coraggio” per superare uno dei momenti più bui della mia vita. Senza dimenticare l’ironia: se ben distillata, è più potente di cento psicofarmaci»

Nella vita i momenti di difficoltà, nei quali si prova un senso di inadeguatezza, arrivano per tutti, artisti compresi. Fa parte della natura umana e sarebbe anormale se non capitasse. Io ne sono sempre uscito grazie a qualche ansiolitico e, soprattutto, al coraggio e alla forza che ho saputo trovare in me, stimolati dalla vicinanza di donne eccezionali, a partire da mia madre, e dai consigli di uno dei padri della psicanalisi italiana, Piero Bellanova. Perché dobbiamo sempre tenere a mente che la vita offre opportunità nei momenti più inaspettati e bui, quando pensiamo di aver sbagliato tutto.

Quel movimento che mi piace tanto

Come all’inizio della mia carriera, quando, dopo essermi diplomato al Centro sperimentale di cinematografia nel 1974, iniziai a girare tra produttori e registi a caccia di un lavoro che mi avvicinasse al mio sogno: stare dietro alla cinepresa. Tutti promettevano ma nessuno mantenne. Di raccomandazioni manco a parlarne, neppure dai miei genitori (papà Mario, tra l’altro, era un noto critico cinematografico), che sotto tutti gli altri aspetti, invece, mi sono sempre stati molto vicini. Alla fine, l’unica occupazione che trovai fu il ruolo di secondo aiuto del regista Franco Rossetti, al quale sarò sempre grato, in un film semi-erotico il cui titolo era un programma: Quel movimento che mi piace tanto.

Gruppo San Donato

Per la delusione ho rischiato di lasciare tutto 

Poi, di nuovo il nulla, tanto che lo sconforto mi portò a pensare di abbandonare tutto e tornare all’università – studiavo storia delle religioni a lettere moderne – nella speranza di trovarmi un posto da assistente. La svolta arrivò sotto forma di Michael, un amico inglese in visita a Roma. Siccome non capiva una parola di italiano, lo portai a vedere uno spettacolo del mimo Daniele Formica all’Alberichino, un teatro off – quell’anno aveva visto il debutto di Roberto Benigni – che dopo la rappresentazione si trasformava in ristorante. Proprio a cena, al tavolo con anche altri amici, iniziai a raccontare episodi divertenti che mi erano capitati, imitando alcuni personaggi reali che avevo incrociato. Uno di questi aveva la voce di Leo, il goffo trasteverino del mio film d’esordio da regista e attore protagonista, Un sacco bello, del 1980. Quello che non sapevo è che alle mie spalle, ad ascoltare la mia performance, c’era il direttore dell’Alberichino: mi propose l’affitto del teatro, per 15 giorni, se solo mi fossi inventato un monologo con cui andare in scena.

Da dottor Jekyll a Mister Hyde

Io mi sentivo inadeguato come attore, troppo timido per affrontare il pubblico. Ma, a spronarmi, intervenne quella grande terapeuta che era mia mamma Rossana: «Dai, provaci! Se va, va. Se non va, non va». Così creai una serie di monologhi dal titolo Tali e quali. Peccato che nel pomeriggio precedente lo spettacolo fui assalito da una crisi di panico. «Mamma, chiama il teatro e dì che sto male, perché non sono assolutamente in grado di reggere la tensione». La risposta fu un gran calcio nel sedere: «Ma piantala! Devi farlo, fidati di tua madre». Prese la valigetta in cui avevo messo gli oggetti da usare nelle varie scenette, dalla pistoletta al borsello, aprì la porta e mi buttò fuori di casa, urlandomi dalla scale: «Un giorno mi ringrazierai, fregnone!».

Ero certo della disfatta 

Così andai all’Alberichino, certo della disfatta. Quella sera tra il pubblico erano presenti pure importanti critici della stampa. Dopo essere andato in bagno almeno una ventina di volte per la tensione, entrai in scena come uno zombie. Cominciai con lo sketch del prete di campagna e dopo trenta secondi avevo già dimenticato uno stralcio del monologo… Recuperai improvvisando. Poi venne la gag in cui il parroco, mentre esprimeva in dialetto meridionale un concetto di alta profondità, si toglieva gli occhiali scuri, svelando un occhio completamente storto. Il pubblico esplose in una risata fragorosa. E io mi trasformai da dottor Jekyll in mister Hyde. Improvvisamente mi sentivo leggero: «Ma allora sto comunicando qualcosa!», dicevo tra me e me. Era iniziata la mia carriera. Da un calcione nel sedere.

La rotonda di Ostia

La partecipazione al programma Rai di Enzo Trapani, Non Stop, nel 1978, fu un successo. La gente ormai mi riconosceva per strada e a tanta popolarità io reagii con… attacchi di panico. Mi girava la testa, andavo in iperventilazione, temevo mi venisse un infarto da un momento all’altro. Non ero più in grado di uscire di casa, nemmeno per andare a trovare Gianna, la mia fidanzata – e futura moglie – che abitava vicino a Vitinia, una frazione di Roma. Il buio ricadeva su di me, ero un uomo da buttare.

Non riesco a sostenere questo lavoro

«Ecco, è uscita fuori tutta la mia inadeguatezza, mentale e fisica», pensavo. «Non sono in grado di sostenere questo tipo di lavoro». Fu ancora mamma a venirmi in soccorso, suggerendomi una chiacchierata con Piero Bellanova, luminare della psicanalisi. Me lo ricordo bene, il grande professore: mentre mi guardava e sorrideva, sembrava un Buddha seduto, con barba bianca e occhialoni. Alla fine della seconda seduta, mi disse: «Caro Carlo, credo non ci sia niente da psicoanalizzare. In realtà tu hai paura del successo che hai avuto, della tua vita che sta per cambiare».

La cura che mi suggerì fu lì per lì uno shock. Lui la definiva «un atto di coraggio» che consisteva nel rimettere il naso fuori di casa per andare a trovare Gianna, allungando il percorso addirittura di una decina di chilometri. «Invece di prendere subito lo svincolo per Vitinia, vai fino a Ostia, fai la rotonda e torni indietro». Sia all’andata, sia al ritorno. Pensavo scherzasse, invece… «Non morirai», mi rassicurò, «te la farai un po’ sotto la prima sera, probabilmente anche la seconda, ma dalla terza comincerai a stare meglio. Se no, non se ne esce».

Alla fine aveva ragione il professore

Queste ultime parole, pronunciate in tono serio, mi misero paura. Trovai il coraggio per fare l’atto di coraggio. Il primo giorno giunsi a Ostia bagnato come una spigola per il sudore (ed era pure inverno) e, ritornato a casa, mi sentivo come uno che avesse appena scaricato un camion di mattoni. Certo, non ero morto… Il secondo giorno mi sentii male e da un telefono a gettoni dovetti chiamare Gianna che mi venisse a recuperare e «scortare» con la sua auto. Ma alla fine andò come previsto da Bellanova.

L’incontro con Sergio Leone

Una resurrezione che sfociò nel mio ingresso nel mondo del cinema, grazie all’incontro con Sergio Leone. Con il passare del tempo mi resi anche conto che avevo sempre meno bisogno degli ansiolitici, poi totalmente abbandonati, perché stavo gradualmente acquisendo sicurezza in me stesso e nel mio lavoro. A essere sinceri, oggi mi manca quel filo di ansia – non le crisi di panico, per carità – che, se incanalato bene, si rivelava una scarica di adrenalina che mi portava a dare il massimo in quel che facevo. Purtroppo se lo sono portati via la maturità e la saggezza.

L’anello gettato nel Tevere 

Quello che invece non bisogna mai farsi portare via dal passare del tempo è l’ironia. Un’arma della quale non bisogna abusare, perché a fare troppo gli spiritosi si diventa noiosi e superficiali. Ma, a saperla stillare al momento giusto, possiede cento volte l’effetto di uno psicofarmaco.

La mia migliore amica, Antonietta, per me è stata meglio di uno psicologo in un altro momento difficile della mia esistenza. Eravamo a metà degli anni 70 ed ero fidanzato con un’accompagnatrice turistica. Quando andai a Siena per le riprese di Quel movimento che mi piace tanto misi da parte tutti i soldi guadagnati – 80mila lire al giorno – per comprarle un anello. A un certo punto, però, non riuscii più a farmi rispondere al telefono, così, tornato a Roma, provai a raggiungerla tramite una sua amica. Alla fine la chiamata arrivò: «Devo dirti una cosa». Ahi… Ci demmo appuntamento vicino a Villa Medici, sul Pincio. Pur temendo il peggio, arrivai con il mio bell’anello tutto impacchettato. Il romantico panorama dell’Urbe a farci da sfondo, lei mi annunciò di essersi innamorata di un altro.

La carbonara

Dopo averla lasciata, augurandole buona fortuna, mi diressi al Ponte Sisto e scagliai l’anello nel Tevere. Quindi, col cuore spezzato, telefonai ad Antonietta: «Mi prepari una carbonara come sai fare tu?». Bene, lei mi fece trovare una cena super e usò tutta la sua ironia e capacità di sdrammatizzare e saper ridere anche di situazioni non piacevoli per spiegarmi che nella vita poteva capitare quello che era appena accaduto a me, ma che bisognava guardare avanti. Senza contare che forse il mio grande amore non era così affidabile. Tempo qualche giorno e mi trovai a comporre il numero di telefono della mia fresca ex, ma mi fermai all’ultima cifra. Quattro anni dopo fu lei stessa a scrivermi: aveva sbagliato a lasciarmi e nel caso avessi ancora avuto quell’anello… Mi stava cercando perché ero diventato famoso. Non le ho mai risposto.

Carlo Verdone (Confessione raccolta da Marco Ronchetto per OK Salute e Benessere)

 

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