«Lavorando in giardino, si rafforza in modo molto rasserenante la connessione tra azione e risultato. Questo è assai gratificante, credo sia l’esatto contrario della depressione, quel misero stato in cui si ha l’impressione che nessuna nostra iniziativa approderà mai a qualcosa di bello e piacevole». Sono parole di Pia Pera, scrittrice e giardiniera scomparsa nel 2016, e di cui Ponte alle Grazie rimanda in libreria, con le raffinate illustrazioni botaniche di Stefano Faravelli, il memoir L’orto di un perdigiorno. Confessioni di un apprendista ortolano.
In questo libro l’autrice, appena trasferitasi in un podere in Lucchesia ma “analfabeta” – così lei stessa si definiva – sotto il profilo botanico, racconta come il rapporto quotidiano e immersivo con la natura le abbia permesso di scoprire una felicità mai assaporata in precedenza.
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Benefici del giardinaggio per la salute mentale
La letteratura scientifica ha confermato le sue intuizioni: già negli anni Novanta Mary O’Brien, oncologa presso il Royal Marsden Hospital di Londra, aveva osservato che i pazienti trattati con un preparato iniettabile a base di Mycobacterium vaccae (un batterio non patogeno che vive nel terreno) riportavano miglioramenti in termini di benessere psicologico. In seguito, il team del neuroscienziato Christopher Lowry, docente della University of Colorado Boulder, negli Stati Uniti, ha dimostrato che l’esposizione a questo microrganismo, anche solo attraverso la pelle o l’inalazione, attiva i neuroni dell’area cerebrale coinvolta nella sintesi della serotonina (l’ormone della felicità) e nella riduzione del cortisolo, con conseguente riduzione dello stress.
Non solo: il giardinaggio sarebbe anche d’aiuto in presenza di disturbi psichiatrici importanti, come rivela una revisione condotta alla facoltà di Medicina dell’Università di Kaohsiung, a Taiwan, che ha analizzato 35 studi randomizzati su pazienti affetti da schizofrenia: la ricerca ha evidenziato che le persone che si occupavano di piante e fiori ottenevano un miglioramento dei sintomi legati a depressione e ansia.
La scienza conferma i benefici del contatto con la terra
La magia neurochimica che si realizza quando le mani si sporcano di terra è una sorta di “terapia naturale” che funziona in ogni periodo dell’anno ma, a maggior ragione, in primavera e in estate: il tempo della rinascita, dei progetti e delle nuove coltivazioni che allontanano la mente dalla rimuginazione, spostando l’attenzione su gesti pratici e sensazioni reali.
Mentre si fa giardinaggio, infatti, «ci si riabitua ad ascoltare, annusare, toccare, a lasciarci incantare dalla poesia della luce che filtra fra i rami mossi dal vento, come accade al protagonista del film Perfect days di Wim Wenders», ricorda Stefania Piloni, docente di Medicina naturale e Medicina complementare all’Università degli Studi di Milano, e autrice del saggio Le piante ci parlano (Vallardi), dove dimostra come dietro le forme di ogni albero, stelo o germoglio ci sia in realtà un messaggio che attende solo di essere decifrato.
Le piante che favoriscono relax e benessere emotivo

«Immergersi nella natura vuol dire entrare in sintonia con tutta una serie di emozioni che accomunano uomini e creature vegetali, ma significa anche scoprire che, nella sagoma o nella postura delle piante, esistono corrispondenze che ci fanno battere il cuore», continua l’esperta.
Osservando con più attenzione prati e giardini, s’individueranno per esempio «i fiori che tremano, come l’anemone primaverile, una corolla delicata e vibrante il cui estratto fitoterapico aiuta, per similitudine, chi arrossisce e si emoziona facilmente, ma ci sono anche piante che curano le ferite, come la mimosa, che porta nel nome la radice della verbo spagnolo “mimar”, ossia “accarezzare”, e che ha un comprovato potere cicatrizzante, e alberi che coccolano e rilassano, come il tiglio: con le sue foglie a forma di cuore si prepara un infuso che stempera le tensioni e l’aggressività».
Come creare un giardino che fa stare bene
«“Facile, bello e buono” è il mio motto per il giardino», dice Laura Bianchi, giornalista e giardiniera per passione, autrice di Giardino felice (Libreria Editrice Fiorentina), un saggio denso di citazioni etnobotaniche, ricette e consigli colturali, arricchito da 52 schede – una per ogni settimana dell’anno – dedicate alle varie piante suddivise per stagioni. «Ogni giardino è per definizione un luogo multisensoriale e va costruito tenendo conto delle peculiarità del territorio in cui si trova e del tempo che gli si può dedicare», raccomanda Bianchi, che è molto seguita su Instagram come @thegardeneditor.
Nel suo eden di Zoagli, affacciato sul Golfo del Tigullio, un po’ orto diffuso, un po’ campo sperimentale, ha privilegiato le varietà che uniscono bontà ed estetica, meravigliose da vedere e da cucinare. «Non è mai tardi per iniziare. A primavera inoltrata si può partire dalle piantine da vivaio: pomodori, peperoni, melanzane e tutte le cucurbitacee producono fiori e foglie straordinari, ma ci sono anche piante da seme, facili da coltivare in terra piena o in vaso, che danno un sacco di soddisfazioni. Il nasturzio, per esempio, è un vegetale molto ricco di vitamina C: si mangiano in insalata i suoi fiori rossi, gialli e arancioni, ma anche foglie, semi e boccioli. La
zucchina trombetta di Albenga è invece un ortaggio super resiliente che cresce dappertutto: striscia, si appoggia, penzola dalle ringhiere, e le sue corolle eduli ricordano l’ibisco. Se si raccoglie in estate, quando è ancora verde, la polpa è tenera, ma la si può far maturare fino all’autunno e a quel punto ha la consistenza della zucca».
Che cosa possiamo imparare dalle piante
In ogni stagione le piante ci regalano degli spunti per essere felici. Ma, in definitiva, noi che cosa possiamo imparare da loro? «È facile parlare di protezione, conservazione, biodiversità, perché questo vuole dire impegnarci a mantenere il meglio possibile il tesoro verde che ci dà vita e nutrimento. Ma imparare dalle piante vuole dire altro, abilità di tutt’altro genere», precisa Paola Bonfante, professoressa emerita di Biologia vegetale all’Università di Torino, nota per i suoi studi sulla simbiosi tra funghi e piante.
«Per esempio le cactacee, che trasferiscono ogni singola goccia di pioggia o rugiada dalla punta delle spine alle radici, ci possono insegnare a raccogliere l’acqua e a conservarla, e oggi chi lavora in molti laboratori biotech, in quel campo che si chiama biomimesi, si occupa di sviluppare strumenti che si ispirano proprio alle strategie dei vegetali».
L’uomo riesce a empatizzare molto con le piante

Alberi, cespugli, erbe, tutti vivono «facendo quello che loro sanno fare: sfuggono alle nostre regole, e sono da rispettare nel loro essere profondamente diversi da noi, animali e umani», osserva Bonfante, ora in libreria con Piante noi e loro (Il Mulino).
E in quel nostro “sentirci bene” quando ci troviamo a contatto con l’universo verde, «c’è forse un flusso di empatica fascinazione verso creature che riconosciamo per essere rispetto a noi più antiche, dato che le piante sono comparse sulla Terra circa 450 milioni di anni fa, più ingombranti, dal momento che rappresentano l’80% della biomassa del vivente, più radicate e adattate, poiché colonizzano tutti gli ambienti del globo e resistono a qualunque clima, ma anche più diverse – sono circa 390.000 specie – e più longeve, visto che possono vivere per centinaia di anni. Forse, in realtà, vorremmo essere come loro».



